I love my chains

C’era una volta l’ora di italiano, nella scuola di Giovanni Gentile. Il professore spiegava dalla cattedra la sua lezione e poi interrogava: “Filippini, vieni tu”, Filippini si alzava e ripeteva la lezione e il professore gli dava il voto, il voto “orale”. Dopo un po’ si faceva il tema, il professore correggeva il tema e Filippini aveva il suo voto, il voto “scritto”. Alla fine del quadrimestre avevi la media dei voti delle interrogazioni, che si chiamava “orale”, e la media dei temi, che si chiamava “scritto”. Era semplice, lineare.

Col tempo le cose hanno cominciato a cambiare: quando è iniziato? nel Sessantotto? con le nuove pedagogie degli anni Settanta? Con l’edonismo degli anni Ottanta? Non so. So solo che nel 2001, quando è arrivato a scuola il prof. G.C., le cose non erano più così semplici e lineari. Il concetto di tema era superato, e si parlava di cose dai nomi molto più difficili: trattazione sintetica, saggio breve, testo argomentativo… roba così, insomma, che solo a far capire cos’era alla classe ci metti un mese. Anche le interrogazioni non sono più quelle di una volta, perché le classi sono numerosissime, le cose da fare sono tante e il tempo è poco: se interrogo per venti minuti un ragazzo a finire il giro ci metto tutto l’anno scolastico. Così ci siamo inventati delle cose strane, anche semanticamente improbabili, come le “verifiche scritte valide per l’orale”. Come dire: ti vendo una bicicletta e ti dico che è un motorino, mangio una frittata e la chiamo salsiccia. Dagli insegnanti di italiano ci si aspetterebbe che usassero con proprietà le parole, invece… Invece valutiamo sotto la voce “orale” (da os,oris “bocca”) prove svolte per iscritto. Frittate per salsicce, o viceversa.

Ci dicevamo: e vabbe’, è colpa del Ministero che ci impone ancora questa distinzione ormai anacronistica fra scritto e orale: spesso la didattica è trasversale, le verifiche sono di millemila tipi, queste sono etichette che non funzionano; magari sarebbe meglio dare un voto per le “conoscenze” e uno per le “abilità” (spesso capita che uno studi tantissimo e abbia tante conoscenze e poi non sia capace di usarle, allo scritto o all’orale che sia); che poi spesso l’orale falsa anche i voti, perché basta che uno abbia una buona loquela e riesce a mascherare le lacune meglio di quello più impacciato (il prof di solito se ne accorge della fuffa, ma l’alunno dice: “ma ho parlato sempre, ho detto un sacco di cose…”, e tu fai fatica a spiegare). Colpa del ministero che ci impone tutto questo, dunque, e non possiamo farci niente. Così noi ci adattiamo, e in qualche modo facciamo uscir fuori, alla fine del quadrimestre, un voto da scrivere sotto la casella “scritto”, uno sotto la casella “orale”, magari con qualche forzatura e qualche fatica inutile.

Adesso, con un colpo di genio davvero inaspettato, il Ministero ci suggerisce di adottare già nel primo quadrimestre un unico voto, che riassuma tutte le valutazioni date con i vari tipi di prova (scritti, orali, pratici, casting, sorteggio, quel che vi pare); suggerisce, ma lascia la decisione a noi docenti. Dico: evviva, si sono accorti che quelle etichette sulle pagelle sono una catena inutile, per una volta chi comanda riconosce all’insegnante una maggiore indipendenza, lo lascia libero di scegliere il tipo di verifica adatta alle necessità del suo lavoro nella sua classe: gaudeamus!

Si fa la riunione per decidere su questo punto: io ci vado sicuro che non ci sarà nemmeno da discutere, perché quale insegnante voterebbe contro una proposta che gli lascia maggiore libertà senza di fatto togliergli nulla? Ma nessuno, ovviamente. Infatti gli insegnanti di tutte le materie votano per l’adozione del voto unico. Tutti tranne quelli di italiano e latino e greco: “e perché un voto solo toglie dignità alla materia”, “e perché i ragazzi non capirebbero se vanno male allo scritto o all’orale”, “e perché all’esame di stato comunque c’è una prova scritta…”, “e perché…”. Insomma: nella mia scuola continueremo a dare un voto per lo scritto e uno per l’orale (continuando a fare verifiche “scritte valide per l’orale”, ovviamente!).

“Ti prego, dài, stringi più forte. Ah, come godo…”

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