La letteratura viva

Organizzare e condurre a termine un laboratorio di lettura che coinvolge trecento studenti, di due città e molte scuole diverse, con cui ci si incontra per un anno per discutere di e intorno a un libro, per vedere quali domande suscita, e infine condividere queste domande con l’autore, costa una gran fatica, e richiede il contributo di tantissime persone. Che però valga la pena di farlo lo dicono molte cose; e fra le tante scelgo il sorriso e l’emozione colte in questa foto.

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Il merito della questione

Per quei casi una volta impensabili, e ora normali per via dei social network, mi sono trovato poco fa a discutere con persone a me sconosciute della vecchia questione della meritocrazia a scuola (versante docenti, ovvero “bonus”, premi ai meritevoli, teacher prize e compagnia bella). Tutto partiva dalla segnalazione da parte di una insegnante-scrittrice, Mariangela Vaglio, di uno sgrammaticato tweet di Oscar Giannino che recitava così:

. Il flop bonus di merito mostra che troppi docenti se ne fottono,di un mondo che invece premia i migliori.”

che voleva essere il commento e insieme il lancio di un pessimo, e non uso superlativi a casaccio, articolo di qualche giorno fa di Antonio Stella, pieno di inesattezze e luoghi comuni, buono solo a fare confusione (per chi lo voglia leggere e farsi un’idea, è qui).

Sotto nasce la discussione (per chi ha facebook, qui) alla quale intervengo pure io, prima con qualche cavolata, come troppo spesso mi capita, poi con qualche osservazione più seria. Il dibattito va avanti, e (essendo gli amici miei e di Vaglio, molto spesso, insegnanti) la maggior parte dei commenti è critico verso Giannino, Stella e in generale la politica sin qui seguita dal MIUR per provare a premiare il merito fra i professori: è – fra parentesi – anche la mia opinione: al di là del fatto che non vedo niente di male nel pagare meglio chi lavora meglio, e di più, per un mero fatto di giustizia, credo che nella scuola l’enfasi vada messa sulla collaborazione e non sulla competizione fra chi ci lavora, e poi le politiche governative sono state oggettivamente raffazzonate, incerte e poco efficaci, anche a prescindere dalla condivisione o meno della logica che le ha prodotte.

Ad un certo punto, torniamo alla discussione su facebook, interviene con un commento Natalino Balasso, il noto attore e comico, da tempo molto attivo nel web con un approccio che definirei “militante”. Quel che scrive mi colpisce, e non principalmente per l’elegante sintesi formale:

Tuttavia non comprendo questo ostinarsi a difendere l’esistente.

A questo punto mi è venuto da intervenire articolando un po’, e siccome nel farlo mi è parso di mettere a fuoco un pensiero che mi girava in testa da tempo, lo appunto qui – in linea con la funzione principale che ha per me questo spazio – per non perderlo:

Quella fra “difendere l’esistente” e “cambiamo tutto purchessia” è una falsa dialettica, tendenzialmente succube dell’ideologia dominante (scusate se uso la parola ideologia), voluta da chi di fatto non ha voglia di discutere con chi segue altre logiche riguardo al “merito” dei cambiamenti. In realtà tutto cambia in continuazione, sia che si provi a difendere l’esistente sia che si voglia rinnovare a tutti i costi: il mondo, e con esso la scuola, va avanti, cambia, todo cambia, perché questa è la sua natura. Quindi criticare una riforma sbagliata non significa essere per forza difensori dell’esistente: a me l’esistente per molti aspetti non piace, lo cambio già tutti i giorni (nel mio piccolo piccolissimo, come tutti) con il mio lavoro, le mie prese di posizione culturali e politiche, i miei progetti per il futuro, quindi usciamo per favore da questa logica manichea buona solo per distrarre e mettere fuori fuoco i problemi reali.

Vabbe’, lo so, niente di originale.

Il giudice e il cancelliere

Miei cari amici, come sapete, sono professore di storia. Il passato costituisce la materia del mio insegnamento. Io vi narro battaglie cui non ho assistito, vi descrivo monumenti snewsextra_212458comparsi ben prima della mia nascita, vi parlo di uomini che non ho mai visto. La situazione in cui mi trovo è quella di tutti gli storici. Noi non abbiamo una conoscenza immediata e personale degli avvenimenti di un tempo, paragonabile a quella che il vostro professore di fisica ha, per esempio, dell’elettricità. Non sappiamo nulla, su di essi, se non per i racconti degli uomini che li videro compiersi. Quando questi racconti ci mancano, la nostra ignoranza è totale e senza rimedio. Tutti noi storici, i più grandi come i più piccoli, rassomigliamo a un povero fisico cieco e impotente che non fosse informato sui suoi esperimenti altro che dai resoconti del suo aiuto laboratori. Noi siamo dei giudici istruttori incaricati d’una vasta inchiesta sul passato. Come i nostri confratelli del Palazzo di Giustizia, raccogliamo testimonianze con l’aiuto delle quali cerchiamo di ricostruire la realtà. Ma è sufficiente riunire queste testimonianze e poi cucirle l’una con l’altra? No di certo. Il compito del giudice istruttore non si confonde con quello del suo cancelliere. I testimoni non sono tutti sinceri, né la loro memoria sempre fedele: tanto che non si potrebbero accogliere le loro deposizioni senza alcun controllo. Come si comportano dunque gli storici, per trarre un po’ di verità dagli errori e dalle menzogne, e per mettere da parte, fra tanto loglio, un po’ di buon grano? L’arte di discernere nei racconti il vero, il falso e il verosimile si chiama critica storica.

(Marc Bloch, 1913)

Resistenti

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Ieri è stata inviata alle scuole la proposta didattica dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Macerata: che nonostante tutto sia così ricca e articolata mi pare un bel segno di vitalità (grazie soprattutto a Paolo e Annalisa, che non si scoraggiano mai, anzi nelle difficoltà danno il meglio).

The times they are a-changin’

teatroHo lavorato per due anni all’Istituto Storico di Macerata, un’esperienza professionale straordinaria. Chi mi conosce e/o mi segue qui si sarà accorto certamente della prima cosa, forse della seconda.

Da qualche settimana sono tornato ad insegnare a scuola. Era previsto che quella in Istituto fosse un’esperienza a tempo, e a me piace tantissimo insegnare, dunque tutto bene, no? Eh no, proprio no. Perché meno bene, anzi decisamente male, va il modo in cui questa cosa è successa, e le conseguenze della stessa. La vera notizia, infatti, non è che io non lavoro più alla realizzazione dei progetti didattici dell’Istituto Storico di Macerata, quanto piuttosto che, purtroppo, non ci sarà nessuno a farlo al posto mio. Almeno per questo anno scolastico. E senza rosee prospettive per il futuro, va detto. Continua a leggere

Foscolo e i poveri

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Ho letto Lettera a una professoressa che avrò avuto vent’anni, e non esito a dire che mi ha cambiato, anche se quella volta lì, alla prima lettura, non ho capito tutto, e anzi alcune parti mi hanno fatto persino arrabbiare. Per esempio io, a vent’anni più o meno, mi ero scritto a lettere per vari motivi, ma il principale era che la mia prof del liceo, leggendo I sepolcri, si era messa a piangere. Credo fosse il passaggio della preghiera di Elettra a Giove. Poi in Lettera a una professoressa avevo trovato (p. 130) il passaggio sull’interrogazione sui Sepolcri, quello in cui la prof chiede di volgere in prosa i vv. 138 e seguenti del poema (“Ma ove dorme…”) e finisce così:

“Volgi in prosa”. Il mio sguardo vagava su quelle parole strane senza sapere dove posarsi. Lei mi sorrideva: “Su via, son cose facili, le ho spiegate ieri. Non hai studiato”. Era vero. Non avevo studiato. Io non dirò mai ai miei scolari che inaugurare vuol dire augurare male. C’è scritto nella nota. Ma è una bugia. L’ha inventata il Foscolo perché non voleva bene ai poveri. Non ha voluto far fatica per noi.

Amavo da matti Foscolo e I Sepolcri, la prof aveva pianto leggendoli, mi ero iscritto a lettere contro tutto e contro tutti e stavo preparando Letteratura italiana I: e questo mi viene a dire che Foscolo non voleva bene ai poveri e così via? va da sé che mi sono incazzato, che ho trovato quel passo della Lettera irritante e sbagliato.

Ci ho messo un po’, forse anni, a capire che i ragazzi di Barbiana in quel passo non parlavano di Foscolo ma della scuola, e del modo in cui noi professori (nel frattempo sono diventato professore) intendiamo quel complicatissimo rapporto a tre fra noi, i nostri studenti, e le cose che insegniamo.

Forse oggi, primo giorno di scuola, l’ho capito ancora meglio, perché ho avuto la fortuna di incontrare, uno dopo l’altro, due articoli di Eraldo Affinati, uno sulla scuola e sul priore di Barbiana, l’altro proprio su Foscolo.

Il primo, per la cronaca, è stato anche occasione di una bella discussione sulla scuola ‘buona’ in terza effe.

 

Insegnare, con freschezza

Qualche giorno fa è stata pubblicata su laletteraturaenoi una conversazione che ho avuto la fortuna di intrattenere con lo scrittore e insegnante Marco Balzano in occasione di una sua visita a Macerata e Recanati. Qui di seguito l’inizio; l’intervista completa si può leggere a questo link.

Incontro per la prima volta Marco Balzano all’ingresso di un albergo di Macerata il 6 maggio di quest’anno. Quando lo vedo entrare, con quel canestro di ricci in testa e lo zaino, il fisico minuto e scattante, ho una sensazione strana, come se mi venisse incontro, insieme allo scrittore e all’insegnante che è, il ragazzino e lo studente che Marco è stato qualche anno fa.  La direi una sensazione di freschezza, se si capisce quel che voglio dire. Marco è appena arrivato nelle Marche per incontrare gli studenti che insieme a me, durante l’anno, hanno letto e discusso il suo romanzo L’ultimo arrivato. Nel pomeriggio dobbiamo incontrare i ragazzi di Macerata, il mattino dopo quelli di Recanati; in mezzo, gli ho strappato la promessa di una chiacchierata su scuola e scrittura per laletteraturaenoi. L’idea iniziale è di farla subito dopo l’incontro maceratese, ma poi ci facciamo catturare dalla dolcezza del pomeriggio di maggio, e preferiamo goderci il centro storico di Macerata. Decidiamo così che la nostra intervista la faremo il mattino dopo, in auto, nel tragitto verso Recanati. Continua a leggere

Tre noterelle su scuola, libri e lavoro

Mentre stiamo a discutere di se/come riformare la prova di greco e latino al classico, di possibili ritorni ad una scuola media-ginnasio, col latino e tutto e il resto, di come tutto era più bello quando la scuola era saldamente gentiliana e classista, tutti discorsi interessanti certo ma rivolti decisamente al passato, qui succedono un po’ di cose, ne segnalo qualcuna, quasi random. Continua a leggere

Bilanci

Paolo Mazzocchini traccia un lucido bilancio, ad un anno o quasi dalla sua promulgazione, della legge 107, mettendone in evidenza i tre aspetti più critici, critici perché nati da presupposti ideologici invece che dalle reali necessità della scuola: il meccanismo contraddittorio e inefficace del bonus agli insegnanti; l’alternanza scuola-lavoro, “un sacrificio cruento consumato sull’altare delle pretese di banche e confindustria” (che, prevedo, finirà malamente nel giro di pochi anni, a meno che non venga radicalmente ripensata nei metodi e nei fini); le scellerate assunzioni per il potenziamento che hanno portato migliaia di giovani (non sempre) e volenterosi (spesso) professionisti a poltrire nelle sale insegnanti in attesa di una supplenza, e che priveranno i più bravi fra i veramente giovani della possibilità di entrare a scuola per chissà quanti anni.

L’articolo si può leggere qui.

Aggiungo il link all’articolo di Ruggero, uno studente (ora universitario) che fa un altro bilancio, quelle delle lotte (studentesche e non) contro la 107.

Buona lettura.