La chance che resta

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Sono convinto che l’alterità di genere e il mondo della emigrazione sono gli unici fenomeni – nuovi e irriducibili – ai quali può attaccarsi oggi una speranza di futuro. Credo che queste possibilità, queste aperture, un intellettuale debba saperle raccogliere e indicare. Diceva Benjamin che non c’è sciagura che non implichi anche una chance.

Da un’intervista a Romano Luperini su laletteraturaenoi, che anticipa l’uscita del suo nuovo romanzo L’ultima sillaba del verso.

Elogio de la sombra

Piccolo apologo estemporaneo, anche a mo’ di anticipazione di una cosa imminente.

Passeggiavo per Macerata. Mi fermo a guardare la vetrina della mia libreria, e noto un paio di libri di poesie, che come in quella collana famosa di Einaudi (ma questi non sono Einaudi) hanno in copertina una delle poesie della raccolta: ottima cosa, la poesia non può pubblicizzarsi che con la poesia, o col silenzio. Leggo allora le poesie in copertina, sono di Ennio Cavalli entrambe, e mi piacciono entrambe, la prima è questa:

Superlativo di adesso è mai più.
Di acceso, arso vivo.
Più che vicino significa dentro, oppure
denso, fiato, fede.
Al culmine dell’allegria, il disinnesco.
Superlativo di inoltre è un bel nulla,
ovvia ripezione o viceversa.
Se guardi le parole in controluce
qualcuna è vera. Continua a leggere

Tre noterelle su scuola, libri e lavoro

Mentre stiamo a discutere di se/come riformare la prova di greco e latino al classico, di possibili ritorni ad una scuola media-ginnasio, col latino e tutto e il resto, di come tutto era più bello quando la scuola era saldamente gentiliana e classista, tutti discorsi interessanti certo ma rivolti decisamente al passato, qui succedono un po’ di cose, ne segnalo qualcuna, quasi random. Continua a leggere

“Bombe che scoppiano”

Sapete come vanno queste cose: uno legge in un post di un amico una frase che lo incuriosisce, si informa (ovvero, fondamentalmente, googla) e finisce che ci passa due ore.

Ieri sera è andata così, un’amica insegnante ha postato questa frase che Gramsci ha scritto quando faceva il critico teatrale per l’Avanti, relativa ad una commedia di Pirandello:

Luigi Pirandello è un «ardito» del teatro. Le sue commedie, sono tante bombe a mano che scoppiano nei cervelli degli spettatori e producono crolli di banalità, rovine di sentimenti, di pensiero.

Lì per lì, nemmeno mi ricordavo che Gramsci avesse fatto il critico teatrale, né avrei saputo dire che idea avesse di Pirandello (benché coevi, li avevo sempre tenuti, i due, in cassettini distinti), ma la frase mi ha incuriosito perché un po’ ambigua: Pirandello fa crollare la banalità, dice Gramsci, e va bene: ma che vuol dire che fa rovinare i sentimenti e il pensiero? Boh, andiamo a vedere.

Così ho scoperto (fate la prova) che mettendo la frase di cui sopra su google si trova qualche interessante saggio (uno di Camilleri), e soprattutto si possono comodamente leggere in questo sito tutte le cronache teatrali pirandelliane di Gramsci.

Così ho scoperto, anche, che Gramsci era spesso molto severo con Pirandello, ad esempio Così è (se vi pare) è stroncata senza appello. E le riserve sono continue. E ho scoperto anche che poi, in carcere, Gramsci scriverà (quando Pirandello sarà diventato molto fascista ma anche molto famoso) di aver capito fra i primi la grandezza del drammaturgo: “molto prima di Adriano Tilgher”, dice (piccole vanità di un carcerato, ma curiose…). E mi sono fermato un attimo anche a pensare alla strana immagine scelta da Gramsci per parlare di Pirandello: gli “arditi” e le bombe, gli scoppi i crolli e le rovine.

Ma poi lo sguardo mi è caduto sulla data di questi scritti. La frase degli arditi e delle bombe, ad esempio, è tratta da una recensione di Il piacere dell’onestà messo in scena al Carignano di Torino, del 29 novembre 1917. Era un giovedì.

29 novembre 1917. Cinque settimane e un giorno dopo la rotta di Caporetto (24 ottobre, mercoledì). Tre settimane esatte dopo la Rivoluzione d’ottobre (7-8 novembre, mercoledì e giovedì). E così, lo so che è stupido, mi sono messo a pensare come ad una cosa fuori dal mondo che la gente scrivesse commedie, andasse a teatro, scrivesse cronache teatrali e dibattesse della qualità letteraria degli scritti di Pirandello e delle capacità interpretative degli attori alla moda mentre quattrocento chilometri ad est una carneficina immane era in corso, e da quattro anni. E molte migliaia di chilometri ancora più a est cambiava il mondo.

Eccoci: siamo noi. Sono io.

 

 

Punti di intersezione

Sto leggendo questo libro di Don De Lillo, L’uomo che cade, che non ho mica ancora capito se mi piace o no. Però ad un certo punto c’è una bella pagina in cui si parla di questi partecipanti a corsi di scrittura creativa dopo l’11 settembre, che ci vanno perché questo ha un effetto terapeutico, su di loro, e ne hanno bisogno, non solo per via degli aeroplani, ma anche perché sono ai primi stadi del morbo di Alzheimer. Ad un certo punto De Lillo scrive (la sottolineatura è mia):

A volte c’erano cose che spaventavano, le prime esitazioni nelle risposte, i vuoti di memoria e gli errori, i sinistri preavvisi rilasciati di tanto in tanto da una mente che cominciava ad allontanarsi dall’attrito adesivo che rende possibile l’individuo. Lo notavi nel linguaggio, nelle lettere invertite, nella parola saltata in fondo a una frase zoppicante. Lo notavi nella calligrafia, che a tratti si scioglieva in un flusso indistinto. C’erano però mille bei momenti che i partecipanti potevano vivere, se gli si offriva la possibilità di raggiungere i punti di intersezione tra intuito e memoria che l’atto della scrittura consente.

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Appunti di David Foster Wallace in un libro di Don De Lillo

La rancura

Questa mia nota sull’ultimo romanzo di Romano Luperini, scritta per il blog letterario LN – La letteratura e noi, mi pare l’occasione giusta per aprire una nuova, come sempre precaria, stagione di tuttequestecose.

 

71L5zB1wP3LSu La rancura di Romano Luperini

Nel 1998, Ernesto Sabato aveva ottantasette anni e, dando alle stampe Antes del fin, uno scritto autobiografico che era anche il bilancio di una lunga vita, avvertiva i suoi lettori con queste parole:

no esperen encontrar en este libro mis verdades más atroces; únicamente las encontrarán en mis ficciones, en esos bailes siniestros de enmascarados que, por eso, dicen o revelan verdades que no se animarían a confesar a cara descubierta [1]

Solo la finzione, luogo di balli in maschera, consente dunque di rivelare le verità più atroci che si nascondono in fondo all’animo di un uomo: a questa conclusione era giunto, prima della fine, l’autore del cupo e tenebroso Sobre héroes y tumbas – uno dei romanzi fondamentali del Novecento – che pure da decenni aveva smesso di scrivere ficciones per dedicarsi all’impegno civile e alla scrittura saggistica.

Mi piace partire da qui per svolgere qualche riflessione sul romanzo La rancura di Romano Luperini (Mondadori, 2016), non la prima ma certamente la più complessa e ambiziosa prova narrativa di uno “scrittore avventizio”, se vogliamo stare alla definizione che l’autore dà di sé. Romanzo che deriva da un percorso per certi versi opposto rispetto a quello di Sabato, perché Luperini, dopo una vita dedicata alla critica letteraria accademica e militante, alla scrittura saggistica e all’impegno politico, sente l’urgenza di scrivere un romanzo; opposto, ma figlio dello stesso nodo: la complementarietà irriducibile di realtà e finzione, saggio e racconto, vita e narrazione della vita.

Romanzo complesso, si diceva, La rancura, e non soltanto perché composto da tre parti programmaticamente e strutturalmente diverse – Memoriale sul padre (1935-1945), Il figlio (1945-1982), Il figlio del figlio (2005) –  ma soprattutto perché ha l’ambizione di svolgere un discorso che riguardi almeno tre livelli differenti: quello psicologico ed esistenziale, legato all’archetipico conflitto fra padri e figli, nonché al ruolo che tale conflitto svolge nel tentativo proprio di ogni uomo di trovare il suo posto nel mondo; quello storico-politico, con il padre partigiano in Istria, il figlio intellettuale militante nella stagione del Sessantotto e dei movimenti, il figlio del figlio ospite disilluso dell’Italia berlusconiana; e infine quello propriamente letterario, dal momento che La rancura è anche, e forse soprattutto, un’indagine sul rapporto fra letteratura e realtà, sulle possibilità e sul senso del narrare nell’attuale situazione storico-culturale.

Non voglio, con questo, ridurre l’opera di Luperini ad una sorta di saggio di teoria della letteratura en travesti: sarebbe ingiusto, e sarebbe soprattutto sbagliato. Credo però che questo elemento sia decisivo e accresca, complichi e in fondo giustifichi sia la componente psicologica sia quella storica, che sono la materia prima del racconto.

Per provare a chiarire, ripercorro brevemente il romanzo, ponendo in evidenza i dati strutturali. La prima sezione si presenta come un memoriale sulla vita di Luigi Lupi – figlio di contadini toscani che diventa maestro elementare sotto il fascismo e poi partigiano – scritto (come si scoprirà alla fine della seconda parte) dal figlio Valerio dopo la morte del padre, sulla base di un preciso lascito testamentario: anche se il lettore, mentre lo legge, non lo sa, il memoriale è dunque un tentativo di riconciliazione con il padre morto di un intellettuale in crisi, e questo spiega il tono epico di alcune scene, così come la complessiva  sensazione di stare dentro un racconto canonico di una pagina di storia d’Italia già mille volte raccontata, con la quale già mille volte s’è provato a fare i conti senza ancora averli chiusi del tutto.

La seconda sezione del libro, Il figlio, è quella che – ad una prima impressione – può sembrare più vicina all’autobiografia: si presenta come la narrazione in prima persona di due momenti della vita di Valerio Lupi, la prima giovinezza e poi la maturità, fin verso i quaranta anni. Valerio Lupi è prima studente e poi docente universitario, coinvolto nel Sessantotto e leader politico di estrema sinistra: è insomma, a tutti gli effetti, un alter ego dell’autore, per quanto non si possa mai postulare una identificazione perfetta fra scrittore e personaggio (si veda, sul punto, la discussione fra Angelo Guglielmi e lo stesso Luperini).

La terza parte, la più complessa e probabilmente la più originale – certamente quella decisiva per la comprensione del libro – è impiantata sul racconto in terza persona di alcune settimane della vita di Marcello, figlio di Valerio (Il figlio del figlio del titolo della sezione), che nel 2005 torna da Londra nella casa toscana del padre, morto qualche tempo prima, per cercare di scrivere il suo secondo libro e intanto provare a vendere la casa. È in questo momento che veniamo a sapere come è nato il Memoriale, e anche da dove vengono le scritture autobiografiche della seconda parte: Marcello e Serena, la sorellastra, trovano infatti fra le carte del padre un plico con su scritto “Da aprire dopo la mia morte”:

Dentro la busta due fasci di fogli, una cronaca autobiografica del periodo compreso fra l’immediato dopoguerra e gli anni di piombo e un memoriale (Memoriale del padre, è il titolo) contenente una ricostruzione della giovinezza del nonno negli anni del fascismo e della guerra partigiana; e poi lettere, foto, fotocopie di documenti storici e di capitoli di saggi sulla Resistenza in Istria. Nessuna nota di accompagnamento, ma una dedica: “Ai miei figli”.

Ecco dunque spiegata (ma siamo ormai a dieci pagine dalla fine) la struttura a scatole cinesi del libro. Una struttura che, retrospettivamente, rende ragione delle scelte stilistiche e tematiche messe in campo nelle prime due sezioni: il racconto della Resistenza in chiave epica, che rimanda soprattutto a Fenoglio, il resoconto dei tormenti di Valerio, che fa pensare in primo luogo a Tozzi e a Pratolini, le vicende dell’intellettuale nel vortice del Sessantotto e delle sue derive armate, tutto si giustifica perfettamente dentro questa cornice: sono il referto, il bilancio di vita di un uomo che non c’è più.

Da questa scelta narrativa decisiva (far scomparire l’alter ego dell’autore), da questa frattura, discende la cifra caratteristica dell’ultima parte del libro, che appare tutta orientata ad una programmatica e sistematica presa di distanza dalla materia narrata. Qui, infatti, non solo opera una narrazione in terza persona fredda e oggettivante, ma si moltiplicano i filtri volti ad allontanare (si vorrebbe dire anestetizzare) le pagine più ricche di pathos e emozioni: ecco allora, ad esempio, che per raccontare l’ultimo senile amore di Valerio è ampiamente riutilizzato (e decostruito dallo sguardo smitizzante di Marcello) il materiale incandescente e davvero patetico di un “quaderno giallo americano” che era stato alla base di un altro libro di Luperini, L’età estrema (Sellerio, 2008); oppure ecco che, in un altro capitolo, persino l’autentico testamento politico di Valerio – una commovente lettera su cosa per lui avesse significato essere comunista – viene offerto al lettore attraverso una scena in cui tutto concorre a smontare ogni possibile forma di retorica e di coinvolgimento.

Questa dislocazione dello sguardo in una dimensione postuma permette all’autore di riconsiderare tutto quello che ci ha raccontato fino a quel momento, ovvero la sua stessa vita di uomo e di intellettuale, come se non fosse la sua (e, in effetti, a questo punto sua non lo è più davvero, ma solo del suo personaggio). Questa presa di distanza è preparata dalle riflessioni esistenziali (improntate ad un materialismo leopardiano mediato forse dal magistero di Sebastiano Timpanaro) delle ultime bellissime pagine della sezione Il figlio, ma diventa operante proprio quando Valerio esce di scena. È allora che chi scrive sembra riuscire a guardare alla sua esperienza passata da una distanza siderale, con una prospettiva nuova, più lucida, spietata e anche spudorata verso il sé stesso che fu, senza più rancori ma senza nemmeno espliciti intenti pedagogici; è allora che l’autore riesce a fare della sua esperienza, che è l’esperienza di una sconfitta storica, l’emblema di una universale condizione umana di fragilità e solitudine che solo il quotidiano lavoro, la faticosa costruzione di una personalità e di un carattere (si veda, in questo senso, il dialogo fra Marcello e la sorellastra Serena a p. 301), può riscattare dal caos e dall’insensatezza.

Certo, tutto questo potrebbe deludere il lettore che cercasse il racconto celebrativo e autoassolutorio di una parabola storica, quella che dalle speranze deluse della Resistenza passasse per le contraddizioni del Sessantotto fino alla débacle politica e morale dell’Italia berlusconiana (e post); o quello che, conoscendo la statura intellettuale e critica dell’autore, chiedesse al libro di Luperini una precisa indicazione sulla strada da seguire nel suo impegno civile e culturale. Nel romanzo non c’è niente di tutto questo: non la voce di un padre autorevole, di un maestro senza tentennamenti, ma quella di un figlio fragile, di un intellettuale a volte spaesato, dispatriato, di uno scrittore che fa i conti con le sue verdades más atroces.

E’ questo, a mio avviso, l’ultimo e più grande dono de La rancura, quello di sfidare la nostra pigrizia sempre in cerca di orme facili da seguire; il dono, in una parola, di lasciarci soli.

 

Nota:

[1] “non sperino di incontrare in questo libro le mie verità più atroci; quelle le troveranno soltanto nei mei romanzi, in quei sinistri balli in maschera che, proprio per questo, dicono o rivelano verità che non si avrebbe il coraggio di confessare a viso scoperto” (traduzione mia)

 

 

 

Italo Calvino, La giornata di uno scrutatore, cap. XII

La scena centrale di La giornata di uno scrutatore si svolge in una camerata del Cottolengo occupata da degenti fra i più gravi, occasionalmente trasformata in “seggio mobile” per le elezioni politiche nelle quali il protagonista del racconto, Amerigo, è scrutatore. Il tema polemico è la deplorevole abitudine di permettere il voto (per tramite delle suore assistenti) a malati chiaramente incapaci di intendere e di volere. Ma alla scena principale Calvino intreccia, in questo XII capitolo, un quadro secondario, che trovo bellissimo e voglio trascrivere.

Un letto alla fine della corsia era vuoto e rifatto; il suo occupante, forse già in convalescenza, era seduto su una seggiola da una parte del letto, vestito d’un pigiama di lana con sopra una giacca, e seduto dall’altra parte del letto era un vecchio col cappello, certamente suo padre, venuto quella domenica in visita. Il figlio era un giovanotto, deficiente, di statura normale ma in qualche modo – pareva – rattrappito nei movimenti. Il padre schiacciava al figlio delle mandorle, e gliele passava attraverso al letto, e il figlio le prendeva e lentamente portava alla bocca. E il padre lo guardava masticare. […]

Amerigo continuava a guardare il padre e il figlio. Il figlio era lungo di membra e di faccia, peloso in viso e attonito, forse mezzo impedito da una paralisi. IL padre era un campagnolo vestito anche lui a festa, e in qualche modo, specie nella lunghezza del viso e delle mani, assomigliava al figlio. Non negli occhi: il figlio aveva l’occhio animale e disarmato, mentre quello del padre era socchiuso e sospettoso, come nei vecchi agricoltori. Erano voltati di sbieco, sulle loro seggiole ai due lati del letto, in modo da guardarsi fissi in viso, e non badavano a niente che era intorno. Amerigo teneva lo sguardo su di loro, forse per riposarsi (o schivarsi) da altre viste, o forse ancor di più, in qualche modo affascinato […]

Interviene nel campo di osservazione di Amerigo una suora, la Madre, che è normalmente adibita al servizio quotidiano nello stanzone, e che sembra tutta compresa nella grazia metafisica della sua vocazione.

Anche la Madre sorrise, ma d’un sorriso che era per tutti e per nulla. Il problema d’esser riconosciuta, pensò Amerigo, per lei non esisteva; e gli venne da confrontare lo sguardo della vecchia suora con quello del contadino venuto a passare la domenica al “Cottolengo” per fissare negli occhi il figlio idiota. Alla Madre non occorreva il riconoscimento dei suoi assistiti, il bene che ritraeva da loro – in cambio del bene che loro dava – era un bene generale, di cui nulla andava perso. Invece il vecchio contadino fissava il figlio negli occhi per farsi riconoscere, per non perderlo, per non perdere quel qualcosa di poco e di male, ma di suo, che era suo figlio. […]

Amerigo torna a pensare alla Madre, e vede nell’amore della Madre per i suoi poveri derelitti qualcosa di simile al suo amore – da comunista – per l’umanità. Si perde in questi pensieri…

Ma più s’ostinava a pensare queste cose, più s’accorgeva che non era tanto questo che gli stava a cuore in quel momento, quanto qualcos’altro per cui non trovava parole. Insomma, alla presenza della vecchia suora si sentiva ancora nell’ambito del suo mondo, confermato nella morale alla quale aveva sempre (sia pur per approssimazione e con sforzo) cercato di modellarsi, ma il pensiero che lo rodeva lì nella corsia era un altro, era ancora la presenza di quel contadino e di suo figlio, che gli indicavano un territorio per lui sconosciuto.

La suora aveva scelto la corsia con un atto di libertà, aveva identificato – respingendo il resto del mondo – tutta se stessa in quella missione o milizia, eppure – anzi: proprio per questo – restava distinta dall’oggetto della sua missione, padrona di sé, felicemente libera. Invece il vecchio contadino non aveva scelto nulla, il legame che lo teneva stretto alla corsia non l’aveva voluto lui, la sua vita era altrove, sulle sue terre, ma faceva alla domenica il viaggio per veder masticare suo figlio.

Ora che il giovane idiota aveva terminato la sua lenta merenda, padre e figlio, seduti sempre ai lati del letto, tenevano tutti e due appoggiate sulle ginocchia le mani pesanti d’ossa e di vene, e le teste chinate per storto – sotto il cappello calato il padre, e il figlio a testa rapata come un coscritto – in modo di continuare a guardarsi con l’angolo dell’occhio.

Ecco, pensò Amerigo, quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari.

E pensò: ecco, questo modo d’essere è amore.

E poi: l’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo.

Ecco. Finito. Un Calvino secco, scabro. Un Calvino che pare quasi Fenoglio. Bello, no?

Paolo Nori, Bassotuba non c’è

Non sono un gran lettore di letteratura italiana contemporanea. Di solito il mio problema con la letteratura italiana contemporanea è lo stile: quando mi trovo davanti i libri degli scrittori che vanno per la maggiore (quelli che vincono i premi, quelli che trovo esposti sui banchi della Feltrinelli, perché io poi non sono uno che frequenta più di tanto siti specializzati , o che compra riviste di settore) ho di solito un problema: mi sembrano tutti un po’ uguali, tutti con la stessa voce. E mi stanco. Mi sembra di leggere sempre lo stesso libro. O meglio: mi sembra di leggere libri di diversi autori stranieri tradotti in italiano dallo stesso traduttore. Perché provo questa sensazione? Io credo che dipenda dal fatto che ultimamente ci diano giù un po’ troppo di editing, le case editrici maggiori: ma non sono un esperto, quindi non so se questa sensazione può corrispondere a realtà.

Ogni tanto però capita che si incontri qualcuno che una voce sua ce l’ha. Che non è detto che sia una voce perfetta e cristallina, ma insomma è una voce. Piuttosto reale, sembra. Mi capita, quelle volte lì, come al protagonista del secondo episodio di Black Mirror prima serie, di cui parlavo ieri: in un mondo completamente falso un ragazzo sente, in un cesso, una ragazza che canticchia per coprire il rumore della pipì che cade nella tazza: una vecchia canzoncina canticchiata distrattamente, ma più vera di tutto il mondo di musiche che possono arrivare alle sue orecchie dal suo sofisticatissimo Ipod. Ma sto divagando.

Una voce vera, ogni tanto, mi pare di incontrarla, dicevo. Ecco: ultimamente mi piace la voce di Paolo Nori, che ho scoperto prima come giornalista, poi come blogger, poi come autore piuttosto geniale di “pubblici discorsi” (mi riferisco in particolare alla bellissima raccolta intitolata La meravigliosa utilità del filo a piombo) e infine per quello che è veramente: uno scrittore di romanzi.

Bassotuba non c’è è il racconto in prima persona di un frammento della vita di Learco Ferrari, alter ego nemmeno troppo nascosto di Paolo Nori stesso. Aspirante scrittore con in ballo qualche contratto, animatore saltuario della vita dei locali emiliani, magazziniere e traduttore part-time, Learco si divincola in una vita molto precaria, forte solo del suo carattere pieno di contraddizioni, che corrisponde poi esattamente alla sua voce, appunto.

Mentre Learco sta elaborando il lutto della fine di una storia (Bassotuba – al secolo Elena Chiodi – la sua ragazza, se n’è andata con un allievo di Vattimo), succedono fatti piccoli (un gruppo musicale si scioglie, si organizzano serate, si intessono faticosamente relazioni) e grandi (il padre di Learco – l’amato, silenzioso Renzo – che vive in campagna e coltiva le viti, scopre di essere gravemente malato) che non sempre hanno risoluzione narrativa, ma ci consentono di partecipare ad una vita che percorre la sua strada, una strada sconclusionata e contorta come tutte.

Non dico altro, perché essendo soprattutto come dicevo una questione di voce, l’unica è leggerlo. Ma magari l’avete già letto tutti, eh, perché è un libro di una quindicina d’anni fa e io arrivo sempre dopo amen.

Però ha un difetto.

In meridione siamo piaciuti talmente, che una delle nostre ascoltatrici meridionali ha deciso di venire al nord a sentire anche questa lettura. A casa di chi ha deciso di andare, con tutti gli scrittori che c’erano? Che ce n’erano sette? A casa mia. No, ma, gentilissima. Però ha un difetto, che è un’insegnante.

Gli insegnanti hanno questa mania che parlano sempre dell’insegnamento. Ogni tre frasi dicono una parola che dev’essere una parola che gli piace molto, Pedagogico. Un’altra mania degli insegnanti è che quando ti parlano, dopo pretendono che gli rispondi. Ti dicono Eh?, alla fine delle loro frasi. Buona questa pizza, eh? Bella questa chiesa, eh? Un altro difetto degli insegnanti di sesso femminile è che gli piacerebbe fiondare con gli scrittori di sesso maschile, gli piacerebbe.

Da Bassotuba non c’è di Paolo Nori (Feltrinelli, 2009). Ecco, giusto per mettere agli atti un significato del verbo fiondare che non conoscevo.