A futura memoria

Ci ho fatto un post su Facebook, e quindi molti dei miei contatti virtuali hanno già visto la notizia. Però su Facebook le cose svaniscono, e se ricompaiono dopo anni a deciderlo è l’algoritmo. Qui, invece, le cose restano, a futura memoria.

Questa, per esempio, deve restare: chi ha scritto il contratto del futuro governo italiano, che in queste ore viene votato nella piattaforma Rousseau e a breve lo sarà nei gazebo leghisti, fa fatica a distinguere il significato di due parole piuttosto comuni: “attitudine” e “attinenza”.

La cosa avviene nella parte del contratto dedicata alla scuola. A pensarci bene, non fa una piega: se l’ignoranza del lessico e della sintassi italiane non interferisce con la possibilità di sedere ai tavoli dove si decide il futuro di un paese di 60 milioni di abitanti, perché investire soldi sulla scuola? perché, in particolare, investire soldi sull’insegnamento dell’italiano? Sarebbero soldi buttati. E infatti, non si buttano.

Ecco il passo incriminato:

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Bau-sète!

All’interno del partito c’erano divisioni simili a quelle che in seguito si sarebbero chiamate correnti e tendenze. Mi pare che allora le pensassimo in forma di “ali”. La divisione di fondo (come è noto a chi s’interessa dell’argomento) era tra i seguaci di “[omissis]” e quelli di “[omissis]“, che tradizionalmente si identificano con “l’anima liberale” e “l’anima socialista” del [omissis]. In realtà il contrasto si percepiva in molti modi, pragmatismo/utopia, empirismo/ideologia, moderazione/radicalismo.

Ciò che mi colpì più vivacemente fu la violenza psicologica del contrasto. A certi livelli era il nostro contrasto più sentito. Da ciascuna delle due posizioni pareva che i “compagni” sul versante opposto fossero più odiosi, più detestabili degli avversari degli altri partiti. Cercai di formulare una “legge” della psicopatologia politica: che l’animosità, in politica, è inversamente proporzionale alla distanza, e massima tra i vicinissimi. Se c’è qualcosa di vero in questa legge, il compagno di partito che non la pensa come te non è un estraneo che può pensarla come crede, ma un mezzo transfuga, una specie di traditore. I comunisti si possono vedere come fatti della natura coi quali sarebbe assurdo prendersela; i socialisti, non si sa che bisogno c’era, paiono comunisti mancati, però anche loro, sia pure un po’ a torto ci sono, sono fatti innaturali della natura. Ma tu, nel mio stesso partito, tu no: tu non sei un fatto della natura, tu sei responsabile di ciò che sei, un compagno, un apostata, un colpevole.

Il discorso naturalmente si può ripetere nell’altra direzione: l’Italia è il paese dei reazionari, neri di sottana o di camicia: sono tristi fatti della natura. In questo momento i fascisti non si vedono molto ma in cambio si vedono molto bene i cattolici. E’ ovvio che i Italia i cattolici ci sono, non c’è niente da fare; ma che tu, nel mio stesso partito, mi venga a parlare di centralità e di equilibrio, di moderazione e di diplomazia, questo è insopportabile…

Eravamo tutti d’accordo sul fatto che il partito era “di sinistra”, anzi era l’organo più vitale della sinistra italiana, il suo cuore moderno. “Sinistra” partecipava simultaneamente della natura di un pacchetto “col suo contenuto articolato in pi con uno, pi con due, pi con tre, ec.) e anche della natura di un unico pezzo di torrone (Ti maiuscolo con n).

Riuscirò a comprare tutte le cose che voglio?

Il Ministero dell’Istruzione, attraverso la sua emanazione INVALSI, sottopone agli alunni di seconda [e.c.: quinta] elementare, sette [e.c.: dieci] anni, una serie di prove di italiano, matematica ecc. Della prova fa parte anche un questioniario, chiamato “Questionario studente”, che vorrebbe testare la situazione socio-economica di ciascun studente, il suo rapporto con la scuola ecc. Anche il suo rapporto con il futuro, pare. Ci sono domande come quella che segue, finalizzata, secondo quando trovo scritto nelle slide di presentazione prodotte dallo stesso INVALSI, a “Valutare le aspettative di realizzazione personale” dell’alunno. Dalle quali si evince molto chiaramente che idea di valutazione, di aspettative, di uomo, di mondo e di futuro abbiano quelli che governano oggi i processi dell’istruzione in Italia. Dieci anni. Dieci anni! Dieci anni!!!

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L’antifascismo dell’emergenza, l’indifferenza della normalità

macinaAntefatto: ho lavorato per alcuni anni all’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Macerata, cercando di portare nelle scuole e nella città i temi della Costituzione e dell’antifascismo. Quest’anno non ci lavoro più, e fin qui niente di male; il male è che non ci lavora nessuno al posto mio: l’Ufficio Scolastico ha deciso che non valeva la pena di investire risorse umane in un presidio di educazione alla cittadinanza attiva (“del resto – avranno pensato – nella tranquilla Macerata, non c’è mica un problema di fascismo e di rigurgiti antidemocratici, diamine! Parliamo di Ma-Ce-Ra-Ta, mica di Predappio!” – il seguito prova che aveva torto (cit.)). Nonostante questo l’Istituto continua a funzionare, col volontariato, e con i pochi soldi di sempre più precarie convenzioni e le tessere dei pochi, troppo pochi iscritti. E soprattutto grazie all’impegno di Paolo, il presidente, che investe su questo progetto tutte le sue energie, la sua intelligenza, la sua capacità organizzativa. Da ultimo, ha organizzato, quasi da solo, un evento, previsto per il prossimo sabato 21 aprile (ore 17, Sala Castiglioni della biblioteca Mozzi-Borgetti), che fa parte della campagna di tesseramento e che prevede una discussione pubblica e aperta – proprio con il microfono aperto al contributo di tutti – sui temi dell’antifascismo. Antifascismo. A Macerata. In questo preciso momento storico. Ebbene: a pochi giorni dall’evento, l’impressione è che la comunità cittadina e provinciale abbia accolto questo momento di riflessione in maniera molto tiepida, come se non ci fosse voglia di dire la propria, come se fossero in tanti a esser tentati di rimuovere una pagina nera della vita dalla nostra comunità. Ecco: da questo contesto nasce il post che segue.

Molti sostengono che il popolo italiano dia il meglio di sé stesso quando è in piena emergenza. Lo abbiamo visto ultimamente con le nostre zone terremotate: appena un anno fa fioccavano donazioni, elargizioni, sottoscrizioni; oggi, con tutti i problemi ancora aperti e la terra che non smette di tremare, sui paesi devastati dal sisma è scesa una coltre di disinteresse e di colpevole silenzio.

Lo stesso sta avvenendo per i fatti di Macerata dei primi di febbraio: mobilitazione immediata, antifascismo urlato e esibito, promesse e impegni di fare di Macerata un laboratorio di antifascismo e antirazzismo permanente.

E invece ora, con i primi tepori e le prime scampagnate primaverili, tutto sembra stia rientrando: è come se la la vita pacioccona della provincia anestetizzasse, senza curarle, le ferite della città.

Anche una iniziativa come l’open mic Qui (non) abita l’antifascismo (previsto per sabato prossimo, ore 17, alla Biblioteca Mozzi-Borgetti), evento che l’Istituto di Macerata da giorni sta divulgando, ha raccolto (per quel che posso capire e per quel che mi dicono le persone che concretamente stanno lavorando per organizzarlo) tiepide e distratte adesioni. Sarebbe interessante capire il perché.

Forse perché la parola “antifascismo” ormai fa paura? ci si vergogna di dirsi antifascisti? si considera l’antifascismo “divisivo” o “controproducente”?

Forse perché si crede (anche fra chi dice di sostenerlo e di considerarlo un presidio fondamentale) che non serva più un Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea a Macerata?

Forse perché si pensa che, se li dimentichiamo più in fretta possibile, poi ci sembrerà che i fatti di febbraio non siano mai accaduti?

Forse perché, banalmente, sono passate le elezioni e nessuno ha più nulla da guadagnare o da perdere da un dibattito sui valori fondanti della nostra democrazia?

Forse in definitiva, abbiamo sbagliato titolo: dovevamo togliere quelle parentesi e dire semplicemente: qui non abita più l’antifascismo.

Eppure, questo open mic è – sarebbe – un’ottima occasione, dopo le reazioni a caldo e la sovraesposizione mediatica, per parlare, riflettere, porsi domande e cercare nuovi approcci ad una realtà politico-sociale complessa e in continuo cambiamento. È – sarebbe – un’occasione di condivisione e costruzione di comunità. È – sarebbe – un modo per ribadire che, se consideriamo il nostro passato e ci sta a cuore il nostro futuro, non possiamo non dirci antifascisti. Questo open mic è. O meglio, sarebbe.

Nel silenzio elettorale

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Mentre me ne sto qui, a guardare questa neve che un po’ si scioglie, un po’ resiste a formare isole e solchi, e crea davanti alle finestre di casa mia uno scenario che pare uscito da un film di Ermanno Olmi, scopro, grazie a Daniele, un amico molto colto, una poesia di Giovanni Giudici che si chiama Versi in una domenica di Pentecoste e di elezioni. Siccome sono un po’ nostalgico, fra le altre cose, di certo cattocomunismo, ne appunto qui qualche verso:

Attesta
la mia parola la disubbidienza
civile, la protesta
del tuo popolo: punto sulla terra
i piedi, alzo la testa
benché mi pesi – ad aspettarti.

Ma lo spazio d’una vita non basta a rivelarti.

Il resto della poesia in La vita in versi (1965).

Dichiarazione di voto (una specie di)

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Pensando a queste elezioni, a questa pessima campagna elettorale, mi sono messo a considerare chi conoscessi di persona, fra i candidati. E mi sono venute in mente tre persone, due donne e un uomo.

La prima donna è più o meno mia coetanea, con lei ho condiviso una stagione di impegno, anche se in realtà ci ho parlato più via sms o sulla chat di facebook che dal vivo. Ogni tanto ci dicevamo di prenderci un caffé insieme ma poi non è mai capitato: così quella stagione è passata, io mi sono allontanato del tutto dal PD e dalla politica attiva, lei invece è finita addirittura in Parlamento. Ho continuato però a seguire il suo lavoro, ad ammirare l’entusiasmo intelligente che la contraddistingue e che trasmette a chi lavora con lei. Ora è candidata con Liberi e Uguali.

La seconda donna è più giovane di me, anche lei è stata già deputata, l’ho sempre vista molto presente sul territorio e sempre disponibilissima, soprattutto quando si trattava di lavorare sui temi della scuola, dell’antifascismo, della Costituzione, dei diritti. Una persona umile e preparata, con una visione alta della politica, almeno così a me è parso, ma anche molto concreta. Ora è candidata con il Partito Democratico.

L’uomo è quello che conosco meglio: un ragazzo giovane, intelligente, ribelle, pieno di amore per la vita, per i giovani. La voglia di rovesciare il mondo e renderlo un posto all’altezza degli ideali e dei sogni, la capacità di lavorare tutti i giorni per questo, nel piccolo come nel grande. Negli anni, l’ho visto dare un contributo decisivo alla costruzione dello spazio pubblico più bello che c’è a Recanati. Il Centro Culturale Fonti San Lorenzo. Ora è candidato con Potere al Popolo.

Non scrivo nemmeno i nomi di queste tre persone. Non serve al ragionamento che voglio fare, che è questo: se penso a quelle persone, avrei voglia di votarle tutte e tre. Se penso ai partiti, avrei voglia di non votarne nessuno. Il partito per cui vorrei votare io, infatti, non lascerebbe che quelle tre persone stessero in tre campi diversi. Il partito che vorrei le terrebbe insieme; terrebbe insieme la visione politica della prima, la concretezza e la capacità di mediazione della seconda, le istanze radicali del terzo. Sono sicuro che insieme farebbero un ottimo lavoro; perché  al di là delle differenze (grandi) delle posizioni che adesso rappresentano, hanno radici comuni e valori di fondo simili. Ne sono sicuro.

E quindi? Quindi niente. Io alla fine domenica voterò, con pochissimo entusiasmo, Liberi e Uguali. Ma il mio vero voto, nel senso di auspicio, è che dal 5 tutte le forze di sinistra, tutte le forze della solidarietà e della giustizia sociale, si guardino in faccia e riconoscano la loro fraternità antica. Che avvenga davvero, non ci credo tanto, ma mi pare l’unica cosa sensata da desiderare, e a cui lavorare.

Buon vuoto voto a tutti, e speriamo che le italiane e gli italiani usino una qualche dose di saggezza.