Postille a un’intervista a Marc Fumaroli

Fumaroli Marc

Ieri è uscita su “Repubblica” questa intervista a Marc Fumaroli, accademico di Francia, ultraottantenne, brillante studioso di Rinascimento: uno dei grandi della cultura umanistica europea, insomma. L’intervista è relativa alla discussa faccenda: il governo francese che vorrebbe eliminare il latino e il greco dagli studi superiori, dove adesso sono discipline facoltative.

L’intervista è efficace perché mette a punto i nodi fondamentali della questione in maniera molto sintetica. In primo luogo lo studioso indica quelli che secondo lui sono i tre motivi della “rapida erosione dell’insegnamento del greco e del latino”:

1. il fanatismo egualitarista, ovvero l’idea che il latino e il greco siano roba per ricchi e le scuole dove si insegnano queste lingue siano élitarie. Insomma: le classi agiate farebbero studiare greco e latino perché averne un’infarinatura è utile a fare bella figura in società. Sono idee diffuse, in effetti; non so quanto in Francia, certamente molto in Italia. Ma mi sa che sono false, in primo luogo perché – come dice Fumaroli – “i ricchi se ne infischiano del latino e del greco”. In effetti, per quella che è la mia esperienza, gli studi classici sono diventati prerogativa piuttosto del demi-monde, dei wannabe, e molto spesso – magari con motivazioni nobilissime – dei figli di quei nuovi proletari, idealisti e un po’ disadattati, che sono i professori (in un potenziale circolo vizioso che non serve illustrare nel dettaglio). In ogni caso, non mi pare questo il problema principale; molto più importante il punto numero…

2. la superstizione del digitale: qui Fumaroli trova – o usa, perché non so se è sua – anche una definizione perfetta del problema. Le superstizioni, si sa, sono credenze proprie di chi non ha gli strumenti per spiegare razionalmente certi fenomeni, e molti sono quelli che si trovano in queste condizioni col digitale, soprattutto se parliamo di scuola. Ecco allora che schiere di persone incapaci di rapportarsi in modo maturo col digitale ne sponsorizzano un uso massiccio, acritico e taumaturgico a scuola, a scapito di tutto il resto. Ecco allora che il digitale “soppianta tutte le antiche forme di educazione della mente, del cuore, dell’immaginazione”. Ecco allora – dobbiamo farcelo dire da un uomo nato prima che Turing concepisse la sua macchina – che il digitale è uno strumento malleabile e prezioso per uno “spirito retto” già formato, ma pressoché inutilizzabile (o comunque dalle potenzialità ridotte) per lo spirito in formazione. Poi c’è la numero…

3. la “miopia utilitaristica di un economicismo totalizzante”, ovvero la questione che forse è più evidente qui da noi, in questa Italia devastata da una lunga crisi che non è solo economica ma politica e sociale e, ad un livello ancora più profondo, culturale. Essendo la scuola italiana in mano per lo più a decisori privi di una reale cultura, incapaci di vedere i problemi in una prospettiva ampia, si è finiti per pensare che l’unica formazione su cui valesse la pena di investire era quella – dice Fumaroli – che portasse a “un rendimento immediato” (anche qui posso sorvolare sui fin troppo evidenti circoli viziosi). Mentre, insiste, “un’educazione totalmente utilitaria sarebbe praticamente inutile […]con l’eccezione delle formazioni professionali d’alto livello”.

E il professore va avanti: “L’apprendimento e la conoscenza del latino e del greco aprono alle giovani menti le prospettive di cui sono private dalla cultura esclusiva dell’utile e dell’immediato”, e aggiunge: “la stessa cosa potrebbe valere per lo studio del sanscrito e del mandarino”. Questa è una delle obiezioni che più spesso vengono fatte ai sostenitori delle lingue classiche: gli stessi risultati educativi – dicono i detrattori – non potrebbero venire dallo studio di altre lingue, di altre culture, magari un po’ meno polverose e noiose? Certo che sì, è ovvio. Però c’è il piccolo particolare che la nostra storia, la nostra civiltà, la nostra tradizione è incardinata – volenti o nolenti – su quelle radici. Non c’è nessuna rivendicazione identitaria in questa affermazione: solo la presa d’atto di una storia, con cui dobbiamo fare i conti nella maniera più laica e aperta possibile, ma che – semplicemente – c’è. Studiare il latino e il mandarino non è la stessa cosa, per il semplice fatto che l’Europa è l’Europa e la Cina è la Cina.

Su questo filo di ragionamenti, proprio la parte finale dell’intervista si fa più ancora più interessante: “Messaggere di un mondo lontano, ma non per questo meno umano, e riconoscibile come tale, queste lingue non sono poi tanto morte per il loro lettori e locutori”. Una verità banale ma tante volte negata dalla forza ottusa di questa efficace quanto stupida espressione: lingua morta. Una lingua, se c’è qualcuno che è capace di leggerla, e di entrare in contatto profondo con il mondo che trasmette attraverso lo spazio e nel tempo, non è morta. Punto.

Ancora Fumaroli: “aprono la mente alle differenze e somiglianze con altri mondi distanti dal nostro. Dal loro studio possiamo trarre l’esperienza necessaria a prendere le distanze dalla nostra attualità, e affrontare mondi diversi dall’umanità di oggi, con simpatia di principio e con distacco critico. In altri termini, si creano così le condizioni per l’esercizio della libertà di spirito.” E pian piano viene fuori lo studioso del classicismo moderno, in libri come Le api e i ragni: “Se tra tutte le parti del mondo l’Europa è stata la più inventiva, la più libera dalla routine, la più innovatrice, la più curiosa di tutto ciò che è umano, se ha inventato l’umanità plurale che dobbiamo salvare dall’odio geloso dei barbari, è perché dai tempi della caduta dell’impero romano fino ai nostri giorni la formazione degli europei si è fondata su una continua comparazione critica tra l’esperienza antica e quella moderna. L’esperienza antica  in atto ha preservato quella moderna e cristiana in divenire dall’accontentarsi di imitare e ripetere. L’emulazione con l’antico, la risposta alla sfida dell’antico: ecco qual è stato il pungolo dello sviluppo della nostra Europa.”

Fin qui Marc Fumaroli, dunque. Ed è difficili dargli torto. Le idee che sostiene, peraltro, non sono nuove. Alcune sue affermazioni sono recitate come mantra, anche se in circoli sempre più ristretti. Ma sento il bisogno di fare una piccola postilla: che abbiamo fatto, che facciamo noi, e con noi dico tutti quelli che si occupano di studia humanitatis, Fumaroli compreso, per tenere vivo questo patrimonio, in tutte le sedi? Non è forse successo che ci siamo un po’ chiusi nella nostra nicchia, spesso confortevole quando non proprio lussuosa (di professori, di critici, di intellettuali) rinunciando a far scontrare l’esperienza dell’antico con le più brucianti contraddizioni del nostro mondo, rinunciando a far loro le domande più dure, le più difficili e proprio per questo fondamentali? Fumaroli dice che l’Europa si è sviluppata sul pungolo della risposta alla sfida dell’antico. L’impressione è che l’antico stia perdendo, ora, non perché non abbia più sfide da lanciarci, ma piuttosto perché abbiamo rinunciato a provare a rispondere. La sfida dell’antico rimane immutata, forse siamo noi (noi umanisti in primis) a non esserne più all’altezza.

[Qualche anno fa mi è capitato di insegnare all’Università di Macerata una materia che non esiste, e che non ho mai saputo come fosse spuntata nel curriculum del Tirocinio Formativo Attivo: si chiamava Didattica della tradizione letteraria, un titolo che non era mio, che non so da chi sia stato proposto, ma che m’è sempre parso bellissimo. Per 20 ore, con un gruppo di brillanti studiosi di lingue classiche, futuri insegnanti, abbiamo parlato delle cose a cui è dedicato questo post, ed è stata un’esperienza culturale e umana ricchissima. Poi questa materia, come era miracolosamente comparsa, è altrettanto magicamente sparita nel nulla. Però sono rimasto dell’idea che la riflessione sul senso della presenza della tradizione letteraria a scuola sia fondamentale per tutti gli insegnanti, passati presenti e futuri.]

Una fatica risparmiata

Provi a mettere a fuoco dei pensieri, vuoi farci un post, ma non ne hai voglia. Così aspetti qualche giorno, in attesa che la voglia arrivi e i pensieri diventino più chiari. Ma non arriva né la voglia né la chiarezza. Intanto, però, c’è chi scrive le stesse cose che stavi meditando tu, e molto meglio di quanto le avresti scritte tu. Che bella la rete: basta aspettare, e qualcuno, prima o poi, da qualche parte, fa qualsiasi cosa al posto tuo!

Così è andata anche questa volta, che volevo dichiarare pubblicamente le mie forti perplessità a proposito della prima prova dell’Esame di Stato 2014. Volevo sottolineare come al Ministero, dopo la scelta forte, quasi rivoluzionaria, fatta l’anno scorso proponendo per l’analisi del testo un brano molto poco ortodosso di Claudio Magris (una scelta che indicava una strada didatticamente difficile ma suggestiva), sia tornato indietro di almeno vent’anni, proponendo insensatamente una poesia di Quasimodo che non ha davvero nulla più da dire a nessuno, ormai. E volevo parlare di come abbia peggiorato le cose proponendo un saggio breve d’ambito artistico-letterario che di letterario non aveva proprio niente, a parte un insulso passo di un datato racconto della Deledda, pieno di spirito cristiano in salsa decadente che Dio ce ne scampi. Tutto molto reazionario, insomma. E aggiungo: didatticamente inconcepibile: un patrimonio letterario, e con esso la ricchezza di prospettive culturali e umane che elabora e trasmette, ridotto a stanchi riferimenti casuali, giustificati solo dall’etichetta del Nobel (quasi che, nella conflagrazione del canone, l’unico criterio di scelta rimasto ai burocrati ministeriali sia quello dell’opinabilissimo e criticamente insignificante premio svedese). Uno scenario, insomma, desolante. Tanto desolante da rendere  plausibile il pensiero che il piano sia semplice e terribile: svuotare completamente di senso lo studio delle letterature a scuola, fino a renderne accettabile, e persino auspicabile (presso l’opinione pubblica, e prima o poi anche presso gli addetti ai lavori), l’eliminazione, l’annientamento.

Volevo dire queste cose, insomma, sviluppare questi pensieri, ma poi per fortuna mi hanno segnalato un un pezzo di Marina Polacco su Le parole e le cose. E amen.

Berlinguer (ti voglio bene)

1. Partiamo dalla fine. Dalle emozioni. Io non mi considero un passionale, non mi piace la retorica esibita e di solito ho un approccio piuttosto razionale alle opere dell’ingegno, a volte più di quanto vorrei; non mi capita spesso, insomma, di commuovermi per un film, una canzone o un libro. Però l’altra sera, uscendo dalla proiezione di Quando c’era Berlinguer, quello che provavo era decisamente fisico e prerazionale. Avevo bisogno d’aria, il groppo in gola era forte e per un po’ ho girato per le vie di Ancona in uno stato mentale vagamente alterato. Guardavo i palazzi, il cielo, le finestre, e mi dicevo “Questi sono i palazzi e il cielo d’Italia: il mio paese. E il paese dove Berlinguer è stato segretario del PCI; dentro quelle finestre magari vive qualcuno che ha votato, che ha amato Berlinguer; e Berlinguer ha respirato questa aria e non un’altra, parlato questa lingua e non un’altra, in questa lingua avrà scritto la sua prima lettera, e certamente in questa lingua ha pronunciato il suo ultimo comizio”. E questa cosa, non so bene perché, mi faceva amare un po’ di più quell’aria, quelle finestre, questo paese (non posso dire che mi sentivo parte di un popolo, ma mi sentivo come se un popolo fosse possibile). Pensavo cose così, insomma, un po’ strane per me che – finché Berlinguer è stato vivo, ed è stato vivo fin quasi ai miei 12 anni – non avevo un’idea ben chiara di chi fosse, forse non ne avevo affatto idea. E anche dopo, devo confessare, è a lungo rimasta una figura lontana, con la quale non avevo il rapporto sentimentale che percepivo dai discorsi di chi aveva più anni di me, viveva in famiglie di sinistra o aveva concepito una passione politica più precoce della mia. Eppure l’altra sera, uscendo dal cinema, mi sono sentito proprio come se io a Berlinguer gli avessi voluto bene da sempre, come tutti, senza saperlo. Come tutti. E’ come se tanti piccoli indizi della memoria, tante tracce politiche e insieme sentimentali della mia vita fossero riaffiorate inaspettate, come misteriose e minuscole creature acquatiche, e andassero a riunirsi in un punto preciso della superficie della mia coscienza. La storia della vita di un uomo politico da quando diventa segretario del maggior partito comunista d’occidente alla sua morte, insomma, non solo era una storia che mi riguardava, ma in qualche modo era anche una storia mia. Possibile? Possibile.

2. Il primo film di Walter Veltroni, dunque, è un film che mi ha commosso. E questo mi rende poco obiettivo. Infatti per me è un film molto bello; e per diversi motivi. In primo luogo perché credo che Veltroni trovi la distanza giusta da cui raccontare la storia: non prova un impossibile distacco, ma la sua resta una presenza discreta: una battuta su Ferrara, qualche accenno autobiografico (la prima telecamera, una foto, una sensazione), un intervistato che si rivolge a lui, intervistatore fuori campo, e lo critica. E’ bello poi perché il regista alla prima esperienza non cerca di strafare: le scelte registiche sono semplici, chiare, quasi elementari, la più bella di queste scelte è quella che dà senso al titolo, ovvero mostrare i luoghi di Berlinguer (la sua scuola, la prigione dove l’hanno messo i fascisti nel 1944, la sala del Cremlino dove ha tenuto uno storico discorso di rottura, l’albergo dove è morto, la piazza dei suo funerali) completamente vuoti, privi, oggi, di quella vita, e di quel senso che avevano “quando c’era Berlinguer”. Il film è il continuo richiamo di un’assenza (di certa politica, di certi valori, di certe figure…): questa assenza è il messaggio del film all’oggi.

3. E’ facile dire – è stato detto – che un film come questo è un film nostalgico, o peggio un film per reduci da un mondo che non c’è più. Non credo sia così, e questo proprio perché non è stato fatto da un regista qualsiasi, ma da un politico, uno dei protagonisti – nel bene e nel male, piuttosto nel male – della storia del partito di Berlinguer, o dovrei dire della storia della fine del partito di Berlinguer. Qualcuno ha anche detto che Veltroni ha avuto proprio un bel coraggio, a fare il santino di quel PCI, di quella sinistra che lui ha contribuito a distruggere. Ha avuto un bel coraggio sì, dico io, perché non è un film apologetico, non mi pare faccia sconti a chi – regista compreso – è venuto dopo: il film è anche, indubbiamente, la storia di una persona, e di una generazione, che ha perso. Un’autocritica, anche. La stessa pulsione pedagogica, che è forse la pulsione principale del film, parla della sconfitta inappellabile della generazione di Veltroni: “giusto era il segno” – sembra dirci – ma noi non l’abbiamo saputo ben interpretare: provateci voi, dimenticandoci.

4. Storia di una sconfitta, dicevo. Chi questa sconfitta la impersona meglio, nel film, è Giorgio Napolitano, che si commuove quando dice che, ai funerali di Berlinguer, lui ebbe la sensazione che con lui moriva l’ideale a cui entrambi avevano dedicato la vita (loro due, pur così lontani). Mi è sembrato di una grande forza tragica che l’attuale Presidente della nostra Repubblica confessi, quasi piangendo, di considerare la storia degli ultimi trent’anni della sua vita come quella di un reduce di una guerra perduta. E dirlo lì, dall’alto del Quirinale e dei suoi novant’anni. (Le interviste sono, a mio avviso, i momenti meno riusciti del film, spesso noiose e un po’ irritanti, con questa gente arrivata, vestita elegante, che disserta da questi terrazzi romani, con sfondi di cieli chiari e luminosi… ma riservano almeno un altro momento bello e terribile: i pochi secondi in cui compare Pietro Ingrao, quasi centenario, fragilissimo, la cui vita sembra ormai essersi tutta concentrata nel cipiglio degli occhi, nella smorfia della bocca).

5. Ma è naturalmente Berlinguer la grande figura tragica, e lo diventa grazie in particolare al suo ultimo, straziante comizio. Ricordavo vagamente quelle immagini, avevo negli occhi qualche frammento, ma vederle lì, sul grande schermo, dentro la narrazione di una vita, assumono una forza davvero enorme. Lui che, con quel volto scavato, quella giacca a scacchi troppo grande, con sofferenza lotta contro l’ictus che sta arrivando per finire di pronunciare il suo discorso. Si ferma, beve un goccio d’acqua che poi vuole tornare su dalla gola, si porta la mano alla bocca, si china, si ferma ancora; poi ricomincia, dice qualche altra parola, a stento, un altro sorso d’acqua: la piazza applaude prima per incoraggiare, poi per chiedergli di smettere, per dire che loro hanno capito tutto, che si deve riposare. Ma lui va ancora avanti, ancora qualche brandello di parola, poi una pausa più lunga, applausi. Berlinguer guarda la folla, e per un attimo – è il momento del film – sorride timidamente (piace pensare che, chissà, in quel sorriso forse ci sia una consapevolezza: della morte che arriva, del senso di una vita che si chiarisce nello stare lui lì, a morire davanti a quel popolo che lo applaude) e poi con nuova forza chiude il suo discorso, tutto d’un fiato. Alla fine le immagini di repertorio si troncano, e sappiamo dalla cronaca che morirà dopo un’agonia di quattro giorni.

6. Si dirà: quella che fa Veltroni è la costruzione di un’epopea, di una narrazione retorica. Rispondo: vero, e allora? Le storie degli eroi tragici ed epici sono sempre narrazioni, e noi le leggiamo per questo: perché in quelle storie non cerchiamo la verità storica, cerchiamo un senso per noi. Da Ettore a Johnny il partigiano. E, se può servire a recuperare un certo modo di intendere politica e vita civile, perché non anche l’epopea di Enrico Berlinguer? Io non so se gli storici saranno contenti di questo film (a me pare abbastanza onesto anche da quel punto di vista) però è certo che io vi ho riconosciuto una storia che mi riguarda, e che mi indica anche – nei modi e nei valori di questo vecchio signore che portava gli stessi improbabili gilet di lana di mio nonno, le stesse giacche a scacchettini – modi e valori a cui ispirarmi. Io, in questi tempi di grande confusione, non so più bene come dare un contributo alla vita civile di questo paese, ma di certo riportare nel pubblico dibattito le storie di queste vite – e soprattutto l’etica che le ha ispirate – mi pare un obiettivo per cui vale ancora la pena di spendersi.

7. E torniamo alla vocazione pedagogica del film, che forse a qualcuno può anche dare fastidio. Come a qualcuno hanno dato fastidio le prime scene, con le interviste a ragazze e ragazzi di oggi che – il più delle volte – non sanno nemmeno chi fosse Berlinguer (un cantante? un leader di estrama destra? un francese? qualcuno che aveva a che fare con l’Europa e con la Corea?). Molti vi hanno visto l’indignazione del regista, ormai uomo anziano, che non si capacita di come i giovani d’oggi possano essere così ignoranti, di come sia possibile che si sia spezzata così irrimediabilmente la memoria. In realtà il film non rimprovera nulla ai giovani, semmai prende atto di un fatto che, se appare sconcertante a chi giovane non è, è solo a causa della sua prospettiva viziata sulle cose. I figli hanno il diritto di non conoscere le vite dei padri, se gli stessi padri dimenticano pezzi importanti delle loro esistenze, se tradiscono la loro giovinezza per inseguire altre chimere. Veltroni, a mio avviso, con questo film riconosce questo errore, e prova (magari un po’ goffamente, un po’ tardivamente) a rimediare (non per questo dovremo però assolverlo dai suoi errori politici, né mi sembra che ce lo chieda). Se qualcosa vuole fare, dunque, questo film, non è tanto raccontare ai giovani com’era bello il mondo quando c’era Berlinguer, vuole piuttosto ricordare a tutti noi che non si deve dare nulla per scontato, e che se c’è qualcosa di buono nelle nostre storie passate dobbiamo prendercene cura, e raccontarlo: nessun altro lo farà al posto nostro.

(Ho visto il film al Goldoni di Ancona, la sera del 5 aprile 2014)

Questo paese chiamato Italia

Un giorno ho letto un’intervista ad Amedo Quondam, un vecchio italianista sornione, pubblicata in occasione del suo ritiro dai ruoli dell’Accademia. Mi aveva colpito che, riferendosi a questo paese in cui a lui e a me è capitato di nascere e vivere, usasse la perifrasi “un paese chiamato Italia”, come a volerci insinuare qualche dubbio, magari che ormai sia rimasto poco più che questa etichetta – il nome Italia – a tenere insieme l’ambaradàn. O magari voleva soltanto ricordarci che c’è voluto che qualcuno decidesse di “chiamarlo” (e raccontarlo, descriverlo, accusarlo, denigralo anche – ma in ogni modo “dirlo”), questo paese, perché esistesse – insomma, che le parole (le parole di questa lingua chiamata italiano) sono alla fin fine le nostre radici: mutevoli e contorte, fragili e volanti. Non so, insomma, di preciso cosa volesse dire Quondam, però quel vezzo linguistico è rimasto nella mia memoria, come un modo un po’ meno retorico del solito per riferirsi all’argomento retorico per antonomasia: l’identità e la patria. E alla fine è diventato, faut de mieux, il titolo di un ciclo di incontri che inizia lunedì, e a cui tutti siete invitati. Secondo me, come direbbe Claudio Gaetani, ce gusta.

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Parole gravi e avventate

Non riesco a trovare nemmeno un briciolo di ironia e di distacco, nel segnalare quel che il Presidente del Consiglio Mario Monti ha dichiarato poco fa in una nota trasmissione televisiva.

Monti dice due cose semplici e gravissime: una, che gli insegnanti, non accettando l’aumento (che è un sopruso) di sei ore di lezione settimanali a parità di stipendio e senza nessuna contrattazione, si sono dimostrati “non generosi”. Due, che per difendere i loro privilegi hanno strumentalizzato la rabbia degli studenti. La prima accusa è maldestra e pelosa, la seconda infamante e semplicemente stronza.

I giovani sono arrabbiati perché la politica e l’economia dissennata degli ultimi decenni hanno scaricato sul loro futuro il peso dei loro sprechi, delle loro inettitudini. La scuola è l’unica istituzione che con generosità ha continuato a dare loro qualcosa, anche quando è stato difficilissimo farlo. Non so davvero quale sia il piano perseguito (temo non ce ne sia nessuno) ma in ogni caso provare a mettere zizzania fra gli insegnanti e i loro alunni non può portare davvero niente di buono. Il bello è soltanto che non succederà, perché per fortuna i ragazzi sono intelligenti e critici, e sanno distinguere la dedizione di un insegnante dalla parole vuote di un tecnocrate.

Ma Monti non parlava agli studenti, stasera, parlava all’opinione pubblica, per convincerla ancora di più che gli insegnanti della scuola pubblica sono uno spreco di risorse, dei fannulloni. Magari da questo spera di ricavare l’avallo ad altri tagli ad un sistema già al collasso.

Io penso che Monti non sappia nemmeno di cosa sta parlando: non sa che dopo la riforma Gelmini le cattedre sono già frammentate e le classi numerosissime, che noi prof lavoriamo tantissimo a casa per dare un’offerta di qualità accettabile in un contesto difficilissimo, e che aumentare di 6 ore (lui maldestramente e ipocritamente parla di 2, ma ne erano previste 6) la nostra cattedra significherebbe aumentare di almeno 12 ore il nostro orario di lavoro settimanale, rendendo la nostra vita un caos in cui sarebbe impossibile studiare, lavorare per la qualità e la didattica che lui auspica. Ha ragione, Monti, quando dice che bisogna rinnovare la scuola e la professione insegnante, ma per farlo bisogna partire da una discussione comune, da un contratto, da una riforma vera della scuola, fatta per seguire un’idea moderna, non (come è stato fatto da Gelmini-Tremonti) per trovare il modo di tagliare 8 miliardi dal bilancio del ministero.

Questo è quello che riesco a dire ora, a caldo, quando le parole fanno anche fatica ad uscire per la rabbia e l’indignazione. Di certo è ormai ineludibile che si faccia qualcosa per comunicare davvero all’opinione pubblica quel che è davvero il nostro lavoro, la sua importanza, la sua necessità.


La foto l’ho scattata ieri, alla manifestazione Cgil di Roma. Sono orgoglioso di esserci stato, stasera ancora di più.

L’uomo che teneva la pistola sul tavolo.

Ascoltavo prima, a Otto e mezzo, Sallusti che sosteneva con convinzione tesi insostenibili sull’affaire Spinelli. Mentre lui improvvisava discorsi molto complicati, ho pensato una cosa semplice: se nel racconto dei fatti provassimo – così, per ipotesi, per gusto dell’invenzione – a sostituire il nome di Berlusconi con quello di qualsiasi altro leader politico che NON ci ha governato per gli ultimi vent’anni, avremmo l’impressione di un racconto incredibile, implausibile, insostenibile. Invece che di questa vicenda (quali ne siano i contorni reali) sia stato (co)protagonista il signore qui sopra ritratto, be’, non suscita nessuno stupore.

Il dramma della storia recente di questo paese è tutto qui.

Insegnanti di domani

Nel quotidiano balletto (o gioco dell’oca) delle dichiarazioni e delle prese di posizione sulla famigerata proposta di inserire nella legge di stabilità un aumento (a parità di stipendio e senza nessuna contrattazione con la controparte sindacale) dell’orario di lezione dei professori da 18 a 24 ore settimanali, l’uscita di oggi del ministro Profumo è la seguente (fote Ansa)

Non faremo l’intervento nella legge di stabilità – sottolinea Profumo – però si è aperta la discussione su questo tema e insieme alle componenti della scuola, le parti sociali e i partiti avvieremo un ragionamento di come dovrà essere la figura dell’insegnante del futuro”. Secondo il ministro profumo, infatti, “l’insegnante avrà ancora un ruolo importante nelle relazioni dirette con gli studenti e, quindi, nelle ore di lezione in classe, ma dovrà anche avere una presenza diversa all’interno della scuola. Questo, fare una scuola più moderna, è ciò che ci chiedono gli studenti.

Mi sembra interessante questo modo di affrontare i problemi nell’Italia dei professori al governo del 2012: metto sul piatto una proposta assurda, violenta, sconvolgente per la vita della scuola italiana, scateno il panico, mobilito la protesta e faccio esprimere negativamente ogni forza sociale dotata di raziocinio, metto in difficoltà la vita quotidiana delle scuole e degli studenti; e perché faccio tutto questo? Per aprire una ragionevole (e sacrosanta) discussione su come andrebbe riformata la figura professionale dell’insegnante. Mi pare esattamente come scatenare una guerra per convincere uno stato vicino a migliorare i rapporti commerciali con te. Come dire ad una ragazza: “se non esci con me stasera ti taglio le gomme della macchina”. Cos’è, la dialettica dello scugnizzo camorrista? La diplomazia della pistola alla tempia?

Nel merito, per l’ennesima volta il Ministro scopre l’acqua calda: il lavoro del docente non deve essere solo quello delle “relazioni dirette con gli studenti”; e grazie! come se ora fosse così! Magari quel che succede è che il lavoro in classe sia l’unico che ci viene pagato, non certo che sia l’unico che svolgiamo! Poi dice: “relazioni dirette con gli studenti e, quindi, nelle ore di lezione in classe”: faccio notare che già non è così: io quando (fuori dalla classe) correggo un compito, ho una relazione diretta con lo studente, così come quando programmo un’attività ho una relazione diretta con lo studente, e quando spiego una cosa allo studente in chat su facebook o posto sul gruppo facebook del materiale di approfondimento ho una relazione diretta con lo studente. Ministro, ma dove vivi? Cosa pensi di noi professori?

Ma tutte queste cose devono essere riconosciute, organizzate, contrattualizzate, pagate. E se vogliamo iniziare una discussione seria sulla figura dell’insegnante cominciamo dal discutere, come fa in un intervento di questi giorni Maria Pia Veladiano (al minuto 3, circa), sui differenti carichi di lavoro che ci sono nel mondo della scuola (un professore di lettere che vuol fare onestamente il suo lavoro lavora di più di un professore di educazione fisica, per quanto bravissimo; un professore di matematica lavora di più del miglior insegnante di religione; sarà ora di dirselo, porcogiuda!). E magari parliamo anche dei professori che fanno il doppio lavoro e ci riescono benissimo e di quelli a cui non basta il tempo nemmeno per fare bene il loro primo mestiere di insegnante in classi numerosissime e con materie onerosissime da insegnare. E parliamo anche, infine, del fatto che le lezioni private in nero sono uno scandalo; che andrebbero fatte alla luce del sole, a prezzi dignitosi (non si chiede ad un medico di fare visite a 15 euro all’ora!), magari a scuola e con il contributo delle famiglie (che si lamentano del prezzo delle ripetizioni per i loro figli sfaticati e poi al primo ponte partono su auto che non potrò mai permettermi per località turistiche che non potrò mai permettermi).

Scuola “lunare”

Ho trovato davvero lunare che il Ministro dell’Istruzione (ecc.) della Repubblica Italiana decidesse di girare uno spot sull’importanza della scuola, e sull’amore che le si deve, non in una scuola pubblica ma in una scuola privata di Milano (la Deutsche Schule Mailand, peraltro! 5400 euro annui di retta, peraltro!). Una scuola nuovissima e con una biblioteca fantastica. Credo che la dica lunga sull’importanza che alla scuola pubblica si riconosce in questo paese.

Trovo altrettanto lunari le giustificazioni del ministero (“La scuola statale in ogni caso comprende la scuola pubblica e la privata parificata – aggiungono da viale Trastevere – E quella tedesca rientra nella scuola italiana. Si tratta di polemiche prive di fondamento”, dall’articolo di Repubblica già linkato). Così come le reazioni di Roberto Vecchioni, testimonial dello spot, che dice che è una polemica strumentale di professori della scuola pubblica giustamente incazzati. Grazie, Rob, sei tutti noi. [l’episodio mi ha fatto tra l’altro scoprire questo articolo sul Vecchioni professore di scuola pubblica].

Ho cominciato a vedere qualche reazione in giro, mi ha colpito quella di Riccardo Luna, estensore del testo, che dice che la scelta è stata fatta per risparmiare, visto che la scuola italiana non garantiva alla produzione la disponibilità dei locali di sabato. [!]. Ho scritto un commento in cui spiegavo che la cosa sembrava quantomeno improbabile, ma vedo ora che i commenti sono momentaneamente sospesi: forse non sono stato l’unico a fare osservazioni (update: ho poi scoperto che la sospensione dei commenti sul post è legata a motivi tecnici) ! Come mi ha colpito il post di Gianni Sinni che, riprendendo quello di Luna, dice “Ma come! Al Ministero non sono capaci di tenere aperta una scuola di sabato per una cosa del genere! Allora se lo meritano di andare in malora” (interpreto un po’ liberamente). Ma per favore, non cadete dal pero, siete professionisti della comunicazione!!!

Ecco, come dicevo, ho trovato tutta questa storia lunare.

Il testo dello spot però lo condivido in larga parte, soprattutto il finale:

Cerchiamo con tutte le forze di cambiare quello che non va, ma non smettiamo mai di amarla la nostra scuola, perché un futuro migliore per tutti è scritto nel miglior presente che riusciamo a realizzare insieme.

Regalpetra, Italia /2

“Ci si sfoga dunque a parlare. Fuori c’è la festa e noi stiamo a calcolare e a discutere sulle complicatissime tabelle degli stipendi. Il governo ci tratta come pezze da piedi, diciamo. Ma se domani dal sindacato venisse l’ordine di scioperare, tra noi prevarrebbe l’opinione dei maestri più anziani contro lo sciopero; e anche i più accaniti si arrenderebbero. Pensate un po’, dice in proposito un collega, a mille e più ragazzi che ritornano a casa dicendo di aver trovato la scuola chiusa per lo sciopero dei maestri. E perché scioperano i maestri? perché chiedono qualcosa in più delle mille e duecento lire al giorno che per ora guadagnano. Mille e duecento lire: Cristo, qui a un salinaro ci vogliono tre giornate per guadagnarle, tre lunghe giornate a fiaccarsi le ossa, a ingrommarsi i polmoni della polvere del sale e del fumo delle mine. E a sentire che noi, obbligandoli a mandare i loro figli a scuola, ce ne stiamo a guadagnar tanto, tre ore e via, a stravaccarci nelle poltrone del circolo e non ci basta quello che guadagniamo, certo ci odierebbero più di quanto odiano il padrone che li spreme. […] Il discorso è persuasivo. E’ verissimo che i poveri ci odiano. Ma ci odiano anche i piccoli proprietari, ad ogni aumento dei tributi che vien loro notificato essi trovano in noi maestri l’oggetto immediato del loro odio contro lo Stato, così cieco lo Stato da rodere le loro poche salme di terra, da costringerli a vendere e a far debiti, e noi pagati per non far niente, centottanta giorni di scuola in un anno, tre ore al giorno di lavoro. Parlano di noi come se le loro tasse direttamente passassero nelle nostre tasche. Con cinque salme di terra – dice uno al circolo – trentamila lire al mese mi restano. Non dice che le trentamila lire lui le aspetta seduto al circolo da un capodanno all’altro, a incrunare punti al gioco dello scopone. Anche gli avvocati e i medici ci dicono – beati voi che lo stipendio l’avete sicuro e ve ne state a far niente. E si dice – pane di governo – per dire guadagno sicuro, che ogni mese giunge come il giorno dopo la notte; pane di governo che noi maestri mangiamo come quei cani impiombati di noia, che non cacciano e non abbaiano, e i contadini dicono che mangiano a tradimento la cruscata. Tutti ci guardano male, insomma. Se scioperassimo, quello delle cinque salme e dello scopone forse accopperebbe qualcuno di noi.”

(sempre da  Leonardo Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, in Id., Opere, Milano, Bompiani, 1987, vol. I, pp. 108-109)

Nomination

Queste primarie del centrosinistra stanno portando, secondo me, molte novità positive, e una certa chiarezza.

Io, per esempio, ho fatto fra me e me chiarezza su Matteo Renzi. Nel senso che per me è chiaro che ha individuato un problema, ma non è la soluzione giusta. Fra l’altro credo anche che, contro la sua stessa volontà, la sua battaglia risulterà alla fine molto utile al Partito Democratico, per una evidente eterogenesi dei fini. E’ questione lunga che non posso affrontare stasera, ma ci tornerò.

La mia perplessità su Matteo Renzi, lo confesso, era all’inizio prepolitica, quasi istintiva: la vogliamo chiamare antipatia a pelle? la vogliamo collegare con qualche mia esperienza non troppo felice con certa “fiorentinità” sinistrorsa e snob? Fate come vi pare: lo confesso, all’inizio era così: non lo potevo sopportare. Come persona, proprio. Per la faccia.

Poi ha lanciato la campagna  per le primarie, e ho visto come si è mosso: a quel punto, per fortuna, la generica (e irrilevante) perplessità prepolitica è stata del tutto oscurata da una precisa (e decisiva) perplessità politica. Riguarda i programmi, ovviamente; il suo intendere la sinistra, ancor più ovviamente; la sua passione per il labu-liberismo, naturalmente; la sua timidezza sui diritti, ecc. ecc.

Ma queste sono cose complicate, che non posso affrontare nel dettaglio stasera e che devo comunque approfondire io per primo. Però certamente c’è una una cosa precisa che non mi piace, e sulla quale ho maturato una convinzione solida: il personalismo. Un personalismo in chiave centrosinistra, ma non per questo meno pernicioso. Un personalismo che, ad esempio, non mi pare riconosca la necessità dell’esistenza e del funzionamento di un partito con le sue strutture democratiche e la sua storia nel tessuto di un Paese (una storia e una struttura che il Partito Democratico ha, e che non mi piacerebbe venissero buttate via). Un personalismo che, mi pare, non è molto rispettoso nemmeno verso le istituzioni.

Siccome l’ho fatta già molto più lunga di quanto volevo, faccio solo un esempio. Renzi, in pratica, è uno che alla domanda (di Repubblica, stamattina) “D’Alema e Veltroni potranno essere ministri?”, risponde serenamente così: “Per me è anche un addio al governo. Non so per Bersani. Se vinco io, è chiaro che non li nominerò“. Dico io: grazie al cavolo! E’ chiaro che non li nominerà lui, semplicemente per il fatto che i ministri li nomina – finché regge quel vecchio pezzo di carta che si chiama Costituzione della Repubblica Italiana – il Presidente della Repubblica. A me pare che uno che si vuole candidare a guidare un paese come l’Italia a queste cose dovrebbe stare attento. Ma forse sono solo un vecchio pedante da rottamare.