Né il titolo, né la scienza, né la virtù

A me la politica piace. Via, non esageriamo. Per dire meglio, io credo che la politica serva; che sia necessaria per provare a mettere un argine al dolore, al male. Per questo credo che meriti il sacrificio di occuparsene. Però, sotto campagna elettorale, confesso di avere spesso un senso di repulsione: troppo alto il tasso medio di sfacciataggine, troppa la stupidità che vedo in giro, troppe le bugie (e troppi i creduloni).

Così, mi viene da sentirmi un po’ anarchico, ogni tanto. E di farmi trasportare (qualcuno direbbe forse non a torto: traviare) da frasi come questa, di Proudhon (sempre attraverso Nori):

Essere governati significa essere guardati a vista, ispezionati, spiati, diretti, legiferati, valutati, soppesati, censurati, comandati da persone che non ne hanno né il titolo né la scienza né la virtù. Essere governati significa essere, a ogni operazione, a ogni transazione, a ogni movimento, annotati, registrati, censiti, tariffati, timbrati, tosati, contrassegnati, quotati, patentati, licenziati, autorizzati, apostrofati, ammoniti, impediti, riformati, raddrizzati, corretti. Significa, sotto il pretesto dell’utilità pubblica e in ragione dell’interesse generale, essere addestrati, taglieggiati, sfruttati, monopolizzati, concussionati, pressurati, mistificati, poi, alla minima resistenza e alla prima parola di protesta, repressi, mutilati, vilipesi, vessati, taccheggiati, malmenati, fucilati, mitragliati, giudicati, condannati, deportati, sacrificati, venduti, traditi e, come se non bastasse, scherniti, beffati, oltraggiati, disonorati. Ecco il governo, ecco la sua giustizia, ecco la sua morale!

Prosit!

 

“Il più pulito c’ha la rogna”

Chi mi conosce lo sa: il mio politico preferito è stato a lungo Pippo Civati: pensavo che riunisse in sé meglio di chiunque altro competenze e visione, intelligenza e capacità di comunicare. Pippo Civati. Consigliere uscente in Lombardia, quando ha vinto le primarie che proprio lui ha tanto voluto sono stato contento, e pensavo che dopo essere entrato in Parlamento sarebbe diventato uno dei politici più importanti di questo paese.

Pippo ha quasi quarant’anni ed è diventato recentemente papà, ma mantiene l’aria di uno studente di filosofia fuori corso; fuori corso di poco però. Un dottorando, al massimo, toh. Questa cosa mi piaceva, più della boria di Renzi, più della sobrietà un po’ polverosa di Bersani. Ho anche rischiato di prendere sul serio la sua candidatura a Segretario del Partito Democratico: pensa te!

Mi piaceva la sua idea di fare politica girando il più possibile in mezzo alla gente, in tutta Italia, ma anche abitando da protagonista la rete (e pensavo: “se qualcuno considera ancora inconciliabili queste due cose, girare fra la gente e abitare la rete, ditegli che siamo nel 2013!”).

Negli ultimi anni Pippo ha tenuto in giro per l’Italia centinaia di incontri pubblici, ha scambiato idee con migliaia di persone; io che pure non mi muovo tanto me lo sono ritrovato a pochi chilometri da casa almeno quattro o cinque volte negli ultimi due anni, e le Marche non sono forse il posto più interessante, per un consigliere regionale lombardo. Lui però era fatto così: se lo invitavi veniva, si portava nello zainetto qualcuno dei suoi libri, ne parlava, si informava sulla situazione di qui. I libri li teneva nello zainetto. E arrivava guidando la sua C3 (“l’unica cosa che vorrei rottamare”, diceva con una delle sue battute più riuscite; ecco, un’altra cosa che mi piaceva era la sua ironia). Una sera ci ho anche fatto cena insieme: una pizza, di fretta come sempre in questi casi. Noi del circolo volevamo mostrarci ospitali con Pippo e pagargli la cena con una colletta; lui ha fatto i complimenti e poi sinceramente non mi ricordo come è andata a finire. Ma mi pareva bello che un politico insistesse per pagare la sua cena, e soprattutto mi pareva bello che non la pagasse a noi (che ti chiedi sempre ma chi diavolo paga, quando succedono queste cose – che peraltro a me non succedono mai).

Insomma, mi piaceva proprio questo Pippo Civati. Era un po’ la mia speranza.

E invece, adesso cosa ti vengo a scoprire? che con i soldi del gruppo consigliare del PD lombardo ha pagato i francobolli per mandare ai suoi elettori una lettera di rendiconto delle sue attività. Che una volta s’è fatto pagare un pernottamento, qualche biglietto del treno e un biglietto aereo (lui dice che l’ha scelto solo perché costava meno del treno). E ha pure preso una trentina di volte il taxi.

E’ vero che queste cose lui le ha sempre rese pubbliche prima ancora che glielo chiedessero; è vero anche che negli ultimi tre anni ha fatto centinaia di incontri, e decine di migliaia di chilometri con la sua C3 – senza rimborso alcuno. E’ vero che ha speso di tasca sua diverse decine di migliaia di euro per girare l’Italia, per andare a proporre le sue idee alla gente (ma del resto nessuno lo obbligava: poteva restarsene nel suo collegio lombardo come fanno tutti i consiglieri regionali); vero anche che non ha pagato con soldi pubblici cene, aperitivi elettorali e simili. Nemmeno il suo banchetto nuziale, se è per questo, anche perché mi sa che non è sposato.

Però quei 3000 euro di francobolli e spostamenti se l’è fatti rimborsare. Senza ritegno. E per fortuna che almeno ha sempre rendicontato tutto. Bontà sua.

Ora che giustamente per questi misfatti la magistratura lo ha invitato a comparire, la stampa libera ha potuto raccontare la verità su quest’uomo, e io ho dovuto dire addio a una delle poche speranze che m’erano rimaste per il futuro dell’Italia. Lo devo dire: Pippo, mi ha deluso profondamente. Tremila euro in 5 anni: con tremila euro una famiglia va avanti un mese e tu ti sei fatto rimborsare i francobolli. Con tremila euro una persona prende il caffè la mattina per dieci anni e tu ci prendi il taxi.

Insomma: è proprio vero che siete tutti uguali. Allora tanto vale votare Berlusconi o Di Pietro, no? O Fiorito.

E poi quella volta non m’hai nemmeno pagato la cena. Anzi forse, non mi ricordo bene, l’ho pagata io a te.

La lettura dei primi commenti a questo post mi fa pensare che sia utile riportare qui un estratto dalla voce “ironia” del Vocabolario Treccani: “Nell’uso com., la dissimulazione del proprio pensiero (e la corrispondente figura retorica) con parole che significano il contrario di ciò che si vuol dire, con tono tuttavia che lascia intendere il vero sentimento: fare dell’i.; parlare con i.; cogliere l’idi una frasedi un’allusionenon s’accorse dell’idelle mie parole.”