Ho scritto a un grillino

Ieri sera, senza pensarci troppo, quando ho visto questa pubblica confessione (clima da autodafè, o da purghe staliniane) ho scritto al grillino. Ecco la lettera:

Giuseppe, non ci conosciamo e il mio commento non conterà per te nulla perché, ehm, lo confesso: io sono del PD. Di minoranza, sempre eretico e quindi fuori da ogni logica di potere ma sì, confermo: sono del PD. Credo ancora nei partiti: sono di una razza in via d’estinzione. Non ti scrivo quindi per dirti che hai fatto bene o male a votare così o cosà, o a dichiararlo pubblicamente. Non è questo. Il punto è che nel tuo messaggio ho visto la paura e lo spaesamento di chi si trova in una macchina che rischia di schiacciarlo: fra il boss che manda dispacci via blog, il ruolo istituzionale che comunque c’è, una base a cui vorresti rispondere delle tue azioni ma che è difficile capire, conoscere, nella selva del web che si rivela ben più complicata del paradiso che sembrava prima, quando si trattava solo di criticare il sistema. Ecco: l’unica cosa che vorrei dirti è questa: tu ora sei pagato (magari con lo sconto, ok) da tutti gli italiani per fare il bene dell’Italia, non per criticareebasta, controllareebasta, mettereinomisuibicchierinidicartacosìnonsisprecalaplastica; no: avete preso un fottìo di voti o ora dovete cercare di farne qualcosa di buono per questo paese. Avete in mano un’occasione storica, compresa quella di far fare un salto di qualità a questo PD finora pigro e incastrato in logiche di potere. Guardatevi intorno, in Parlamento c’è un sacco di gente giovane e volenterosa come voi: prendete in mano il futuro di questo paese, senza paura, e senza questi toni da Alcolisti Anonimi, o da seguaci di Savonarola. Le ossessioni maniaco-compulsive di un paio di caporioni non possono impedirvi di fare la rivoluzione per cui siete stati eletti.
Buon lavoro, e auguri.
G.C.

Non mi ha risposto.

 

Scatenare l’inferno (col sorriso)

Vedo che a volte Matteo Renzi conclude i sui messaggi su facebook, i suoi twit, le sue uscite con la formula di saluto “un sorriso“. Magari prima di questo sorriso ha detto cose ciniche e durissime, ma va bene, si deve sempre chiudere con una nota sorridente. E’ la sua tecnica: magari prova a distruggere il giocattolo delle primarie (rovinando con questo anche il partito che quelle primarie ha organizzato, e che dovrebbe fra parentesi essere anche il suo), ma poi lancia messaggi distensivi all’ultimo momento (e li chiede: il messaggio distensivo che a suo dire dovrebbe lanciare Bersani sarebbe: ok, visto che Matteo ci tiene così tanto, facciamo votare chi vuole, al secondo turno, anche se le regole stabilite erano diverse…).

Perché questa faccenda delle regole a me pare non essere così secondaria. Anzi, mi pare la cosa che meglio dimostra il vero carattere, cinico e spietato, di uno dei contendenti.

Le cose io le ho capite così: s’era deciso che al secondo turno poteva votare chi si era iscritto per il primo. Si lasciava poi una clausola di salvaguardia per casi eccezionali di persone che non avessero potuto iscriversi entro il primo turno per motivi indipendenti dalla loro volontà. C’era la regola e c’era la clausola per garantire chi si fosse trovato in condizioni eccezionali, insomma.

Renzi però ha deciso di usare l’eccezione per stravolgere la regola: ha lanciato (sui giornali, su web) il messaggio che al secondo turno poteva votare chiunque; ma è ovvio che se c’è una iscrizione in massa per il secondo turno, è difficile pensare che sia una massa di casi eccezionali; è chiaro che si sta usando un cavillo (forse lasciato troppo nel vago) per stravolgere il senso della regola. Insomma: il regolamento lasciava quello spazio confidando nella lealtà delle parti in causa, ma se una parte slealmente prova a forzare il tutto, è normale che i Garanti intervengano in senso restrittivo. Così è stato (di qui le polemiche volutamente pretestuose sulle “giustificazioni”…).

Ora Renzi, nella notte dell’antivigilia del voto, ha fatto una cosa gravissima: ha mandato, a tutti quelli che hanno provato ad iscriversi fuori tempo massimo attraverso un sito da lui creato, una mail che dice che loro hanno diritto di votare, anche se i Comitati ufficiali si sono espressi in senso contrario, e invita tutti a recarsi alle urne e chiedere di votare. Insomma: si auspica un assalto ai seggi di gente che chiede con la forza, non in base ad una regola, di votare, con il rischio concreto che salti tutto, o che comunque il risultato delle primarie possa essere rovinato da uno strascico polemico infinito.

Pensate se un’operazione del genere fosse fatta con le elezioni “vere”, ad esempio: la legge non prevede le preferenze, però un partito spinge i suoi elettori a metterle lo stesso nella scheda e poi – visto che l’han fatto in tanti – chiede che quelle preferenze vengano riconosciute come valide. E se lo Stato non lo facesse cominciasse a denunciare la mancanza di democrazia. Ecco, appunto, la democrazia: in uno scenario del genere, che ne sarebbe della democrazia?

Io sono, in definitiva, preoccupato per domani. Spero che tutti i soggetti coinvolti mostrino ragionevolezza e rispettino le regole (i renziani più di Renzi). E spero davvero che, per l’Italia e per il Partito Democratico, vinca Bersani. Perché il cinismo di questo Renzi che si gioca il tutto per tutto a me comincia a fare davvero paura.

Molto su questo ha detto, molto bene, il solito Leonardo.

Parole gravi e avventate

Non riesco a trovare nemmeno un briciolo di ironia e di distacco, nel segnalare quel che il Presidente del Consiglio Mario Monti ha dichiarato poco fa in una nota trasmissione televisiva.

Monti dice due cose semplici e gravissime: una, che gli insegnanti, non accettando l’aumento (che è un sopruso) di sei ore di lezione settimanali a parità di stipendio e senza nessuna contrattazione, si sono dimostrati “non generosi”. Due, che per difendere i loro privilegi hanno strumentalizzato la rabbia degli studenti. La prima accusa è maldestra e pelosa, la seconda infamante e semplicemente stronza.

I giovani sono arrabbiati perché la politica e l’economia dissennata degli ultimi decenni hanno scaricato sul loro futuro il peso dei loro sprechi, delle loro inettitudini. La scuola è l’unica istituzione che con generosità ha continuato a dare loro qualcosa, anche quando è stato difficilissimo farlo. Non so davvero quale sia il piano perseguito (temo non ce ne sia nessuno) ma in ogni caso provare a mettere zizzania fra gli insegnanti e i loro alunni non può portare davvero niente di buono. Il bello è soltanto che non succederà, perché per fortuna i ragazzi sono intelligenti e critici, e sanno distinguere la dedizione di un insegnante dalla parole vuote di un tecnocrate.

Ma Monti non parlava agli studenti, stasera, parlava all’opinione pubblica, per convincerla ancora di più che gli insegnanti della scuola pubblica sono uno spreco di risorse, dei fannulloni. Magari da questo spera di ricavare l’avallo ad altri tagli ad un sistema già al collasso.

Io penso che Monti non sappia nemmeno di cosa sta parlando: non sa che dopo la riforma Gelmini le cattedre sono già frammentate e le classi numerosissime, che noi prof lavoriamo tantissimo a casa per dare un’offerta di qualità accettabile in un contesto difficilissimo, e che aumentare di 6 ore (lui maldestramente e ipocritamente parla di 2, ma ne erano previste 6) la nostra cattedra significherebbe aumentare di almeno 12 ore il nostro orario di lavoro settimanale, rendendo la nostra vita un caos in cui sarebbe impossibile studiare, lavorare per la qualità e la didattica che lui auspica. Ha ragione, Monti, quando dice che bisogna rinnovare la scuola e la professione insegnante, ma per farlo bisogna partire da una discussione comune, da un contratto, da una riforma vera della scuola, fatta per seguire un’idea moderna, non (come è stato fatto da Gelmini-Tremonti) per trovare il modo di tagliare 8 miliardi dal bilancio del ministero.

Questo è quello che riesco a dire ora, a caldo, quando le parole fanno anche fatica ad uscire per la rabbia e l’indignazione. Di certo è ormai ineludibile che si faccia qualcosa per comunicare davvero all’opinione pubblica quel che è davvero il nostro lavoro, la sua importanza, la sua necessità.


La foto l’ho scattata ieri, alla manifestazione Cgil di Roma. Sono orgoglioso di esserci stato, stasera ancora di più.

I love my chains

C’era una volta l’ora di italiano, nella scuola di Giovanni Gentile. Il professore spiegava dalla cattedra la sua lezione e poi interrogava: “Filippini, vieni tu”, Filippini si alzava e ripeteva la lezione e il professore gli dava il voto, il voto “orale”. Dopo un po’ si faceva il tema, il professore correggeva il tema e Filippini aveva il suo voto, il voto “scritto”. Alla fine del quadrimestre avevi la media dei voti delle interrogazioni, che si chiamava “orale”, e la media dei temi, che si chiamava “scritto”. Era semplice, lineare.

Col tempo le cose hanno cominciato a cambiare: quando è iniziato? nel Sessantotto? con le nuove pedagogie degli anni Settanta? Con l’edonismo degli anni Ottanta? Non so. So solo che nel 2001, quando è arrivato a scuola il prof. G.C., le cose non erano più così semplici e lineari. Il concetto di tema era superato, e si parlava di cose dai nomi molto più difficili: trattazione sintetica, saggio breve, testo argomentativo… roba così, insomma, che solo a far capire cos’era alla classe ci metti un mese. Anche le interrogazioni non sono più quelle di una volta, perché le classi sono numerosissime, le cose da fare sono tante e il tempo è poco: se interrogo per venti minuti un ragazzo a finire il giro ci metto tutto l’anno scolastico. Così ci siamo inventati delle cose strane, anche semanticamente improbabili, come le “verifiche scritte valide per l’orale”. Come dire: ti vendo una bicicletta e ti dico che è un motorino, mangio una frittata e la chiamo salsiccia. Dagli insegnanti di italiano ci si aspetterebbe che usassero con proprietà le parole, invece… Invece valutiamo sotto la voce “orale” (da os,oris “bocca”) prove svolte per iscritto. Frittate per salsicce, o viceversa.

Ci dicevamo: e vabbe’, è colpa del Ministero che ci impone ancora questa distinzione ormai anacronistica fra scritto e orale: spesso la didattica è trasversale, le verifiche sono di millemila tipi, queste sono etichette che non funzionano; magari sarebbe meglio dare un voto per le “conoscenze” e uno per le “abilità” (spesso capita che uno studi tantissimo e abbia tante conoscenze e poi non sia capace di usarle, allo scritto o all’orale che sia); che poi spesso l’orale falsa anche i voti, perché basta che uno abbia una buona loquela e riesce a mascherare le lacune meglio di quello più impacciato (il prof di solito se ne accorge della fuffa, ma l’alunno dice: “ma ho parlato sempre, ho detto un sacco di cose…”, e tu fai fatica a spiegare). Colpa del ministero che ci impone tutto questo, dunque, e non possiamo farci niente. Così noi ci adattiamo, e in qualche modo facciamo uscir fuori, alla fine del quadrimestre, un voto da scrivere sotto la casella “scritto”, uno sotto la casella “orale”, magari con qualche forzatura e qualche fatica inutile.

Adesso, con un colpo di genio davvero inaspettato, il Ministero ci suggerisce di adottare già nel primo quadrimestre un unico voto, che riassuma tutte le valutazioni date con i vari tipi di prova (scritti, orali, pratici, casting, sorteggio, quel che vi pare); suggerisce, ma lascia la decisione a noi docenti. Dico: evviva, si sono accorti che quelle etichette sulle pagelle sono una catena inutile, per una volta chi comanda riconosce all’insegnante una maggiore indipendenza, lo lascia libero di scegliere il tipo di verifica adatta alle necessità del suo lavoro nella sua classe: gaudeamus!

Si fa la riunione per decidere su questo punto: io ci vado sicuro che non ci sarà nemmeno da discutere, perché quale insegnante voterebbe contro una proposta che gli lascia maggiore libertà senza di fatto togliergli nulla? Ma nessuno, ovviamente. Infatti gli insegnanti di tutte le materie votano per l’adozione del voto unico. Tutti tranne quelli di italiano e latino e greco: “e perché un voto solo toglie dignità alla materia”, “e perché i ragazzi non capirebbero se vanno male allo scritto o all’orale”, “e perché all’esame di stato comunque c’è una prova scritta…”, “e perché…”. Insomma: nella mia scuola continueremo a dare un voto per lo scritto e uno per l’orale (continuando a fare verifiche “scritte valide per l’orale”, ovviamente!).

“Ti prego, dài, stringi più forte. Ah, come godo…”

Ciò che non vogliamo

Casini, per spiegare come mai ha votato la proposta di     legge che fa scattare il premio di maggioranza solo se si supera l’ineffabile soglia del 42,5% (e perché non il 44 e 2/3, o il 41+pigrecomezzi?), dice:

Vogliamo lasciare una legge elettorale che permette a Bersani e Vendola di raggiungere il 55 per cento con il 30 per cento dei voti? Chi vuole questo alzi la mano: io non lo voglio.

Se non altro non lo si può accusare di mancanza di chiarezza: nella torta voglio starci pure io, e che governino Bersani e Vendola da soli non mi va, quindi appoggio la proposta del PDL (con cui polemizzo ogni giorno) contro il PD (con cui ogni giorno danzo il minuetto delle alleanze). Qualcuno però faccia sommessamente notare al bellimbusto Casini che la legge che ora denuncia, la legge che ora sembra minare le basi democratiche della competizione politica, nel 2005 l’ha votata lui, non il Mago Merlino!

Sui possibili suggerimenti da dare a Bersani a questo punto, è abbastanza difficile non dare ragione a Gilioli.

 

Scuola “lunare”

Ho trovato davvero lunare che il Ministro dell’Istruzione (ecc.) della Repubblica Italiana decidesse di girare uno spot sull’importanza della scuola, e sull’amore che le si deve, non in una scuola pubblica ma in una scuola privata di Milano (la Deutsche Schule Mailand, peraltro! 5400 euro annui di retta, peraltro!). Una scuola nuovissima e con una biblioteca fantastica. Credo che la dica lunga sull’importanza che alla scuola pubblica si riconosce in questo paese.

Trovo altrettanto lunari le giustificazioni del ministero (“La scuola statale in ogni caso comprende la scuola pubblica e la privata parificata – aggiungono da viale Trastevere – E quella tedesca rientra nella scuola italiana. Si tratta di polemiche prive di fondamento”, dall’articolo di Repubblica già linkato). Così come le reazioni di Roberto Vecchioni, testimonial dello spot, che dice che è una polemica strumentale di professori della scuola pubblica giustamente incazzati. Grazie, Rob, sei tutti noi. [l’episodio mi ha fatto tra l’altro scoprire questo articolo sul Vecchioni professore di scuola pubblica].

Ho cominciato a vedere qualche reazione in giro, mi ha colpito quella di Riccardo Luna, estensore del testo, che dice che la scelta è stata fatta per risparmiare, visto che la scuola italiana non garantiva alla produzione la disponibilità dei locali di sabato. [!]. Ho scritto un commento in cui spiegavo che la cosa sembrava quantomeno improbabile, ma vedo ora che i commenti sono momentaneamente sospesi: forse non sono stato l’unico a fare osservazioni (update: ho poi scoperto che la sospensione dei commenti sul post è legata a motivi tecnici) ! Come mi ha colpito il post di Gianni Sinni che, riprendendo quello di Luna, dice “Ma come! Al Ministero non sono capaci di tenere aperta una scuola di sabato per una cosa del genere! Allora se lo meritano di andare in malora” (interpreto un po’ liberamente). Ma per favore, non cadete dal pero, siete professionisti della comunicazione!!!

Ecco, come dicevo, ho trovato tutta questa storia lunare.

Il testo dello spot però lo condivido in larga parte, soprattutto il finale:

Cerchiamo con tutte le forze di cambiare quello che non va, ma non smettiamo mai di amarla la nostra scuola, perché un futuro migliore per tutti è scritto nel miglior presente che riusciamo a realizzare insieme.

Chi parla male

Adriano Sofri probabilmente sarebbe stato un grande filologo, sulla scia magari del da lui tanto ammirato Sebastiano Timpanaro, se non avesse fatto altro nella vita. Stamattina ha esercitato la sua capacità di analisi e di esegesi sulla sentenza alla base dei fatti che hanno coinvolto quel disgraziato bambino in tuta blu; fatti che tutti conoscono ormai fin troppo bene.

L’articolo si Sofri mi ha fatto venire in mente tante cose: una scena memorabile di Palombella rossa, una pagina ancora più memorabile di Una storia semplice di Leonardo Sciascia (e relativa scena – molto fedele – del film, con il grandissimo Volontè); i commenti ad un concorso di magistratura di qualche anno fa, e anche la brillante prosa di uno, che fra l’altro, ha diretto un giornale quotidiano con una nobile storia dietro le spalle.

Cartacce, un anno dopo

Ormai quasi un anno fa pubblicavo un post, Cartacce, sul problema delle fotocopie a scuola, e lamentavo il fatto che nella mia scuola era stato istituito un registro nel quale ogni insegnante doveva denunciare il numero di fotocopie fatte per la sua attività didattica, in vista di un successivo controllo da parte di non meglio precisate autorità superiori (essendo notoriamente gli insegnanti gente di cui non c’è da fidarsi…), mentre nessun tipo di limitazione veniva imposta alle infinite (e quasi sempre inutili) fotocopie fatte a fini burocratico-archivisti.

Aggiornamento: quest’anno ci è stato assegnato ad ogni insegnante un codice per effettuare le fotocopie. Dopo un certo numero di fotocopie (un numero ridicolo) il codice bloccherà automaticamente la fotocopiatrice, e se quella mattina dovessi avere un compito in classe, be’, già mi immagino la ola. Le fotocopie e le stampe fatte per motivi burocratici restano, invece, com’è ovvio, fuori controllo.