Bau-sète!

All’interno del partito c’erano divisioni simili a quelle che in seguito si sarebbero chiamate correnti e tendenze. Mi pare che allora le pensassimo in forma di “ali”. La divisione di fondo (come è noto a chi s’interessa dell’argomento) era tra i seguaci di “[omissis]” e quelli di “[omissis]“, che tradizionalmente si identificano con “l’anima liberale” e “l’anima socialista” del [omissis]. In realtà il contrasto si percepiva in molti modi, pragmatismo/utopia, empirismo/ideologia, moderazione/radicalismo.

Ciò che mi colpì più vivacemente fu la violenza psicologica del contrasto. A certi livelli era il nostro contrasto più sentito. Da ciascuna delle due posizioni pareva che i “compagni” sul versante opposto fossero più odiosi, più detestabili degli avversari degli altri partiti. Cercai di formulare una “legge” della psicopatologia politica: che l’animosità, in politica, è inversamente proporzionale alla distanza, e massima tra i vicinissimi. Se c’è qualcosa di vero in questa legge, il compagno di partito che non la pensa come te non è un estraneo che può pensarla come crede, ma un mezzo transfuga, una specie di traditore. I comunisti si possono vedere come fatti della natura coi quali sarebbe assurdo prendersela; i socialisti, non si sa che bisogno c’era, paiono comunisti mancati, però anche loro, sia pure un po’ a torto ci sono, sono fatti innaturali della natura. Ma tu, nel mio stesso partito, tu no: tu non sei un fatto della natura, tu sei responsabile di ciò che sei, un compagno, un apostata, un colpevole.

Il discorso naturalmente si può ripetere nell’altra direzione: l’Italia è il paese dei reazionari, neri di sottana o di camicia: sono tristi fatti della natura. In questo momento i fascisti non si vedono molto ma in cambio si vedono molto bene i cattolici. E’ ovvio che i Italia i cattolici ci sono, non c’è niente da fare; ma che tu, nel mio stesso partito, mi venga a parlare di centralità e di equilibrio, di moderazione e di diplomazia, questo è insopportabile…

Eravamo tutti d’accordo sul fatto che il partito era “di sinistra”, anzi era l’organo più vitale della sinistra italiana, il suo cuore moderno. “Sinistra” partecipava simultaneamente della natura di un pacchetto “col suo contenuto articolato in pi con uno, pi con due, pi con tre, ec.) e anche della natura di un unico pezzo di torrone (Ti maiuscolo con n).

L’emporio celeste di conoscimenti benevoli

Un mio amico, Angelo, con un suo post su Facebook di questo pomeriggio, mi ha definitivamente convinto che la sinistra italiana è entrata dritta dritta in un universo borgesiano. Questo il post:

Dunque, se non sbaglio questa è la situazione a sinistra (più o meno) e dintorni:
1) PD, Renzi e amici vari
2) Gli scissionisti di D’Alema e compagni
3) Sinistra italiana, Fratoianni, Vendola…
4) I futuri scissionisti di SI, Scotto e altri
5) Possibile, Civati
6) Pisapia e dintorni (ma forse si uniranno al numero 4)
7) De Magistris per i cacchi suoi
8) Rifondazione Comunista, Ferrero

Considerando che dopo l’assemblea PD di oggi i punti 1 e 2 avranno bisogno di diverse ulteriori partizioni, e che questo avrà conseguenze a cascata su diversi dei punti seguenti, è ormai certo che anche questo elenco merita un suo posto nell’Emporio celeste dei conoscimenti benevoli, l’enciclopedia celeste citata da Borges ne L’idioma analitico di John Wilkins (Altre inquisizioni), insieme all’altro, già noto:

Codeste ambiguità, ridondanze e deficienze ricordano quelle che il dottor Franz Kuhn attribuisce a un’enciclopedia cinese che s’intitola Emporio celeste di conoscimenti benevoli. Nelle sue remote pagine è scritto che gli animali si dividono in (a) appartenenti all’Imperatore, (b) imbalsamati, (c) ammaestrati, (d) lattonzoli, (e) sirene, (f) favolosi, (g) cani randagi, (h) inclusi in questa classificazione, (i) che s’agitano come pazzi, (j) innumerevoli, (k) disegnati con un pennello finissimo di pelo di cammello, (l) eccetera, (m) che hanno rotto il vaso, (n) che da lontano sembrano mosche.

Cioè, spiegatemi…

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Non ho visto il confronto tv Renzi-Zagrebelsky. Ma a scorrere la timeline di Facebook sembrerebbe che di confronti ce ne siano stati in realtà due. Uno in cui un autorevole signore d’altri tempi, che parla come Pertini ed ha più o meno la stessa statura morale del vecchio Presidente, ha dato lezioni di Costituzione e senso dello Stato al Bomba. Un altro in cui un coraggioso e intraprendente giovane politico, che ama davvero l’Italia e guarda al futuro, ha rimesso al suo posto un vecchio trombone accecato dal furore ideologico.

Cioè, spiegatemi.

 

(bonus track)

Fruchtbarkeit oder Rastafarianismum

Ok, i grafici nazi erano bravi, lo sanno tutti. Ma non per questo ti ci devi ispirare per forza…

(Si scherza, eh, in realtà credo si tratti molto più banalmente di questo: un grafico malpagato e non attrezzato culturalmente per maneggiare temi delicati ha usato immagini di stock a spender poco, facendo una veloce ricerca per parole chiave, tipo “giovani felici e in salute” o “giovani che consumano droghe” – ma l’inconsapevolezza è se possibile ancor più grave della malafede)

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La versione di Lillo

I miei venticinque lettori (non è modestia, più o meno i numeri sono quelli), o almeno quelli più assidui, avranno notato che in questi ultimi mesi di politica ho parlato pochissimo: è stata una scelta precisa, dettata dalla necessità di elaborare la triste fine della mia breve esperienza “civatiana” nel PD. Non voglio derogare troppo a questa regola, e allora, invece di parlare io, mi approprio delle osservazioni sul voto di ieri di un giovanissimo dirigente siciliano –  e nazionale – dei Giovani Democratici, Lillo Colaleo, che condivido in toto (da Facebook, grassetto mio):

Politicamente è un disastro. Consensi del PD vistosamente diminuiti sia in termini assoluti che percentuali (si naviga tra l’11% di Napoli al 28% di Milano, eccettuato il 35% di Bologna). Delle candidature principali nessuna sfonda ed il risultato politico positivo desiderato diviene l’arrivo al ballottaggio. Di fatto, è il disastro del Partito della Nazione come modello politico e culturale: il PD senza il centro-sinistra è una forza politica destinata all’isolamento (e tutto questo ricorda tanto il PD di Veltroni), che non solo ha perso la sua bussola e non riesce più a guidare il centro-sinistra (qualcuno, paradossalmente, pensa di voler misurare il PD rispetto a Sinistra Italiana anziché rispetto al Centro-Destra), ma che, a quanto pare, pur avendone imbarcato una quantità imbarazzante di ceto politico, non riesce a guadagnare neppure consensi al centro e tra i moderati. E questo, tranne a voler tenere le bendi sugli occhi, dovrebbe farci riflettere un tantino. Continua a leggere

Bilanci

Paolo Mazzocchini traccia un lucido bilancio, ad un anno o quasi dalla sua promulgazione, della legge 107, mettendone in evidenza i tre aspetti più critici, critici perché nati da presupposti ideologici invece che dalle reali necessità della scuola: il meccanismo contraddittorio e inefficace del bonus agli insegnanti; l’alternanza scuola-lavoro, “un sacrificio cruento consumato sull’altare delle pretese di banche e confindustria” (che, prevedo, finirà malamente nel giro di pochi anni, a meno che non venga radicalmente ripensata nei metodi e nei fini); le scellerate assunzioni per il potenziamento che hanno portato migliaia di giovani (non sempre) e volenterosi (spesso) professionisti a poltrire nelle sale insegnanti in attesa di una supplenza, e che priveranno i più bravi fra i veramente giovani della possibilità di entrare a scuola per chissà quanti anni.

L’articolo si può leggere qui.

Aggiungo il link all’articolo di Ruggero, uno studente (ora universitario) che fa un altro bilancio, quelle delle lotte (studentesche e non) contro la 107.

Buona lettura.

Lanterne e lucciole

Il 22 novembre dello scorso anno ho scritto una mail al Segretario del Circolo del PD di Recanati, per annunciargli le mie dimissioni dal direttivo cittadino e la decisione di non rinnovare la tessera. Avevo rimandato a lungo – per senso del dovere, per non ammettere un errore di valutazione, per amicizia, anche – ma non ce la facevo proprio più, e le prospettive per il futuro, prossimo e lontano, erano se possibile anche peggiori, quindi gli scrissi queste cose (ho tagliato le parti meno interessanti, più contingenti):

Caro Segretario,

ti scrivo per comunicarti che ho deciso di dimettermi dal Direttivo del PD di Recanati, di cui sei coordinatore. È stata una scelta dolorosa, frutto della riflessione personale di molti mesi e di cui non ho voluto finora parlare con nessuno.

In questi mesi, dopo le feste dell’Unità provinciale e comunale di settembre […]  non mi sono fatto più vedere. E’ stato non solo per i nuovi impegni lavorativi, che pure c’erano, ma per una precisa scelta politica, dovuta al disagio nei confronti della nuova fase politica del PD, a tutti i livelli, da quello nazionale a quello locale. Ho infatti un giudizio del tutto negativo del governo e della cultura politica di chi guida il PD in questo momento, e non vedo in tutta onestà margini perché questo possa tornare ad essere un partito dove possa avere casa, magari insieme ad altre culture politiche, una sinistra che metta al primo posto la solidarietà, l’equità, la laicità: i valori che da sempre considero punti fermi della mia vita politica e non solo.

Gli elementi di dissenso sono molti, vengono da lontano, e non ho mai mancato di segnalarli; non è questo il luogo per una disamina dettagliata della deriva di questo Partito Democratico negli ultimi anni, dalle scelte di governo alle prospettive culturali e ideali. Mi limito a segnalare, a titolo di esempio, […] la scellerata – scellerata – politica del governo in carica sul lavoro e sulla scuola, indegne davvero, l’una e l’altra, di una tradizione che del rispetto della cultura e del lavoro aveva sempre fatto un punto qualificante. […]

Ma al di là dei casi singoli, quello che davvero mi preoccupa, e su cui voglio dire due parole, è l’impressione, sempre più chiara, che il Partito Democratico abbia rinunciato persino a cercare di costruire un’idea alternativa del futuro dell’Italia: in assenza di una cultura politica degna di questo nome, in assenza di una prospettiva, il Partito Democratico ha preso atto che non può far altro che accettare l’ideologia dominante di un mondo del tutto succube dell’economia e della finanza, e proporsi semplicemente come il più adatto a governare questo mondo, il più bravo ad amministrare l’esistente. Se è così, non mi interessa, perché è un progetto perdente. A fare i galoppini dei finanzieri saranno sempre più bravi quelli di destra! […]

Sono cose che continuo a pensare, anche se a dire il vero sull’ultima frase ho – ormai – qualche serio dubbio: anche il PD, in effetti, mi sembra francamente diventato bravissimo. Comunque.

Si parva licet, per qualche anno, a Recanati avevo svolto dentro il Partito Democratico più o meno le stesse funzioni di Pippo Civati a livello nazionale. Diverse a seconda delle fasi: coscienza critica, rompiscatole, minoranza della minoranza, organizzatore di eventi un po’ snob ma pieni di belle idee, collettore di energie diffuse più sul web che nella vita reale, eccetera; il tutto con una costante: non contare praticamente un cazzo nell’effettiva vita politica del partito. A controprova: la totale indifferenza del partito  per l’una e l’altra uscita, sempre si parva licet.

Dell’avventura che mi ha legato a Civati (da lontanissimo, visto che non ci siamo di fatto mai conosciuti direttamente) ricordo soprattutto un incontro che ho fatto, con una amica, in un paese qui vicino per sostenere la sua candidatura alle primarie: non conoscevamo nessuno, la candidatura di Renzi era supportata da un giovane politico di successo (attuale sindaco di quel paese, non a caso); pensavamo, insomma, di andare a prendere solo scoppole. Invece, pensa un po’, fu un piccolo trionfo: le idee e le parole di questi outsider (il giovane politico lombardo intelligente, telegenico e dalla battuta facile; l’oscuro professorino impacciato prestato per un attimo alla politica…) strapparono una manciata abbondante di voti fra i militanti storici di quel paesino lì. E’ stato, mi dico col senno di poi, forse il più grande successo della mia non-carriera politica: convincere quella dozzina di persone lì a votare Civati. Il che è tutto dire sulla mia carriera politica, peraltro.

Poi, dicevo, io sono uscito, a novembre. Contribuirono alla scelta anche le tristi sorti del movimento “civatiano” che vedevo frantumarsi intorno a me, confuso e disorientato. Il progetto nato con le primarie era andato a farsi friggere, e Civati sembrava non meno confuso e disorientato dei suoi sostenitori. Naturalmente mi aspettavo che anche lui se ne andasse, da un momento all’altro, ma a quel punto non sapevo più nemmeno tanto bene se mi interessava o no, non sapevo cosa sperare, né cosa aspettarmi, fuori da quella roba per me ormai incomprensibile e indigeribile che stava diventando il Partito Democratico.

Adesso che, 164 giorni dopo, pure Civati è uscito, mi chiedo cosa farà, cosa farò, e se da qualche parte nascerà un progetto politico in cui possa ancora riconoscermi. Per ora non vedo nulla di buono, fra deriva nazional-populista di Renzi, un mondo della sinistra imbarazzante per frammentazione e mancanza di proposte realmente progressive, movimentismi confusi e aggressivi. Vedo in questo paese un deficit enorme di cultura politica, e di cultura tout court. Il panorama mi appare scuro – le lanterne, o anche solo i lumini, tutti spenti. Dal balcone di casa, la sera, vedo che son tornate le lucciole di Pasolini, ma il messaggio che mi mandano col loro alfabeto morse è indecifrabile.

Rimanere indietro

Questa sera, con mezza orecchia, stavo ascoltando un dibattito televisivo fra Matteo Salvini e quella bella signora, com’è che si chiama?, quella bella signora che sembra tanto un’attrice francese e che prima era bersaniana, ma bersaniana convinta, e ora è renziana, ma renziana di brutto. Ecco, lei, avete capito no? Be’, facevo fatica a seguire il dibattito, perché Salvini parlava e io mi dicevo “Ecco la solita fregnacca, becera e un po’ fascistoide, che dice Salvini quando va in tivù”, però la simil-attrice francese, puntualmente, era d’accordo sulla cosa becera, un po’ fascistoide, sempre. Poi però è capitato una volta o due che Salvini parlasse e io “Toh, stavolta Salvini ha detto una cosa giusta. L’ha fatto perché è un paraculo, certo, non perché ci crede; però la cosa che dice – oggettivamente – è giusta”, ed era proprio in quel momento lì che la tipa, Carol Bouquet, si incazzava di brutto, ma tanto, e diceva che Salvini era vecchio, le solite storie, una politica passata e passatista, e compagnia bella. A quel punto ho lasciato perdere, e mi son messo a pensare ad altre cose.

Matteo Orfini, presidente (seconda puntata)

Mentre alla radio ascolto Vittorio Sermonti leggere le Metamorfosi di Ovidio, mi viene (ognuno ha le sue perversioni) da segnalare questa ulteriore puntata di una metamorfosi psicologicamente molto interessante (interessante anche politicamente, ma meno).

Sulla quale, non posso che fare mio il commento di Ilda Curti (da facebook):

1.il governo ha assunto il ruolo di potere legislativo (Montesquieu fottiti) 2. I parlamentari votano la fiducia su decreti delega del Governo e non concorrono alla formazione delle decisioni (repubblica parlamentare fottiti) 3. I partiti ratificano nelle loro sedi le decisioni definite al punto 1) (politica fottiti) 4. Chi non concorda con le decisioni al punto 3 è rimandato al punto 1 e al punto 2 (minoranza fottiti) 5. c’e chi dice che a questo punto il parlamento potrebbe anche chiudere (democrazia fottiti) 6. Anche io non mi sento troppo bene, grazie.