Dichiarazione di voto

Domani ci sono le primarie del Partito Democratico.

Le precedenti ci sono state nel dicembre 2013, tre anni e mezzo fa. Allora partecipai attivamente: volantinaggi nel freddo prenatalizio di Recanati, iniziative pubbliche, fui anche rappresentante della lista Civati a Montecassiano, dove – da perfetto sconosciuto – strappai molti voti di vecchi militanti di partito e ottenni quello che forse è stato il mio più grande successo politico (il che dà la misura della mia carriera politica): far ottenere alla mozione Civati una percentuale molto più alta del dato nazionale nella sezione PD di un piccolissimo comune del maceratese.

Molte cose sono successe in questi anni, tanto che domani non andrò nemmeno a votare. E non ci ho manco mai pensato. Purtroppo o (molto più probabilmente) per fortuna, io con quella storia non c’entro più niente. Adesso, dopo che me ne sono uscito dal PD (ancor prima del candidato che avevo sostenuto nel 2013) guardo quel mondo come da un’altra galassia. Nessuno dei candidati, e tanto meno il partito nel suo complesso, mi rappresenta.

Adesso, lo vado dicendo per scherzo ma nemmeno poi tanto, oltre a guardare con favore alle primarie del movimento Arturo, penso che lavorerei volentieri alla ricostituzione del Partito d’Azione. Così son messo.

 

Lanterne e lucciole

Il 22 novembre dello scorso anno ho scritto una mail al Segretario del Circolo del PD di Recanati, per annunciargli le mie dimissioni dal direttivo cittadino e la decisione di non rinnovare la tessera. Avevo rimandato a lungo – per senso del dovere, per non ammettere un errore di valutazione, per amicizia, anche – ma non ce la facevo proprio più, e le prospettive per il futuro, prossimo e lontano, erano se possibile anche peggiori, quindi gli scrissi queste cose (ho tagliato le parti meno interessanti, più contingenti):

Caro Segretario,

ti scrivo per comunicarti che ho deciso di dimettermi dal Direttivo del PD di Recanati, di cui sei coordinatore. È stata una scelta dolorosa, frutto della riflessione personale di molti mesi e di cui non ho voluto finora parlare con nessuno.

In questi mesi, dopo le feste dell’Unità provinciale e comunale di settembre […]  non mi sono fatto più vedere. E’ stato non solo per i nuovi impegni lavorativi, che pure c’erano, ma per una precisa scelta politica, dovuta al disagio nei confronti della nuova fase politica del PD, a tutti i livelli, da quello nazionale a quello locale. Ho infatti un giudizio del tutto negativo del governo e della cultura politica di chi guida il PD in questo momento, e non vedo in tutta onestà margini perché questo possa tornare ad essere un partito dove possa avere casa, magari insieme ad altre culture politiche, una sinistra che metta al primo posto la solidarietà, l’equità, la laicità: i valori che da sempre considero punti fermi della mia vita politica e non solo.

Gli elementi di dissenso sono molti, vengono da lontano, e non ho mai mancato di segnalarli; non è questo il luogo per una disamina dettagliata della deriva di questo Partito Democratico negli ultimi anni, dalle scelte di governo alle prospettive culturali e ideali. Mi limito a segnalare, a titolo di esempio, […] la scellerata – scellerata – politica del governo in carica sul lavoro e sulla scuola, indegne davvero, l’una e l’altra, di una tradizione che del rispetto della cultura e del lavoro aveva sempre fatto un punto qualificante. […]

Ma al di là dei casi singoli, quello che davvero mi preoccupa, e su cui voglio dire due parole, è l’impressione, sempre più chiara, che il Partito Democratico abbia rinunciato persino a cercare di costruire un’idea alternativa del futuro dell’Italia: in assenza di una cultura politica degna di questo nome, in assenza di una prospettiva, il Partito Democratico ha preso atto che non può far altro che accettare l’ideologia dominante di un mondo del tutto succube dell’economia e della finanza, e proporsi semplicemente come il più adatto a governare questo mondo, il più bravo ad amministrare l’esistente. Se è così, non mi interessa, perché è un progetto perdente. A fare i galoppini dei finanzieri saranno sempre più bravi quelli di destra! […]

Sono cose che continuo a pensare, anche se a dire il vero sull’ultima frase ho – ormai – qualche serio dubbio: anche il PD, in effetti, mi sembra francamente diventato bravissimo. Comunque.

Si parva licet, per qualche anno, a Recanati avevo svolto dentro il Partito Democratico più o meno le stesse funzioni di Pippo Civati a livello nazionale. Diverse a seconda delle fasi: coscienza critica, rompiscatole, minoranza della minoranza, organizzatore di eventi un po’ snob ma pieni di belle idee, collettore di energie diffuse più sul web che nella vita reale, eccetera; il tutto con una costante: non contare praticamente un cazzo nell’effettiva vita politica del partito. A controprova: la totale indifferenza del partito  per l’una e l’altra uscita, sempre si parva licet.

Dell’avventura che mi ha legato a Civati (da lontanissimo, visto che non ci siamo di fatto mai conosciuti direttamente) ricordo soprattutto un incontro che ho fatto, con una amica, in un paese qui vicino per sostenere la sua candidatura alle primarie: non conoscevamo nessuno, la candidatura di Renzi era supportata da un giovane politico di successo (attuale sindaco di quel paese, non a caso); pensavamo, insomma, di andare a prendere solo scoppole. Invece, pensa un po’, fu un piccolo trionfo: le idee e le parole di questi outsider (il giovane politico lombardo intelligente, telegenico e dalla battuta facile; l’oscuro professorino impacciato prestato per un attimo alla politica…) strapparono una manciata abbondante di voti fra i militanti storici di quel paesino lì. E’ stato, mi dico col senno di poi, forse il più grande successo della mia non-carriera politica: convincere quella dozzina di persone lì a votare Civati. Il che è tutto dire sulla mia carriera politica, peraltro.

Poi, dicevo, io sono uscito, a novembre. Contribuirono alla scelta anche le tristi sorti del movimento “civatiano” che vedevo frantumarsi intorno a me, confuso e disorientato. Il progetto nato con le primarie era andato a farsi friggere, e Civati sembrava non meno confuso e disorientato dei suoi sostenitori. Naturalmente mi aspettavo che anche lui se ne andasse, da un momento all’altro, ma a quel punto non sapevo più nemmeno tanto bene se mi interessava o no, non sapevo cosa sperare, né cosa aspettarmi, fuori da quella roba per me ormai incomprensibile e indigeribile che stava diventando il Partito Democratico.

Adesso che, 164 giorni dopo, pure Civati è uscito, mi chiedo cosa farà, cosa farò, e se da qualche parte nascerà un progetto politico in cui possa ancora riconoscermi. Per ora non vedo nulla di buono, fra deriva nazional-populista di Renzi, un mondo della sinistra imbarazzante per frammentazione e mancanza di proposte realmente progressive, movimentismi confusi e aggressivi. Vedo in questo paese un deficit enorme di cultura politica, e di cultura tout court. Il panorama mi appare scuro – le lanterne, o anche solo i lumini, tutti spenti. Dal balcone di casa, la sera, vedo che son tornate le lucciole di Pasolini, ma il messaggio che mi mandano col loro alfabeto morse è indecifrabile.

Corradino e i ruvidi

Renzi aveva il diritto di sostituire Mineo, era nelle sue prerogative e non ci piove.

Il motivo per cui questa è una storia sbagliata è un altro, ed è il fatto che ci sono dei reali problemi di metodo e di merito nel modo in cui sta andando avanti questa vicenda della riforma della Costituzione. E se una minoranza di un grande partito intravede questi reali problemi politici nelle scelte della maggioranza di quel partito, è giusto che lo dica e che combatta per evitare errori che poi potremmo pagare tutti.

Un grande partito è la sede naturale di queste discussioni, che devono essere approfondite e serie, soprattutto se si parla di Costituzione. E la maggioranza, anche se è reduce da un grande successo elettorale, anche se ha un leader finalmente forte e riconosciuto come tale, dovrebbe ascoltare con un po’ più di attenzione e agire con un po’ meno ruvidezza.

Mi pare lo dica anche Pippo in questa lettera, senza tentennamenti, come è giusto che sia.

Tre postille del giorno dopo (14/6):

1) Mineo ha messo in seria crisi la credibilità sua personale (e me ne importa poco) e quella della sua battaglia (e me ne importa assai) con delle uscite del tutto improvvide, fatte peraltro in presenza di quello che a molti (e a me) appare come il leader dell’unica opposizione interna attualmente esistente nel Partito Democratico, cioè Pippo Civati, e di una donna di alto profilo culturale e politico come Ilaria Bonaccorsi, entrambi visibilmente (e comprensibilmente) imbarazzati. Postilla alla postilla: non sempre la società civile prestata alla politica è meglio della politica.

2) Può valere la pena di leggere le osservazioni di Raimo sull’episodio.

3) Vale certamente la pena di sentire il discorso di Walter Tocci all’assemblea nazionale di oggi. Un discorso gigantesco, soprattutto nella seconda parte. Renzi sta dalla parte dei ruvidi; Tocci e Pippo stanno tra i gentili, e io con loro.

Un centrodestra europeo

Mi sono iscritto al PD, e ho deciso di dare una mano entrando nel Direttivo recanatese di questo partito, convinto che l’unico argine alle destre al potere praticamente da vent’anni fosse un partito di centrosinistra con basi solide nel paese e un consenso elettorale capace di fare massa critica. Consideravo le alternative a sinistra (alle quali mi sentivo idealmente più vicino, per molti versi) velleitarie, nostalgiche, affette da un inveterato autocompiacimento (anche l’autocompiacimento della sconfitta, del sentirsi sempre e comunque a proprio agio in una minoranza – Moretti docet).

Non ero, certo, uno sprovveduto – o meglio: certamente lo ero, ma non del tutto. Vedevo molte delle criticità presenti nel PD, un partito nato con un progetto che è stato ucciso nella culla, e che è diventato ostaggio degli ex-DS e degli ex-Margherita (le definizioni, checché se ne dica, ancora più utili e chiare per analizzare i movimenti interni di questo partito nel marasma); ma pensavo che valesse la pena di provarci: c’era un popolo bello alla base, qualche dirigente giovane su cui scommettere, una amministrazione del comune in cui vivo che lasciava ben sperare.

Ora è successo quel che è successo: Renzi, le primarie, Bersani, le altre primarie, la campagna elettorale, Grillo, ancora Bersani, il governo di cambiamento, lo streaming, Marini, Prodi, la carica dei 101, Napolitano, Letta. Ed eccoci qui. Il PD è morto, la sinistra è morta, e anch’io non mi sento tanto bene. E intanto Civati, che da tempo è diventato il mio punto di riferimento politico, è candidato alla segreteria ma non ha convinto nemmeno un parlamentare che sia uno a seguire la sua linea, e da solo è uscito dall’aula per non votare la fiducia a Letta, e magari è anche a rischio espulsione. Che, per un aspirante segretario di un partito, non è proprio il massimo.

Adesso abbiamo il governo Letta (auguri! per il bene dell’Italia, alla fine, tocca augurarsi pure che funzioni, anche se non ho nessun motivo per essere ottimista), fondato sul matrimonio con Berlusconi (sembra però uno di quei matrimoni che si fanno a Las Vegas, con la luna di miele che può durare anche solo un giorno).

Insomma, a me pare che abbiano vinto quelli che volevano trasformare il PD in un onesto, liberale, democratico partito di centrodestra europeo, amico dei poteri forti e difensore dello status quo, che garantisce la classe medio-alta e si tiene buoni i disperati con un po’ di assistenzialismo, che considera la scuola e la sanità pubblica l’ultimo dei valori costituzionali da difendere: quell’oggetto, insomma, che la destra italiana non è stata in grado di concepire e realizzare. Magari è anche una buona idea, qualcosa che serve all’Italia. Ma – se è così – non è più la mia casa, perché la mia casa è dove le parole equità e solidarietà, ecologia e sviluppo sostenibile, beni comuni e redistribuzione della ricchezza hanno ancora un senso. La mia casa è in fondo a sinistra.

Una giornata da incorniciare

Laura Boldrini Presidente della Camera. Piero Grasso Presidente del Senato. Un portavoce dell’alto commissariato per i rifugiati e uno specchiato magistrato antimafia diventano la seconda e la terza carica dello Stato, fanno dei discorsi d’alto profilo che non si sentivano da molti anni in quelle aule. E essere italiani, stasera, ha un sapore un po’ diverso.

Il Partito Democratico, ispirato fra gli altri da quello che considero non da oggi il miglior candidato possibile alla segreteria del partito, Pippo Civati, decide di fare una scelta coraggiosa, rinunciando alla candidatura di Franceschini e Finocchiaro, e dà una lezione a tutti. Segnando anche la strada per le prossime scelte, che non potranno essere da meno, per qualità e rigore, rispetto a quelle fatte oggi.

Il Movimento 5 Stelle deve fare i conti con la politica vera, quella delle scelte: l’avvocato dei mafiosi Renato Schifani è equipollente al procuratore antimafia Piero Grasso? Di fronte a questa domanda il Movimento ha vacillato, i senatori grillini si sono riuniti in un’aula per una riunione e sono volati gli stracci. Qualcuno ha votato secondo coscienza. Grillo in serata ha diramato un dispaccio minaccioso e inquietante, a cui il popolo del web ha risposto con commenti in larga parte critici. Uno dice più o meno: “Ma vaffanculo”. Un bell’esempio di sintesi efficace; e un bel caso di nemesi, o di contrappasso.

I vari Alfano, Brunetta, Polverini, Gasparri hanno fatto dichiarazioni imbarazzanti che malcelavano un terrore e una crisi vera e profonda. Sono momenti difficili, bisogna avere umana comprensione per quei poveretti: che un Presidente della Camera dicesse parole chiare e nette sul fascismo e l’antifascismo è fatto che può creare traumi profondi in chi non è abituato.

Papa Francesco ha fatto una battuta straordinaria su Clemente XIV e i gesuiti, con una libertà inopinata. E poi ha deciso di riconoscere e rispettare l’ateismo di tanti giornalisti accreditati che stava incontrando: una scelta epocale.

A questo punto non mi resta che chiudere con le parole di Papa Francesco di quella sua prima sera: “Buon riposo”.

Il punto della situazione

Dopo uno stop di 24 ore (qui), vedo che:

1) si è scatenata l’artiglieria pesante, e faccio notare in particolare questo passaggio:

Il sistema politico di una nazione che ha fondato l’Unione Europea, dotata ancora di un minimo di orgoglio – ed  è questo il punto vero -, mette gli interessi generali davanti a tutto, prima dei destini personali di un leader, di una segreteria, del futuro di un partito, dell’identità e della purezza di una tradizione politica. Primum vivere .

Mi verrebbero da fare ironie su quasi ogni parola ma mi trattengo perché al ciuffo di FDB sono un po’ affezionato. E già che sia su posizioni simili a quelle di Brunetta è segno che sta passando un brutto momento, e non voglio infierire.

2) Scalfari non trova di meglio da fare che tirare una ramanzina agli elettori che hanno tradito il PD per Grillo: brutti, cattivi, così non si fa, bu! bu!

Circa un terzo dei voti di Grillo proviene da quei tre milioni e mezzo persi dal centrosinistra. Perché l’hanno fatto? Molti di loro hanno scritto al nostro giornale spiegando i loro comportamenti così: volevano dare una scossa al Pd, volevano che il suo spirito cambiasse, che il partito si rinnovasse da cima a fondo, ascoltasse la società, la rabbia dei giovani, la sfiducia e l’indifferenza dei lavoratori. In parte questo effetto l’hanno provocato, ma facendo pagare al Paese una situazione di ingovernabilità quale mai c’era stata dal 1947 in poi.

C’erano altri modi per provocare quella desiderata e desiderabile trasformazione? Uno sicuramente: potevano chiedere la convocazione immediata del congresso del partito e delle primarie che ne rappresentano il punto centrale; potevano – usando il web – autoconvocarsi e deliberare. Certo, ci volevano impegno e fatica. Invece hanno scelto la scorciatoia del voto a Grillo. E adesso che faranno? Come voteranno tra pochi mesi, perché così andrà inevitabilmente a finire? Se resta il “porcellum” Grillo probabilmente avrà la maggioranza assoluta oppure l’avrà Berlusconi con la conseguenza della perdita d’ogni credibilità del nostro Paese rispetto all’Europa.

Quando si vota con la pancia e si imboccano le scorciatoie accade quasi sempre il peggio e noi siamo nel peggio, più vicini allo sfascio che ad una palingenesi creativa.

3) I grillini si ritrovano, e parleranno di strategie facendosi dare la linea da Casaleggio, perché lui – dicono – sulla comunicazione ha costruito un impero e saprà dirci come si deve comunicare. Però la fanno a porte chiuse: strano modo di concepire il rapporto diretto con l’elettorato. Giusta, su questo la provocazione di Gad Lerner:

La malainformazione scrive che i neoeletti M5S s’incontreranno in un vertice blindato, segreto. Falso! Ci sarà la diretta streaming, vero?

Lì in mezzo probabilmente c’è di tutto, ma comunque non mi aspetto di trovare tanta gente disposta a usare perennemente i toni farneticanti del blog. Mi immagino, fra questi giovani uomini e giovani donne preparati e laureati, di trovare per lo più gente affezionata alla Costituzione, per esempio. Cominciamo a prendere nota di qualcuno, come Paola Taverna che dice parole sagge:

Tutti mi chiedono che fate. A me la chiusura non piace: da una parte siamo un modello di apertura e poi chiudiamo a tutti – dice ai colleghi – non perdiamo le persone che ci hanno portato qui. È la gente che deve fare politica e noi dobbiamo essere dei portavoce, oppure moriamo in tre mesi.

4) Il PD è nella melma, ovvio. Molto, moltissimo per sua colpa. E soprattutto adesso ha grossi problemi di credibilità quando propone programmi di drastico cambiamento mai sostenuti con convinzione, e simili a quelli di un movimento politico per il quale ha sempre nutrito un’ostentata e ostile indifferenza e che ora dovrebbe avere la bontà di aiutarlo a fare un governo. Discorso a parte vale per chi, nel PD, ha sempre predicato la necessità di un dialogo con il M5S e sui temi del cambiamento non ha mai avuto tentennamenti programmatici. Ecco: dare spazio e responsabilità a gente così forse restituirebbe un po’ di credibilità ad un partito che sennò fa la fine ipotizzata (auspicata?) da De Bortoli al punto numero uno.

5) Forse la soluzione è una sola. (Grazie Giallo!).

Postilla. Vedendolo stasera a “Che tempo che fa”, ho pensato che Bersani è stato un buon ministro, e sarebbe stato anche un buon presidente del consiglio: è umile, preciso, onesto, capace. Sembrava il candidato giusto quando le cose apparivano semplici, per il PD. Però, ora che il gioco si è fatto veramente duro, sembra venir fuori un limite politico: in situazioni come queste servono altre armi che non il bonario buon senso e la concretezza rassicurante. Servono la grinta e l’azzardo, per esempio. E la grinta di Bersani sembra quella proverbiale dell’agnello travestito da lupo. Sa un po’ di discesa dal carro del perdente, e un po’ me ne vergogno. Ma l’impressione che ho stasera, onestamente, è questa.

Civati, l’indignazione e l’ironia.

Allora qualche giorno fa ho scritto questo post su Pippo Civati e l’indagine che lo riguarda (nel suddetto post trovate tutti i link per approfondire la vicenda): gli contestano dei rimborsi spese (tremila euro in cinque anni) chiesti per la sua attività politica (francobolli e biglietti del treno: non lecca lecca e aragoste; anzi, proprio nulla da mangiare: nemmeno una pizza!). Una cosa che a me appare ridicola e che il povero Pippo sta spiegando pubblicamente sul suo blog con una pazienza e una dignità ammirevoli.

In quel post operavo una minima, banale, innocente messa in scena: io, che ero e sono un grande sostenitore del politico,Civati, facevo finta di essere deluso da lui, e di indignarmi per queste spese, abbandonandomi (per finta) alla retorica del “sono tutti uguali”. Dopo aver, nella prima parte, ricordato fra le righe tutti i meriti di Civati (la disponibilità, l’onestà, la competenza…) finivo per accusarlo di essere al livello di Fiorito, e elogiavo la “stampa libera” (con link al quotidiano “Libero”!) che finalmente aveva messo in luce tutto questo schifo ecc. Lo scarto fra prima e seconda parte, e la distanza fra imputazioni ridicole e il qualunquismo delle mie affermazioni mi sembrava così palese che ero sicuro che tutti avrebbero capito cosa volevo davvero dire, cioè fondamentalmente tre cose: 1) le accuse a Civati sono ridicole; 2) Civati resta il mio politico di riferimento per come sta affrontando la cosa; 3) l’antipolitica ha dato alla testa un po’ a tutti, e siamo capaci di trovare delle magagne anche nel più pulito (“il più pulito c’ha la rogna”, tra virgolette, recitava il titolo – forse un po’ sfortunato – del mio post). Ne aggiungo una quarta: 4) “Libero” non è “stampa libera”.

Ma – qualcuno dirà – perché ti metti a spiegare queste cose? Ecco, perché molta gente non ha capito, e ha pensato che davvero io mi fossi accodato alla tribù del qualunquismo indignato, che gli basta un niente per mettere in prima pagina il mostro, anche se il mostro invece è uno che ha sempre lavorato sodo, e ha sempre puntigliosamente reso pubblico ogni aspetto della sua vita politica. Qualcuno, addirittura, ha continuato a pensare che io mettessi Civati e Fiorito sullo stesso piano anche quando gli ho detto apertis verbis che stavo scherzando, che era un gioco al rovescio, che non aveva capito.

Da questa storia ho tratto qualche insegnamento, che vorrei condividere qui. Il primo è, ovviamente, che non sono stato un granché bravo ad usare l’arma dell’ironia. Un po’ per trascuratezza, un po’ per eccessiva sottigliezza (non volevo rendere il gioco troppo scoperto, ho finito per renderlo troppo criptico). Vabbe’, non sono uno scrittore e questo è un blog che lo leggono 10 persone: che volete da me?

Ma soprattutto, credo, non sono stato bravo perché non ho tenuto conto di due cose:

1) stavo scrivendo in un blog, e il mio pubblico sarebbe stato il pubblico frettoloso e distratto della rete, che apre un link e butta un’occhiata, che ormai è abituato ai 140 caratteri di un twit, che commenta (o, senza commentare, si fa un’idea del tuo pensiero) dopo aver letto il titolo e scorso velocemente il testo. Il mio post, invece, aveva una chiave di lettura che richiedeva l’attenzione a qualche dettaglio, per essere decifrato. Non sto dicendo che chi non l’ha capito è un cretino, intendiamoci: è un problema di concentrazione, di attenzione, che il mezzo (la rete dei social network, della fruizione per mezzo di ipad per capirci) forse non prevede, privilegiando altro. Anche a me probabilmente capita spesso la stessa cosa da lettore, con i contenuti degli altri.

2) stavo scrivendo in Italia, di una questione politica, in campagna elettorale: tre elementi che rendono complicata, ancora, l’attenzione alle sfumature: siamo tutti in battaglia, conta prima di tutto la propaganda, e poi siamo ormai abituati ad essere degli indignati in servizio permanente effettivo: se dico “magna magna so’ tutta ‘na razza” ai politici, ad un politico, non può essere che stia scherzando perché, diamine!, non si scherza con l’articolo uno della nostra costituzione materiale di questi brutti anni; articolo che recita più o meno così: “la politica fa schifo, e i politici sono tutti dei ladri e dei mascalzoni, nessuno escluso”. Così quello che voleva essere un post in difesa di Pippo Civati, e di denuncia dei mostri generati da anni di antipolitica, è diventato un atto d’accusa a Civati e un capolavoro di antipolitica. Bene così.

“Il più pulito c’ha la rogna”

Chi mi conosce lo sa: il mio politico preferito è stato a lungo Pippo Civati: pensavo che riunisse in sé meglio di chiunque altro competenze e visione, intelligenza e capacità di comunicare. Pippo Civati. Consigliere uscente in Lombardia, quando ha vinto le primarie che proprio lui ha tanto voluto sono stato contento, e pensavo che dopo essere entrato in Parlamento sarebbe diventato uno dei politici più importanti di questo paese.

Pippo ha quasi quarant’anni ed è diventato recentemente papà, ma mantiene l’aria di uno studente di filosofia fuori corso; fuori corso di poco però. Un dottorando, al massimo, toh. Questa cosa mi piaceva, più della boria di Renzi, più della sobrietà un po’ polverosa di Bersani. Ho anche rischiato di prendere sul serio la sua candidatura a Segretario del Partito Democratico: pensa te!

Mi piaceva la sua idea di fare politica girando il più possibile in mezzo alla gente, in tutta Italia, ma anche abitando da protagonista la rete (e pensavo: “se qualcuno considera ancora inconciliabili queste due cose, girare fra la gente e abitare la rete, ditegli che siamo nel 2013!”).

Negli ultimi anni Pippo ha tenuto in giro per l’Italia centinaia di incontri pubblici, ha scambiato idee con migliaia di persone; io che pure non mi muovo tanto me lo sono ritrovato a pochi chilometri da casa almeno quattro o cinque volte negli ultimi due anni, e le Marche non sono forse il posto più interessante, per un consigliere regionale lombardo. Lui però era fatto così: se lo invitavi veniva, si portava nello zainetto qualcuno dei suoi libri, ne parlava, si informava sulla situazione di qui. I libri li teneva nello zainetto. E arrivava guidando la sua C3 (“l’unica cosa che vorrei rottamare”, diceva con una delle sue battute più riuscite; ecco, un’altra cosa che mi piaceva era la sua ironia). Una sera ci ho anche fatto cena insieme: una pizza, di fretta come sempre in questi casi. Noi del circolo volevamo mostrarci ospitali con Pippo e pagargli la cena con una colletta; lui ha fatto i complimenti e poi sinceramente non mi ricordo come è andata a finire. Ma mi pareva bello che un politico insistesse per pagare la sua cena, e soprattutto mi pareva bello che non la pagasse a noi (che ti chiedi sempre ma chi diavolo paga, quando succedono queste cose – che peraltro a me non succedono mai).

Insomma, mi piaceva proprio questo Pippo Civati. Era un po’ la mia speranza.

E invece, adesso cosa ti vengo a scoprire? che con i soldi del gruppo consigliare del PD lombardo ha pagato i francobolli per mandare ai suoi elettori una lettera di rendiconto delle sue attività. Che una volta s’è fatto pagare un pernottamento, qualche biglietto del treno e un biglietto aereo (lui dice che l’ha scelto solo perché costava meno del treno). E ha pure preso una trentina di volte il taxi.

E’ vero che queste cose lui le ha sempre rese pubbliche prima ancora che glielo chiedessero; è vero anche che negli ultimi tre anni ha fatto centinaia di incontri, e decine di migliaia di chilometri con la sua C3 – senza rimborso alcuno. E’ vero che ha speso di tasca sua diverse decine di migliaia di euro per girare l’Italia, per andare a proporre le sue idee alla gente (ma del resto nessuno lo obbligava: poteva restarsene nel suo collegio lombardo come fanno tutti i consiglieri regionali); vero anche che non ha pagato con soldi pubblici cene, aperitivi elettorali e simili. Nemmeno il suo banchetto nuziale, se è per questo, anche perché mi sa che non è sposato.

Però quei 3000 euro di francobolli e spostamenti se l’è fatti rimborsare. Senza ritegno. E per fortuna che almeno ha sempre rendicontato tutto. Bontà sua.

Ora che giustamente per questi misfatti la magistratura lo ha invitato a comparire, la stampa libera ha potuto raccontare la verità su quest’uomo, e io ho dovuto dire addio a una delle poche speranze che m’erano rimaste per il futuro dell’Italia. Lo devo dire: Pippo, mi ha deluso profondamente. Tremila euro in 5 anni: con tremila euro una famiglia va avanti un mese e tu ti sei fatto rimborsare i francobolli. Con tremila euro una persona prende il caffè la mattina per dieci anni e tu ci prendi il taxi.

Insomma: è proprio vero che siete tutti uguali. Allora tanto vale votare Berlusconi o Di Pietro, no? O Fiorito.

E poi quella volta non m’hai nemmeno pagato la cena. Anzi forse, non mi ricordo bene, l’ho pagata io a te.

La lettura dei primi commenti a questo post mi fa pensare che sia utile riportare qui un estratto dalla voce “ironia” del Vocabolario Treccani: “Nell’uso com., la dissimulazione del proprio pensiero (e la corrispondente figura retorica) con parole che significano il contrario di ciò che si vuol dire, con tono tuttavia che lascia intendere il vero sentimento: fare dell’i.; parlare con i.; cogliere l’idi una frasedi un’allusionenon s’accorse dell’idelle mie parole.” 

La “pista”

Dicembre; in tutte le case di campagna marchigiane di una volta (e in alcune di quelle odierne, come la mia) questo è il tempo della “pista”: l’uccisione e la lavorazione del maiale. Con la “pista” (il nome credo venga dal processo di pestaggio, compressione, della carne negli insaccati, ma chiedo aiuto ai lettori esperti di dialetto marchigiano), dal maiale si tiravano fuori, grazie alla sapienza e all’impegno degli uomini di una volta, le prelibatezze che tutti conosciamo: dal prosciutto al ciauscolo, dalla coppa al lonzino…

Ora ne abbiamo un altro di porcello, anzi di “porcellum”, da lavorarci per bene, per cercare di tirarne fuori qualcosa di meglio, di più digeribile, di quel che è adesso.

Lavoriamocelo, dunque, questo “porcellum”, visto che non c’è nessuno a Roma in grado di modificarlo e trasformarlo: cominciamo con una cosa piccola, per esempio aderendo alla petizione on line per chiedere al centrosinistra di fare le #primarieparlamentari (basta cliccare su questo link, poi puoi diffondere la cosa sui social network, o via mail, se ti va): è un modo per scegliere direttamente, come sarebbe giusto, chi ci rappresenterà, invece di accontentarci dei nomi (di solito difficili da digerire, molto più del salame più speziato, molto più del guanciale più grasso…) che ci propinano dall’alto.

Quindi votate! dissezionatelo voi dal basso quel porco “porcellum”! prendetevi la libertà di fargliela voi, la festa, a quei porcellini che si aggirano grufolanti in Parlamento!

Buone #primarieparlamentari a tutti.

Aggiornamenti.

#1 Le primarie per i parlamentari il PD le farà, e anche è per me una notizia grandiosa. Qualcuno, però, è talmente critico che fa pensare che lui avrebbe preferito le liste bloccate. Mah.

#2 Mio padre, che è l’esperto della situazione, mi fa cortesemente notare che nella foto c’è il momento dell’ammazzamento del porco, che tecnicamente con la “pista” non c’entra niente. Mi scuso.

#3 si attende ancora il supporto linguistico del Giallo.

Popolo e Popolino

Segnalo una lucida e impeccabile analisi politica di Paolo Cosseddu, in arte Popolino.

Si parla di come il leader (o aspirante tale) del centrosinistra non possa in alcun modo prescindere dal “corpaccione” di militanti del Partito Democratico, perché – semplicemente – quella è la massa critica che incarna e realizza (nel senso che rende reale) una certa politica; e mentre il voto d’opinione dopo le primarie (così come dopo le elezioni) scompare, il militante resta lì, a tener aperte le sedi, a fare politica sul territorio, a presidiare un’appartenenza e una serie di valori.

Si spiega anche come questa attenzione al “corpaccione” sia la cosa che più è mancata (ma forse non poteva essere che così) a Matteo Renzi in questa campagna.

Si dà anche, a mio avviso, un importante consiglio a chi voglia in futuro candidarsi a leader del PD.

Come ha già dichiarato di voler fare, al prossimo congresso, un caro un amico di Paolo, Pippo.