Perdere la trebisonda

Premessa numero uno. Sono un ex iscritto del Partito Democratico, lontanissimo dalla cultura e dalla prassi politica dell’attuale segretario e primo ministro. Uno che voterà No al referendum prossimo venturo. Questo post parla di PD e riforma costituzionale, e sarà dunque il post di un ex militante abbastanza confuso e afflitto.

Premessa numero due. Sono un iscritto all’ANPI, ed ho localmente anche qualche modestissimo incarico nell’associazione. L’ANPI ha preso una posizione sul referendum che è anche la mia, ma nonostante questo il rapporto fra ANPI e referendum non mi piace. Questo post parla di ANPI e riforma costituzionale, e sarà dunque il post di un iscritto decisamente confuso e afflitto.

Premessa numero tre. Sono stato per molto tempo un sostenitore dell’azione politica di Pippo Civati, e credo anche di aver pagato una decina di euro per iscrivermi come socio fondatore a Possibile, l’ultima sua avventura politica, più che altro come forma di incoraggiamento. Questo post parla di Giulio Cavalli (che per me è poco più di un nome ma che su wikipidia è presentato come militante di Possibile) che attacca Laura Puppato, una delle persone che con più convinzione aveva sostenuto Civati alle primarie PD, però poi a differenza di Civati e di Cavalli (e di me) ha deciso di rimanere nel partito. Dunque questo sarà il posto di un (ex?) civatiano (parola che oggi non credo abbia più alcun senso) estremamente confuso e profondamente afflitto.

I fatti sono noti: l’ANPI di Montebelluna ha rifiutato la tessera a Laura Puppato perché quest’ultima sostiene e rivendica il Sì ad una riforma costituzionale in cui crede e che ha contribuito a promuovere. Chi rifiuta di rinnovarle la tessera dice: non ci si può iscrivere all’ANPI se non se ne condividono le posizioni. Continua a leggere

Concetto Costituente

marchesiIeri sera ho partecipato ad un incontro informativo sulla riforma Costituzionale, in cui parlava un costituzionalista molto bravo, chiaro e preparato, che ci ha illustrato luci e ombre della riforma su cui dovremo esprimerci il 4 dicembre, senza peraltro esporsi apertamente per il sì o per il no.

Quello che ho capito io dalla relazione, in estrema sintesi, è questo: la riforma Boschi nasce con la lodevole intenzione di risolvere due problemi reali, un bicameralismo perfetto che non serve e un rapporto Stato-Regioni che non funziona. Ma (anche a causa, aggiungo io, delle condizioni politiche in cui è stata partorita) aggredisce questi problemi con un articolato che è brutto nella forma e pasticciato nel contenuto. Risultato: i benefici che potrà portare non saranno, probabilmente, maggiori dei danni che molto probabilmente provocherà. E’, insomma, una riforma che – se guardata dal punto di vista dell’architettura istituzionale del paese – corre il serio rischio di essere quantomeno inutile.

Ma è stata l’ultima, puntuale domanda del dibattito, posta da una signora dall’accento straniero, che è stata illuminante: ci sono altri paesi europei che, dal dopoguerra ad oggi, hanno apportato cambiamenti così consistenti alla loro Carta fondamentale? Risposta: no, se si eccettua la Francia di De Gaulle e i paesi dell’est dopo il crollo del muro di Berlino.

Ecco, quello che ho pensato sentendo questa risposta è che – al di là delle specifiche tecniche e del dibattito politico contingente – una Costituzione è figlia della storia (solo i grandi cambiamenti storici possono produrre grandi cambiamenti costituzionali degni di questo nome), e che nella sua Costituzione si rispecchia il carattere di un Paese. Così un paese coraggioso e volto al futuro produrrà una Costituzione che gli somiglia, e allo stesso modo un paese impaurito e frammentato, brutto e confuso, guidato da una classe politica boriosa e impreparata, finirà per comporre il suo ritratto in una Carta con le stesse caratteristiche.

Insomma, il punto è questo: la Costituzione del 1948 è figlia di un paese che usciva da vent’anni di dittatura e da una guerra disastrosa ma sapeva guardare al futuro, ed è stata elaborata da una Costituente che comprendeva l’Italia migliore forgiata dall’antifascismo e dalla Resistenza.

Un piccolo dettaglio mi pare dica moltissimo: Togliatti, nel dicembre del 1947, suggerì a Terracini di fare una piccola pausa nei lavori dell’Assemblea prima della votazione finale perché il grande latinista e grande antifascista Concetto Marchesi, membro anch’esso della Costituente, avesse il tempo di dare un’ultima revisione al testo, e assicurarne la chiarezza lessicale e la coerenza stilistica e sintattica. Da quest’Italia, da queste persone, da questa consapevolezza culturale, è nata la Costituzione che abbiamo.

Tralascio, per pietà, ogni confronto con l’oggi.

Nomination

Queste primarie del centrosinistra stanno portando, secondo me, molte novità positive, e una certa chiarezza.

Io, per esempio, ho fatto fra me e me chiarezza su Matteo Renzi. Nel senso che per me è chiaro che ha individuato un problema, ma non è la soluzione giusta. Fra l’altro credo anche che, contro la sua stessa volontà, la sua battaglia risulterà alla fine molto utile al Partito Democratico, per una evidente eterogenesi dei fini. E’ questione lunga che non posso affrontare stasera, ma ci tornerò.

La mia perplessità su Matteo Renzi, lo confesso, era all’inizio prepolitica, quasi istintiva: la vogliamo chiamare antipatia a pelle? la vogliamo collegare con qualche mia esperienza non troppo felice con certa “fiorentinità” sinistrorsa e snob? Fate come vi pare: lo confesso, all’inizio era così: non lo potevo sopportare. Come persona, proprio. Per la faccia.

Poi ha lanciato la campagna  per le primarie, e ho visto come si è mosso: a quel punto, per fortuna, la generica (e irrilevante) perplessità prepolitica è stata del tutto oscurata da una precisa (e decisiva) perplessità politica. Riguarda i programmi, ovviamente; il suo intendere la sinistra, ancor più ovviamente; la sua passione per il labu-liberismo, naturalmente; la sua timidezza sui diritti, ecc. ecc.

Ma queste sono cose complicate, che non posso affrontare nel dettaglio stasera e che devo comunque approfondire io per primo. Però certamente c’è una una cosa precisa che non mi piace, e sulla quale ho maturato una convinzione solida: il personalismo. Un personalismo in chiave centrosinistra, ma non per questo meno pernicioso. Un personalismo che, ad esempio, non mi pare riconosca la necessità dell’esistenza e del funzionamento di un partito con le sue strutture democratiche e la sua storia nel tessuto di un Paese (una storia e una struttura che il Partito Democratico ha, e che non mi piacerebbe venissero buttate via). Un personalismo che, mi pare, non è molto rispettoso nemmeno verso le istituzioni.

Siccome l’ho fatta già molto più lunga di quanto volevo, faccio solo un esempio. Renzi, in pratica, è uno che alla domanda (di Repubblica, stamattina) “D’Alema e Veltroni potranno essere ministri?”, risponde serenamente così: “Per me è anche un addio al governo. Non so per Bersani. Se vinco io, è chiaro che non li nominerò“. Dico io: grazie al cavolo! E’ chiaro che non li nominerà lui, semplicemente per il fatto che i ministri li nomina – finché regge quel vecchio pezzo di carta che si chiama Costituzione della Repubblica Italiana – il Presidente della Repubblica. A me pare che uno che si vuole candidare a guidare un paese come l’Italia a queste cose dovrebbe stare attento. Ma forse sono solo un vecchio pedante da rottamare.