Omaggio a Charlotte

laletteraturaenoi.it oggi ospita una mia nota su Charlotte
Delbo, con due poesie di questa straordinaria scrittrice e intellettuale francese sopravvissuta a Auschwitz.

Io vi supplico

fate qualcosa

imparate un passo

una danza

qualcosa che vi giustifichi

che vi dia il diritto

di essere vestiti della vostra pelle dei vostri capelli

imparate a camminare e a ridere

perché sarebbe troppo assurdo

alla fine

che tanti siano morti

e che voi viviate senza far niente della vostra vita.

Poesie per la quarantena / 17

parigi

“Dottoressa chiamata aprile”: è un verso di una ‘poesia per musica’ (genere letterario oggi dai più chiamato ‘canzone’) di Francesco De Gregori. Me l’ha fatto ricordare poco fa un amico, Marco Sonaglia, che ogni sera su Facebook carica un video in cui interpreta una canzone, e così ci fa compagnia. Il protagonista della canzone, intitolata Gambadilegno a Parigi, è un vecchio che vive ai margini, solo, senza una gamba, e che ricorda la Atene della sua giovinezza, quando era bello sorprendesi per una nevicata imprevista. Oggi invece, nell’umida Parigi, l’inverno è un nemico, e Gambadilegno aspetta la primavera come si aspetta una dottoressa che curi tutti i tuoi acciacchi. E’ dura, per il vecchio Gambadilegno, ma lui va avanti, con il suo passo sghembo, contro le avversità: “Gambadilegno avanti, avanti, avanti marsh…”, è il verso con cui si conclude la canzone. Gambadilegno è ciascuno di noi, che consapevole della sua più o meno grande fragilità, aspetta con speranza la primavera, la medicina della dottoressa aprile. E nell’attesa che la medicina funzioni, anche noi comunque andiamo avanti. Avanti marsh.

Gambadilegno a Parigi

E allora sognò Atene
E la sua bocca spalancata
E la sua mano da riscaldare
E la sua vita stonata
E quel suo mare senza onde
E la sua vita gelata
E allora sognò Atene
Sotto una nevicata
Guardalo come cammina
Ballerino di samba
E come inciampa in ogni spigolo
Innamorato e ridicolo
Come guida la banda
Come attraversa la strada
Senza una gamba
Portami via da questa terra
Da questa pubblica città
Da questo albergo tutto fatto a scale
Da questa umidità
Dottoressa chiamata Aprile
Che conosci l’inferno
Portami via da questo inverno
Portami via da qua
E allora sognò Atene
E l’ospedale militare
Ed i soldati carichi di pioggia
E un compleanno da ricordare
Ed un ombrello sulla spiaggia
E un dopoguerra sul lungomare
E allora sognò il tempo
Che lo voleva fermare
Guardalo come cammina
Lazzaro di Notre Dame
Come sta dritto nella tempesta
Alla fermata del tram
Chiama un tassì si mette avanti
Dai Campi Elisi alla Grande Arche
Gambadilegno avanti avanti
Avanti marsch
Da: Francesco De Gregori, Pezzi

Qui una versione live di De Gregori; la versione di Marco Sonaglia si può vedere sul suo profilo Facebook.

Foto: Parigi dalla finestra di casa di mio fratello (foto mia). Ci saremmo dovuti tornare, secondo i piani, fra una settimana esatta.

 

Poesie per la quarantena / 16

Cattura

Cos’è “poesia”? Per come la vedo io, l’a capo prima della fine della riga non è poi così decisivo. Quando c’è un’alta densità di senso, e si va a scavare a fondo dell’esperienza umana, lì c’è poesia. Il resto sono classificazioni accademiche.

Per cui, dopo una canzone, perché non un brano di prosa? Ad esempio queste tre righe tratte dalla prima pagina di un romanzo sconcertante, Dissipatio H.G. di Giorgio Morselli, la storia distopica e postapocalittica di un uomo che si ritrova da un giorno all’altro ad essere l’ultimo, l’unico essere umano sulla terra.

Certo, situazione molto diversa da quella che stiamo vivendo oggi. Ma quanti degli stati d’animo elencati in queste poche righe possiamo dire di non aver, almeno un poco, vissuto anche noi in queste settimane? Da queste parti, esclusi ilarità e sollievo, più o meno tutti. Ecco il testo.

Da quella notte un mezzo mese è trascorso, e potrei dire altrettanto bene un mezzo secolo. Un lungo panico, in principio. E poi, ma tramontata subito, incredulità, e poi di nuovo paura. Adesso l’adattamento. Rassegnazione? Direi proprio accettazione. Con intervalli di proterva ilarità, e di feroce sollievo.

Giorgio Morselli, Dissipatio H.G., Adelphi.

Foto: un dettaglio della copertina del libro.

 

 

 

Poesie per la quarantena / 14

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“Di chi aspetta sempre un inverno / per desiderare una nuova estate”: oggi mi sono venuti in mente questi due versi di Francesco Guccini sull’attesa. Chissà come starà, il Guccio, se avrà paura, lui ormai vecchietto, di questo mostro che ci tiene in scacco, e come penserà alla nuova estate…

In quei versi mi sono sempre riconosciuto, ho sempre vissuto sulla mia pelle la perenne insoddisfazione di chi sa apprezzare meglio l’attesa che il compimento, di chi preferisce il lento arrivare dell’estate fra maggio e giugno all’esplosione del luglio e dell’agosto. E che ne sarà, del nostro maggio e del nostro giugno?

Perciò la poesia di oggi è Lettera di Francesco Guccini, ma aggiungo anche altre due poesie per musica che in qualche modo sviluppano il tema, una di Niccolò Fabi, una di Jovanotti.

Lettera

Il giardino di ciliegi fiorito
Agli scoppi del nuovo sole
Il quartiere si presto riempito
Di neve, di pioppi e di parole.
Alluna in punto si sente il suono
Acciottolante che fanno I piatti
Le tv sono un rombo di tuono
Per lindifferenza scostante dei gatti.
Come vedi tutto normale
In questinutile sarabanda
Ma nellintreccio di vita uguale
Soffia il libeccio di una domanda.
Un g ed un dubbio eterno,
Un formicaio di cose andate
Di chi aspetta sempre linverno
Per desiderare una nuova estate.

Il resto, se vi va, ascoltatelo

Da: Francesco Guccini, D’amore, di morte e di altre sciocchezze

Foto: Guccini a Pavana, davanti casa sua (dal web).

Poesie per la quarantena / 13

foto fiore 2In questi giorni, in cui se guardi i TG, o leggi i numeri del contagio, sembra tutto nero, succedono, come sempre nel mondo, anche cose bellissime. Nel cerchio dei miei amici vecchi e nuovi sono ad esempio nati un bimbo e una bimba, che sfidando la superstizione (ma che ne sanno loro di superstizione?) sono venuti al mondo rispettivamente venerdì 13 e martedì 17 marzo. Il babbo di lei, per regalo, le ha scritto questa poesia, e mi ha dato l’autorizzazione a condividerla con chi legge questa rubrichetta.

Eccoti al mondo
– ti parrà un po’ impaurito –
è un posto bello, il più bello
di tutti.
Che Dio ti benedica,
Margherita.
Sei la tigna, la vita.

Poesia di Roberto Contu (chi vuole un po’ conoscerlo può ascoltare questo, dal minuto 40 circa), inedita.

Foto di mio padre.

Poesie per la quarantena / 12

Inf._26,_Anonimo_fiorentino,_Il_naufragio_della_nave_di_Ulisse,_1390-1400_ca.Domani è il Dantedì, il giorno di Dante Alighieri, e a mezzogiorno tante scuole di tutta Italia lo celebreranno leggendo e commentando il XXVI canto dell’Inferno. Lo farà anche la mia scuola (diretta Facebook alle ore 12.00 qui). Per cui la poesia per la quarantena di oggi sono questi versi qui:

«”O frati,” dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.»

Da: Dante Alighieri, Inferno, XXVI, 112-120.

Foto: Anonimo, Naufragio della nave di Ulisse (da Wikipedia).

Poesie per la quarantena / 11

ginestre d'inverno

“Qui mira e qui ti specchia / secol superbo e sciocco”: Leopardi, in questi versi della Ginestra, invita l’Ottocento a osservare le pendici del Vesuvio devastate dalla lava, e a rispecchiare in quella devastazione la sua stupida superbia. Perché, di fronte alla forza della natura, ogni superbia umana non può che dimostrarsi stupida. Il coronavirus è solo una manifestazione, particolarmente subdola perché invisibile e incontrollabile, della superiore potenza della natura. Di fronte a questa potenza, i singoli e gli Stati che dicono “andrà tutto bene”, “qui non succederà niente”, “andiamo avanti come prima”, mostrano i limiti di una cultura incapace di fermarsi, di fare con umiltà i conti con la propria relativa impotenza. Abbiamo continuato, finché è stato possibile, a far girare il meccanismo impazzito delle “magnifiche sorti e progressive”, ma alla fine abbiamo dovuto prendere atto (troppo tardi) di quel che stava succedendo. In questo senso le civiltà orientali (Giappone, Corea del Sud) hanno mostrato una consapevolezza culturale, una dimensione civile molto più forte di quelle della “civilissima Europa”, di questo Occidente che si sente guida del mondo e “esporta la democrazia”. Mai come oggi credo si sia visto quanto sia velleitario e pericoloso il paradigma della superiorità occidentale che nonostante tutto, noi discendenti di conquistadores e colonizzatori, ci portiamo dentro. Leopardi è un antidoto potentissimo, a saperlo leggere, a questo veleno.

Il discorso sulla Natura e sulla condizione umana che sviluppa Leopardi nel suo ultimo grande canto ha un valore universale talmente complesso che applicarlo a qualche particolare contingenza storica è sempre rischioso. Ma come tutte le grandi opere universali non smette mai dire quel che ha da dire, e quindi anche oggi vale la pena di leggerla. Qui c’è tutto il testo, ma limitiamoci ad una rilettura della vertiginosa terza strofa, piano piano.

Per prima cosa, Leopardi ci dice che una persona povera e malata non andrà certo a dire in giro di essere ricco e sano: farà, piuttosto, i conti con la sua reale condizione:

Uom di povero stato e membra inferme
Che sia dell’alma generoso ed alto,
Non chiama se nè stima
Ricco d’or nè gagliardo,
E di splendida vita o di valente
Persona infra la gente
Non fa risibil mostra;
Ma se di forza e di tesor mendico
Lascia parer senza vergogna, e noma
Parlando, apertamente, e di sue cose
Fa stima al vero uguale.

Che dire allora di quegli uomini che scrivono libri pieni di “fetido orgoglio”, e promettono all’umanità delle felicità che non si sono mai viste né in terra né in cielo, quando invece siamo tutti fragilissimi e destinati alla sofferenza, e basta un’onda un po’ più grande, un vento appena un po’ più forte, un terremoto, e interi popoli possono essere spazzati via, senza che ne resti che uno sfocato ricordo?

Magnanimo animale
Non credo io già, ma stolto,
Quel che nato a perir, nutrito in pene,
Dice, a goder son fatto,
E di fetido orgoglio
Empie le carte, eccelsi fati e nove
Felicità, quali il ciel tutto ignora,
Non pur quest’orbe, promettendo in terra
A popoli che un’onda
Di mar commosso, un fiato
D’aura maligna, un sotterraneo crollo
Distrugge sì, che avanza
A gran pena di lor la rimembranza.

Il vero uomo nobile, continua Leopardi, non è quello che diffonde queste stupide illusioni, ma quello che denuncia con franchezza la vera condizione umana, senza togliere nulla alla nuda verità, e ci dice qual è il nostro destino comune e la nostra reale condizione. Siamo fragili, piccoli, debolissimi. Questo uomo saggio, poi, non se la prende con gli altri uomini per i suoi dolori, ma individua la vera colpevole: la Natura, che ci ha creato al dolore e alla morte, indifferente al nostro destino.

Nobil natura è quella
Che a sollevar s’ardisce
Gli occhi mortali incontra
Al comun fato, e che con franca lingua,
Nulla al ver detraendo,
Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
E il basso stato e frale;
Quella che grande e forte
Mostra se nel soffrir, nè gli odii e l’ire
Fraterne, ancor più gravi
D’ogni altro danno, accresce
Alle miserie sue, l’uomo incolpando
Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
Che veramente è rea, che de’ mortali
Madre è di parto e di voler matrigna.

Nel saggio, da questa consapevolezza deriva un vero amore verso gli altri uomini, perché una è la condizione comune a tutti; quella a cui l’uomo è destinato è una guerra comune, quindi inutile dividersi, bisogna piuttosto unirsi nella fraternità e nella compassione.

Costei chiama inimica; e incontro a questa
Congiunta esser pensando,
Siccome è il vero, ed ordinata in pria
L’umana compagnia,
Tutti fra se confederati estima
Gli uomini, e tutti abbraccia
Con vero amor, porgendo
Valida e pronta ed aspettando aita
Negli alterni perigli e nelle angosce
Della guerra comune. Ed alle offese
Dell’uomo armar la destra, e laccio porre
Al vicino ed inciampo,
Stolto crede così, qual fora in campo
Cinto d’oste contraria, in sul più vivo
Incalzar degli assalti,
Gl’inimici obbliando, acerbe gare
Imprender con gli amici,
E sparger fuga e fulminar col brando
Infra i propri guerrieri.

Quando questo sarà chiaro, e siamo giunti alla fine della strofa, quando cioè si capirà che non ha senso individuare il nemico negli altri uomini, perché siamo tutti affratellati nel dolore e nella fragilità, quando questa verità tornerà ad essere conosciuta come lo fu in un antico passato (quando gli uomini si unirono in una “social catena” per sopravvivere), allora la società moderna ritroverà il senso delle parole giustizia e pietà, e smetteremo di raccontarci storie, favole che non possono in alcun modo dare fondamento ad una convivenza veramente civile.

Così fatti pensieri
Quando fien, come fur, palesi al volgo,
E quell’orror che primo
Contra l’empia natura
Strinse i mortali in social catena,
Fia ricondotto in parte
Da verace saper, l’onesto e il retto
Conversar cittadino,
E giustizia e pietade, altra radice
Avranno allor che non superbe fole,
Ove fondata probità del volgo
Così star suole in piede
Quale star può quel ch’ha in error la sede.

Da: Giacomo Leopardi, Canti.

Foto: ginestre d’inverno. Dal web.

Poesie per la quarantena / 10

piante grasse

La poesia per la quarantena di oggi l’ha scritta una poetessa che è anche un’ amica: Norma Stramucci. Una donna di grandi passioni e di finissima sensibilità umana, che ha conosciuto tutte le piccole e grandi gioie della vita, e anche le più grandi tragedie, e ha saputo e voluto fare di tutto questo una poesia pura e essenziale. Tante cose belle e brutte che un’altra persona avrebbe forse tenuto per sé, lei le ha trasformate in canto, e ce le ha regalate. E’ il caso di questa poesia che Norma ha scritto in questi giorni per la sua mamma, molto anziana e malata,  ricoverata in una casa di riposo. E la condizione delle case di riposo, in questi giorni strazianti, è una delle più strazianti. Questa è la poesia:

Mamma 11-17 marzo 2020

Mamma che ho chiuso il mio cuore
davanti al tuo letto il 128.
Mamma senza nessuna collana
sul pigiama. Io non ho posto
per altro dolore.
E quando assorbi te stessa
nello stato soporoso
sento che vai dall’angelo nostro,
il figlio mio
mentre brancolo io
con la mia testa e la ragione
-non posso andare in altro luogo,
oggi che il mondo è in pandemia-
come in una giostra impazzita
intorno in tondo
ai tuoi calamari viola.
Mamma mia mammina non morire adesso
che vorrò farti un funerale bello
te lo ricordi ma’, quanta gente da Andrea?
E un milione di abbracci e baci
di gente pure sconosciuta. Che bello mamma,
ieri che stavo attenta
a non respirarti addosso
e ti lesinavo persino
una carezza.

Che brutto mamma, oggi
che pure questo
mi è tolto.
E un filo di lacrima non esce
dal mio cuore chiuso.

La poesia di Norma Stramucci è inedita, e la riproduco su gentile concessione dell’autrice.

La foto è della mamma mia, invece, e del giardino che adesso non posso vedere.