Tre noterelle su scuola, libri e lavoro

Mentre stiamo a discutere di se/come riformare la prova di greco e latino al classico, di possibili ritorni ad una scuola media-ginnasio, col latino e tutto e il resto, di come tutto era più bello quando la scuola era saldamente gentiliana e classista, tutti discorsi interessanti certo ma rivolti decisamente al passato, qui succedono un po’ di cose, ne segnalo qualcuna, quasi random.

  1. School bonus. Qualche giorno fa la ministra Giannini ha annunciato che diventa attuativa la norma dello school bonus, uno dei dispositivi previsti dalla famigerata 107 (sì, quella della “buona scuola”), uno dei più contestati e uno di quelli che si vorrebbe giustamente sottoporre a referendum abrogativo (a proposito: andate a firmare se non l’avete già fatto!). In sostanza privati e imprese possono donare ad una scuola (pubblica o privata) cifre fino a 100.000 euro l’anno, e recupereranno il 65% di questa cifra in sgravi fiscali (quindi fino a 65.000 euro impresa/anno di tasse che non saranno riscosse dallo stato e quindi non andranno a finanziare, ad esempio, l’insieme del sistema statale dell’istruzione). Non è difficile, secondo me, immaginare quali dinamiche possa attivare un provvedimento nel genere, e gli effetti distorsivi, sperequativi, le ingerenze e i vincoli che questa legge può determinare. Ma quel che mi colpisce di più sono le disposizioni relative alle finalità per le quali si può finanziare la scuola: non miglioramento della didattica, integrazione culturale o  sostegno ai bisogni educativi speciali, o quant’altro, ma solo due capitoli: costruzione e ristrutturazione degli edifici (sacrosanto, ma io devo capire perché un’impresa dovrebbe dare 100.000 euro per costruire una scuola, e soprattutto che tipo di scuola vorrà costruire…) e poi, il capolavoro, (cito per semplicità dal comunicato stampa del ministero): “sostegno a interventi per migliorare l’occupabilità degli studenti, come i progetti di alternanza scuola lavoro” (alternanza scuola lavoro: altro pasticcio della 107, come stanno sperimentando le scuole già quest’anno). Ora, occupabilità è parola che il correttore automatico di wordpress nemmeno riconosce, la Treccani però la spiega bene nel suo dizionario on line di economia e finanza: indica la capacità di cercare e trovare lavoro delle persone. E’ una parola chiave (basta googlarla un attimo per rendersene conto) delle politiche di formazione di Confindustria, che a me appare come la vera regista occulta e la vera beneficiaria di questo tipo di norme. La scuola, insomma, come fabbrica per sfornare ingranaggi occupabili nel sistema (che poi, nella mia testa, questa parola, “occupabile”, funziona sempre al contrario: un giovane occupabile non è, per il mio cervello bacato, uno che sa trovare lavoro, ma uno che può essere “occupato”, cioè assediato, invaso e governato, come una città occupata dal nemico: non finirà mica davvero così?).
  2. Libri e tv. Sempre pochi giorni fa il Mibac ha firmato un accordo con la RAI e le principali reti televisive private (Mediaset, La7, Sky, Discovery) chiamato Patto per la lettura. Firma in pompa magna con Franceschini, Confalonieri, Campo Dall’Orto e tutti gli altri. Va bene, sono andato a leggermelo. A parte il pensiero iniziale, un po’ pregiudiziale, secondo il quale andare a chiedere alle TV di promuovere il libro e la lettura è un po’ come chiedere al macellaio di fare promozione al vegetarianesimo, ci sono molte cose che non mi convincono. A partire dal fatto che in questo patto le tv si prendono una serie di impegni però non si capisce bene cosa offra in cambio il ministero. L’idea di fondo sembra quella di fare in modo che l’oggetto libro sia presente in trasmissioni dedicate ad altro, farlo apparire come un oggetto della quotidianità, come se vedere un libro in mano ad un comparsa – che so? – durante una televendita di materassi possa incentivare le persone a leggere. Mah. In ogni caso l’elemento che volevo sottolineare era piuttosto questo, che nelle premesse al patto vengono esplicitati e descritti gli “ambiti della vita sotto l’influenza della lettura”. Secondo gli estensori del documento questi ambiti sono 5: culturale e scientifico, sociale, economico, democratico, creatività individuale. Di solito, in questi documenti, si pesano con il bilancino gli spazi dati ai vari aspetti, anche per sottolinearne l’importanza. Mi ha colpito dunque il numero di righe dedicate alla descrizione di questi ambiti: due righe all’ambito sociale, tre a quello culturale e scientifico, quattro alla creatività individuale, cinque all’ambito democratico e ben sette a quello economico. Mi pare, sbaglierò, un buon indice delle priorità che hanno in testa i nostri governanti e i magnati della tv quando si mettono ad un tavolo a siglare patti per la lettura.
  3. Luca e Andrea. Mentre scrivevo queste note trovo su Facebook la segnalazione di questa pubblicità di un consorzio per la formazione professionale che (dice il sito) “opera in stretto coordinamento con Confindustria Bergamo”, un consorzio che si chiama ENFAPI (“Ente per la Formazione e l’Addestramento – addestramento! come i leoni! – Professionale nell’Industria”, nato alla fine degli anni Sessanta come ente formatore nazionale del sistema confindustriale). Il manifesto è questo:verdeblu2A me pare che una pubblicità di questo tipo proponga un modello antropologico, sociale, economico e culturale devastante: dice ai giovani, impara un mestiere, trovati un lavoro, comprati una bella macchina, carica su una donna (piccola nota semantica: “vive con la SUA donna” è una frase di una brutalità sessista agghiacciante, in quel contesto: c’erano decine di modi migliori per dire “si è fatto una famiglia tutta sua”, se questo era quel che si voleva dire, ma dubito…) e tutto sarà ok; non farti fregare dal mito dello studio, dell’impegno intellettuale, non investire tempo e risorse nella tua formazione personale, nella tua cultura e nella tua consapevolezza: è una roba da sfigati, da disadattati. Appare insomma, questo manifesto, come la riproposizione fuori tempo massimo di un modello economico e sociale superato, quello che poteva funzionare nell’Italia del boom degli anni Cinquanta-Sessanta, ma che, è chiaro, non aiuta a rispondere alle sfide dell’oggi (già me li vedo, tutti questi Andrea, schiacciati dalla crisi, disoccupati e incapaci di flessibilità, con il mutuo che non si sa come pagare e la LORO donna che cerca di arrabattarsi con qualche lavoretto in nero…). Eppure, allo stesso tempo, non è difficile vedere in questo manifesto una possibile anticipazione di cosa potrebbe diventare il sistema scolastico italiano (che non potremo più chiamare pubblico) se continua e si consolida la deriva in atto verso una scuola che non ha più come fine quello di formare persone e cittadini padroni del loro destino ma solo mani e teste “occupabili” secondo le esigenze del mercato. (qui, per chi vuole e può, la discussione che il manifesto ha suscitato nel mio profilo Facebook).

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...