Rimanere indietro

Questa sera, con mezza orecchia, stavo ascoltando un dibattito televisivo fra Matteo Salvini e quella bella signora, com’è che si chiama?, quella bella signora che sembra tanto un’attrice francese e che prima era bersaniana, ma bersaniana convinta, e ora è renziana, ma renziana di brutto. Ecco, lei, avete capito no? Be’, facevo fatica a seguire il dibattito, perché Salvini parlava e io mi dicevo “Ecco la solita fregnacca, becera e un po’ fascistoide, che dice Salvini quando va in tivù”, però la simil-attrice francese, puntualmente, era d’accordo sulla cosa becera, un po’ fascistoide, sempre. Poi però è capitato una volta o due che Salvini parlasse e io “Toh, stavolta Salvini ha detto una cosa giusta. L’ha fatto perché è un paraculo, certo, non perché ci crede; però la cosa che dice – oggettivamente – è giusta”, ed era proprio in quel momento lì che la tipa, Carol Bouquet, si incazzava di brutto, ma tanto, e diceva che Salvini era vecchio, le solite storie, una politica passata e passatista, e compagnia bella. A quel punto ho lasciato perdere, e mi son messo a pensare ad altre cose.

Matteo Orfini, presidente (seconda puntata)

Mentre alla radio ascolto Vittorio Sermonti leggere le Metamorfosi di Ovidio, mi viene (ognuno ha le sue perversioni) da segnalare questa ulteriore puntata di una metamorfosi psicologicamente molto interessante (interessante anche politicamente, ma meno).

Sulla quale, non posso che fare mio il commento di Ilda Curti (da facebook):

1.il governo ha assunto il ruolo di potere legislativo (Montesquieu fottiti) 2. I parlamentari votano la fiducia su decreti delega del Governo e non concorrono alla formazione delle decisioni (repubblica parlamentare fottiti) 3. I partiti ratificano nelle loro sedi le decisioni definite al punto 1) (politica fottiti) 4. Chi non concorda con le decisioni al punto 3 è rimandato al punto 1 e al punto 2 (minoranza fottiti) 5. c’e chi dice che a questo punto il parlamento potrebbe anche chiudere (democrazia fottiti) 6. Anche io non mi sento troppo bene, grazie.

Il nuovo, il bello, il vero

“Consideriamo prima la loro fondamentale ragione: ci vuole novità. Ma io dico: oggetto delle scienze è il vero, delle arti il bello. Non sarà dunque pregiato nelle scienze il nuovo, se non in quanto sia vero, e nelle arti se non in quanto sia bello.” (Pietro Giordani, Un Italiano risponde al discorso della Staël, “Biblioteca Italiana”, 1816).

E nella politica? La novità, da sola, è un valore? E se lo è, da sola, basta?

[Riguardando questo post, mi rendo conto che potrebbe provocare un sacco di semplificazioni e polemiche. Magari! ]

Nomination

Queste primarie del centrosinistra stanno portando, secondo me, molte novità positive, e una certa chiarezza.

Io, per esempio, ho fatto fra me e me chiarezza su Matteo Renzi. Nel senso che per me è chiaro che ha individuato un problema, ma non è la soluzione giusta. Fra l’altro credo anche che, contro la sua stessa volontà, la sua battaglia risulterà alla fine molto utile al Partito Democratico, per una evidente eterogenesi dei fini. E’ questione lunga che non posso affrontare stasera, ma ci tornerò.

La mia perplessità su Matteo Renzi, lo confesso, era all’inizio prepolitica, quasi istintiva: la vogliamo chiamare antipatia a pelle? la vogliamo collegare con qualche mia esperienza non troppo felice con certa “fiorentinità” sinistrorsa e snob? Fate come vi pare: lo confesso, all’inizio era così: non lo potevo sopportare. Come persona, proprio. Per la faccia.

Poi ha lanciato la campagna  per le primarie, e ho visto come si è mosso: a quel punto, per fortuna, la generica (e irrilevante) perplessità prepolitica è stata del tutto oscurata da una precisa (e decisiva) perplessità politica. Riguarda i programmi, ovviamente; il suo intendere la sinistra, ancor più ovviamente; la sua passione per il labu-liberismo, naturalmente; la sua timidezza sui diritti, ecc. ecc.

Ma queste sono cose complicate, che non posso affrontare nel dettaglio stasera e che devo comunque approfondire io per primo. Però certamente c’è una una cosa precisa che non mi piace, e sulla quale ho maturato una convinzione solida: il personalismo. Un personalismo in chiave centrosinistra, ma non per questo meno pernicioso. Un personalismo che, ad esempio, non mi pare riconosca la necessità dell’esistenza e del funzionamento di un partito con le sue strutture democratiche e la sua storia nel tessuto di un Paese (una storia e una struttura che il Partito Democratico ha, e che non mi piacerebbe venissero buttate via). Un personalismo che, mi pare, non è molto rispettoso nemmeno verso le istituzioni.

Siccome l’ho fatta già molto più lunga di quanto volevo, faccio solo un esempio. Renzi, in pratica, è uno che alla domanda (di Repubblica, stamattina) “D’Alema e Veltroni potranno essere ministri?”, risponde serenamente così: “Per me è anche un addio al governo. Non so per Bersani. Se vinco io, è chiaro che non li nominerò“. Dico io: grazie al cavolo! E’ chiaro che non li nominerà lui, semplicemente per il fatto che i ministri li nomina – finché regge quel vecchio pezzo di carta che si chiama Costituzione della Repubblica Italiana – il Presidente della Repubblica. A me pare che uno che si vuole candidare a guidare un paese come l’Italia a queste cose dovrebbe stare attento. Ma forse sono solo un vecchio pedante da rottamare.