I Malavoglia

Anche quest’anno, dopo Una questione privata e dopo La Liberata, continuiamo, con Antonio Mingarelli e le ragazze e i ragazzi del liceo scientifico “Galilei” di Macerata, l’esplorazione della letteratura italiana attraverso il teatro. Ogni volta la scommessa è più difficile, ogni volta ci si sente in bilico fra ispirazione e incoscienza, ma questa volta davvero era (è) difficile trasportare la storia di Ntoni, Lia, Luca, Mena, Alessi, La Longa, compare Alfio, Bastianazzo e tutti gli altri poveri cristi di Aci Trezza nelle nostre Marche del 2017. Ci aiuterà, come al solito, il talento e la grazia dei giovani protagonisti, e quest’anno in più anche lo sfondo del mare di Porto Potenza, che nelle sere di giugno si colora spesso di tonalità bellissime.

Per chi vuole vedere cosa è venuto fuori quest’anno dal laboratorio teatrale “Cronache terrestri”, l’appuntamento è per domenica 11 giugno, alle 19, al circolo il Faro di Porto Potenza Picena, sulla passeggiata a mare, un po’ a nord della chiesa e della torre di Sant’Anna. E chi non può venire l’11, sarà il benvenuto alla prova generale aperta della sera prima, stessa ora.

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Utopie con la v

Da mercoledì a sabato, a Macerata, c’è questo festival di teatro contemporaneo indipendente che si chiama Utovie, con la v. C’è dentro tantissima roba, probabilmente tutta bellissima, di certo nuova e rara per Macerata. Non sarà un festival teatrale normale, infatti niente si svolge dentro un teatro, ma in vari luoghi della città, spesso aperti, spesso strani. Utovie è alla prima edizione, ed è obbligatorio che parta col piede giusto, quindi andateci in tanti, andateci tutti, voi là fuori.  Ci si vede lì.

Qui il sito, con il programma e tutto quanto.

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Soldati, disertori e quasi disertori

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Raccogliendo materiale per un lavoro su violenza, follia e potere…

1. Testimonianza di un soldato francese durante la guerra d’Algeria

Si chiedevano dei volontari per far fuori i giovani che erano stati torturati (così non restavano tracce e non si rischiavano grane). A me però non andava. È vero, sapete? Che uccidere un ragazzo a cento metri di distanza mentre si combatteva non mi faceva niente, perché lui era lontano, non si vedeva troppo, e poi era armato e, se necessario, poteva difendersi. Ma uccidere uno così, senza difesa, a freddo… no! Quindi come volontario non mi presentavo mai, e andò a finire ch’ero divenuto il solo del reparto che non avesse fatto la pelle al “suo” ragazzo. Mi chiamavano “La signorina”. Un giorno, il capitano mi ha chiamato dicendomi: “Non mi piacciono le signorine… Preparati: il prossimo sarà per te!” Be’ qualche giorno dopo, c’erano otto prigionieri da far fuori. Mi hanno chiamato e, davanti a tutti, mi si è detto: “A te, signorina! Dacci dentro!” Mi sono avvicinato al ragazzo: mi guardava. Vedo ancora i suoi occhi che mi fissavano… La cosa mi disgustava… Ho tirato… I commilitoni “sbrigarono” gli altri… Dopo, mi sono sentito meno male; ma, la prima volta, vi assicuro che ho provato una certa cosa… Non è un lavoro molto pulito, forse, ma tutti quei ragazzi sono, a pensarci bene, dei criminali, e a mollarli ricominciano, ammazzano le donne, i vecchi, i bambini. Non si può lasciarli fare, che diamine! In fondo, si ripulisce il paese da tutta la marmaglia da cui è infestato… capite??? Capite?

2: La lettera di un “non disertore” inviata a L’Express nel 1958

Le scrivo da Parigi dove sono in licenza prima di partire per i djebel. Non ho mai fatto politica, voglio dire che non ho mai aderito a nessun partito. Ma leggo… il suo giornale mi ha insegnato molte cose: i campi di concentramento, la tortura… In passato ho sconfessato i disertori, gli insubordinati, e quelli che oggi vengono giudicati a Parigi per aver aiutato i ribelli.
Queste sconfessioni le ho formulate quando credevo di essere d’accordo con certe posizioni. E poi, ho riflettuto, riflettuto…
Forse ucciderò un algerino con una pallottola pacificatrice, forse morirò di una pallottola ribelle. Supponiamo che le due cose avvengano. (È probabile, no?) I giornali scriveranno: “Un ribelle ucciso. Un soldato francese assassinato”. Nel caso del ribelle, non si troverà nulla da ridire. Forse, per me, si scriverà “che sono morto sul Campo dell’Onore”. Dell’Onore! Se muoio, perché? Se lui muore, l’algerino al quale mirerò, perché? Non abbiamo ragione tutt’e due. L’onore non può essere da entrambe le parti. Uno solo di noi morirà “per una giusta causa”.
Ecco la mia riflessione, ed ecco la mia risposta: la ragione, l’onore e la giusta causa sono dalla “sua” parte. Senza dubbio. Lei si aspetta che dica, ora: “Di conseguenza, non partirò”. Si partirò, malgrado tutto. Perché sono un vigliacco. Sì, sono un vigliacco!
Ho paura di andare in prigione per molto tempo, di rompere i rapporti con la mia famiglia, con i miei amici. Ho paura dello scandalo. Tutte queste cose sono certe. La mia morte non è certa. Ah, se migliaia e migliaia di giovani rifiutassero questa guerra! Ma, solo…! Certo, ho sentito parlare di disertori e d’insubordinati, ma dove sono? Come conoscerli? E allora, ecco, parto. Ma perché? Perché? Giacché l’Algeria sarà indipendente…

3. Il disertore di Vian/Calabrese/Fossati

Cronache terrestri

Domani comincia il terzo anno di un progetto letterario e teatrale promosso dall’Istituto Storico di Macerata che ho la fortuna di coordinare insieme ad Antonio Mingarelli, di cui sono protagonisti le ragazze e i ragazzi del liceo “Galilei Galilei” di Macerata. L’abbiamo chiamato Cronache terrestri, perché vorremmo che letteratura e teatro non siano qualcosa di astratto, lontano dall’esperienza, ma un modo concreto di tenere lo sguardo aperto e consapevole sulle cose della vita e del mondo.

Quest’anno, dopo Fenoglio e Tasso, il nostro corpo a corpo sarà con il capolavoro di Giovanni Verga, e sarà una sfida, come sempre, bella perché apparentemente difficilissima, quasi impossibile. Ma anche questa volta l’energia e il talento dei ragazzi ci stupirà senz’altro.

Per trovare la carica giusta per iniziare, sono andato a recuperare i materiali degli scorsi anni; per chi volesse, due assaggi qui di seguito.

Due o tre cose che ho imparato dal teatro (finora)

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Come si è capito dagli ultimi post, negli ultimi giorni sono stato molto preso dalla conclusione del laboratorio teatrale sulla Gerusalemme Liberata di cui sono stati protagonisti i ragazzi dello scientifico di Macerata. Purtroppo io non ho mai fatto teatro in prima persona, la prima e l’ultima esperienza di attore credo sia stata in una recita in prima media, quando facevo Ulisse nella scena dell’incontro con Nausicaa, e visto che di Barbara, la compagna di classe che interpretava la figlia del re dei Feaci, ero anche un po’ innamorato, non so nemmeno se si possa dire che in quell’occasione io abbia veramente recitato. Comunque, poi la vita mi ha dato l’occasione di avvicinare questo mondo, da insegnante, organizzatore e responsabile di laboratori, e pian piano (grazie soprattutto all’amicizia e al “sodalizio” con Antonio Mingarelli) mi sono ritrovato a fare anche un po’ da sceneggiatore, un po’ da aiuto regista, sempre più “dentro” il meccanismo e sempre però anche con l’amara sensazione – di fronte ai ragazzi che andavano in scena – di essere “della razza di chi rimane a terra”. E, devo dire, ho imparato proprio tanto da queste esperienze, e mi sono innamorato di questo mondo, di un amore forte come solo certi amori impossibili possono essere. Continua a leggere

Istantanee

Sono le foto (grazie, Giovanni Di Girolamo, per averle scattate) delle prove dello spettacolo Gerusalemme liberata. Frammenti da una storia di guerra e d’amore, che andrà in scena nel cortile di Palazzo Buonaccorsi sabato prossimo, 14 maggio, a partire dalle 20.30.

Altre info qui e qui

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Lo stato dell’arte

Volevo parlarvi un attimo di Antonio e Anahì, che oggi sono andato a salutare prima che partissero per Milano.

Antonio è un regista teatrale, con cui lavoro da anni nelle scuole (e adesso un po’ anche fuori dalle scuole), giovane, geniale, incasinato quanto basta come deve essere un artista. E’ uno che prende ragazzi che non hanno mai fatto teatro e alla fine dell’anno gli fa fare delle cose straordinarie. Vede in una ragazza un mago, e lei diventa un mago; vede gli occhi di un adolescente e capisce a dicembre che dietro quegli occhi c’è l’attore che, a maggio, terrà in piedi tutto lo spettacolo. Antonio non lavora solo coi ragazzi, ma anche con i professionisti, e allora ogni suo lavoro diventa uno sguardo nuovo su un’opera.

Come tutti gli artisti, Antonio vede le cose prima che esistano.

Anahì l’ho conosciuta invece solo qualche giorno fa: è un’attrice, bellissima e bravissima. La sera del 25 aprile, con pochissimo tempo per provare, si è caricata sulle spalle le storie di decine di internate nei campi fascisti e le ha fatte magicamente rivivere. Tre giorni dopo, nelle case di terra di Ficana, è diventata per una sera una allucinata e tenerissima Antigone, ma è stata contemporaneamente anche Creonte, e anche Sofocle, e anche Anouilh, insieme a tutti i personaggi della storia. Anche lì senza niente o quasi che la aiutasse: il suo corpo, la sua voce, la sua fragile forza.

Come tutti gli artisti, Anahì fa esistere cose che prima non esistevano.

Sia Antonio che Anahì vengono da una delle più prestigiose scuole di teatro italiane; sia Antonio che Anahì hanno poco più di trent’anni e un grande talento; sia Antonio che Anahì, per quanto ne so, vivono una condizione lavorativa assolutamente precaria, come tantissimi giovani artisti di questo paese. Un paese dove le istituzioni si aspettano spesso che gli artisti lavorino gratis, e dove il pubblico spesso si aspetta che gli spettacoli non costino nulla. Come se chi fa, ad esempio, teatro, non abbia un affitto o un mutuo da pagare.

Oggi con Antonio e Anahì ci siamo presi un caffé insieme, abbiamo parlato di progetti futuri e delle difficoltà del loro lavoro; poi ci siamo salutati e loro hanno preso il treno per Milano. Ormai, dovrebbero essere arrivati.

Io sono rimasto qui, grato per la bellezza che le donne e gli uomini di teatro ci donano, amareggiato al pensiero di quanto un lavoro così prezioso sia spesso misconosciuto.

Internate

“Ieri sera alle ore 20 circa, la nominata in oggetto approfittando dell’assenza delle altre internate coabitanti con essa nella stessa camera, ingerì, a scopo suicida, una forte dose di “Veramon”. Alle ore 20.45 circa, l’internata […] trovò la [..] stesa sul letto senza parola e vide subito una lettera messa bene in vista sul panchetto che trovasi in mezzo alla camera e che funge da tavolo. Presala e visto che era indirizzata a lei, la lesse. Nella lettera […] le chiedeva perdono dell’atto insano compiuto, dicendo che non aveva più il coraggio di continuare una vita senza alcuna notizia dei propri cari e dei propri beni e senza danaro…”

bozza internate 2016