Utopie con la v

Da mercoledì a sabato, a Macerata, c’è questo festival di teatro contemporaneo indipendente che si chiama Utovie, con la v. C’è dentro tantissima roba, probabilmente tutta bellissima, di certo nuova e rara per Macerata. Non sarà un festival teatrale normale, infatti niente si svolge dentro un teatro, ma in vari luoghi della città, spesso aperti, spesso strani. Utovie è alla prima edizione, ed è obbligatorio che parta col piede giusto, quindi andateci in tanti, andateci tutti, voi là fuori.  Ci si vede lì.

Qui il sito, con il programma e tutto quanto.

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Soldati, disertori e quasi disertori

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Raccogliendo materiale per un lavoro su violenza, follia e potere…

1. Testimonianza di un soldato francese durante la guerra d’Algeria

Si chiedevano dei volontari per far fuori i giovani che erano stati torturati (così non restavano tracce e non si rischiavano grane). A me però non andava. È vero, sapete? Che uccidere un ragazzo a cento metri di distanza mentre si combatteva non mi faceva niente, perché lui era lontano, non si vedeva troppo, e poi era armato e, se necessario, poteva difendersi. Ma uccidere uno così, senza difesa, a freddo… no! Quindi come volontario non mi presentavo mai, e andò a finire ch’ero divenuto il solo del reparto che non avesse fatto la pelle al “suo” ragazzo. Mi chiamavano “La signorina”. Un giorno, il capitano mi ha chiamato dicendomi: “Non mi piacciono le signorine… Preparati: il prossimo sarà per te!” Be’ qualche giorno dopo, c’erano otto prigionieri da far fuori. Mi hanno chiamato e, davanti a tutti, mi si è detto: “A te, signorina! Dacci dentro!” Mi sono avvicinato al ragazzo: mi guardava. Vedo ancora i suoi occhi che mi fissavano… La cosa mi disgustava… Ho tirato… I commilitoni “sbrigarono” gli altri… Dopo, mi sono sentito meno male; ma, la prima volta, vi assicuro che ho provato una certa cosa… Non è un lavoro molto pulito, forse, ma tutti quei ragazzi sono, a pensarci bene, dei criminali, e a mollarli ricominciano, ammazzano le donne, i vecchi, i bambini. Non si può lasciarli fare, che diamine! In fondo, si ripulisce il paese da tutta la marmaglia da cui è infestato… capite??? Capite?

2: La lettera di un “non disertore” inviata a L’Express nel 1958

Le scrivo da Parigi dove sono in licenza prima di partire per i djebel. Non ho mai fatto politica, voglio dire che non ho mai aderito a nessun partito. Ma leggo… il suo giornale mi ha insegnato molte cose: i campi di concentramento, la tortura… In passato ho sconfessato i disertori, gli insubordinati, e quelli che oggi vengono giudicati a Parigi per aver aiutato i ribelli.
Queste sconfessioni le ho formulate quando credevo di essere d’accordo con certe posizioni. E poi, ho riflettuto, riflettuto…
Forse ucciderò un algerino con una pallottola pacificatrice, forse morirò di una pallottola ribelle. Supponiamo che le due cose avvengano. (È probabile, no?) I giornali scriveranno: “Un ribelle ucciso. Un soldato francese assassinato”. Nel caso del ribelle, non si troverà nulla da ridire. Forse, per me, si scriverà “che sono morto sul Campo dell’Onore”. Dell’Onore! Se muoio, perché? Se lui muore, l’algerino al quale mirerò, perché? Non abbiamo ragione tutt’e due. L’onore non può essere da entrambe le parti. Uno solo di noi morirà “per una giusta causa”.
Ecco la mia riflessione, ed ecco la mia risposta: la ragione, l’onore e la giusta causa sono dalla “sua” parte. Senza dubbio. Lei si aspetta che dica, ora: “Di conseguenza, non partirò”. Si partirò, malgrado tutto. Perché sono un vigliacco. Sì, sono un vigliacco!
Ho paura di andare in prigione per molto tempo, di rompere i rapporti con la mia famiglia, con i miei amici. Ho paura dello scandalo. Tutte queste cose sono certe. La mia morte non è certa. Ah, se migliaia e migliaia di giovani rifiutassero questa guerra! Ma, solo…! Certo, ho sentito parlare di disertori e d’insubordinati, ma dove sono? Come conoscerli? E allora, ecco, parto. Ma perché? Perché? Giacché l’Algeria sarà indipendente…

3. Il disertore di Vian/Calabrese/Fossati

Playlist (una cosa un po’ alla Luca Sofri)

Spotify mi ha preparato, con criteri che non conosco e non voglio conoscere, la playlist dei miei ascolti del 2017, che è diventata di fatto la colonna sonora di questi ultimi giorni dell’anno, perché che c’è di più rassicurante, sotto le feste, che rivedere i film che hai amato da piccolo, che risentire le canzoni che hai amato durante l’anno?

Scegliendo dal mazzo, a volerne salvare qualcuna qui, la prima è certamente “Famous blue raincoat” di Leonard Cohen, canzone che non conoscevo (io di Cohen ho a casa un paio di raccolte, che ho ascoltato moltissimo, ma stranamente questa qui non c’era) e che ho scoperto nei giorni della morte dell’autore, perché R. ne ha postato qualche verso su Facebook a mo’ di saluto, io sono andavo a vedere cos’era e così mi è venuto fuori questo video. Da quel momento la canzone, enigmatica e struggente, meravigliosa, mi si è appiccicata addosso, e ogni tre o quattro giorni devo riascoltarla, come una droga.

(continua – forse)

Presente

L’altra sera ho partecipato ad un concerto della Gang, e si respirava un’aria senza tempo di canzone popolare; e non mi sarei stupito di veder comparire, sulla logora dodici corde di Marino Severini, la scritta che campeggiava un tempo sulla chitarra di Woody Guthrie: “This machine kills fascists”.

A me questa canzone di Resistenza, per esempio, dà sempre i brividi, soprattutto quando arriva il ritornello-appello:

Preistoria digitale, gente che scappa, streghe che bruciano

Tutti sappiamo che una volta risolto il problema della quantità artistica sarà inevitabile occuparsi della sua selezione. Molti però oggi pensano, e non a torto, che nella preistoria digitale nella quale siamo immersi, questo non sia ancora accaduto se non per un numero molto limitato di utilizzatori avanzati. E che anzi molto spesso gli algoritmi, i mercanti e la (nostra) psiche, favoriscano l’esatto contrario.

E’ un brano tratto da un articolo di Massimo Mantellini di cui non credo di condividere l’idea di fondo (non è bello cancellare la propria pagina facebook o twitter perché così scompaiono pezzi di vita digitale di chi ha interagito con te: e allora?) ma che è pieno di riflessioni molto stimolanti su quel che sta cambiando nel rapporto fra artisti e pubblico, e più in generale fra persone che producono e si scambiano informazioni e idee in rete. Continua a leggere

Un post… a Tesi

Qualche sera fa ho assistito a questa scena: mentre su Recanati si rovesciava tutta la pioggia della stagione e poco più in là si aspettava cantando il 25 aprile, Riccardo Tesi, uno dei più grandi suonatori di organetto diatonico, seduto al tavolo di un bar, imbraccia l’organetto di un giovane musicista e si mette a suonare. Purtroppo non ho l’audio, questa è la foto di un momento da ricordare:

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La sera prima, nella sede di ArsLive trasformata in una affascinante cave parigina del dopoguerra, Tesi aveva tenuto un concerto. Di seguito un paio di esempi della sua musica:

Sii coraggiosa

Ieri mattina mi sentivo pieno di sconforto, e mi sono ritrovato in pieno nelle parole di Christian Raimo (da qui):

Aboliamo la festa del 25 aprile. In questi giorni verrebbe da fare la modesta proposta di eliminare questo giorno di festa dal calendario o in alternativa di sostituirne la denominazione: chiamiamola festa di primavera o qualcosa del genere. Sanciamo una condizione di fatto, l’assoluta indifferenza della gran parte delle istituzioni, dei mezzi d’informazione, dell’opinione pubblica per la ricorrenza della liberazione dell’Italia dal fascismo.

Quell’indifferenza la vedevo tutta intorno a me, e un po’ anche dentro di me – per reazione. Poi però, contro tutto e tutti, soprattutto contro un cielo che ha rovesciato su Recanati tutta la pioggia della stagione, ci siamo ritrovati, con tante ragazze e tanti ragazzi, nel cortile di una vecchia scuola dove abbiamo festeggiato quei vecchi e giovanissimi ragazzi che oltre settant’anni fa hanno saputo scegliere. C’erano tanti musicisti che hanno cantato la passione, la rabbia e l’amore; c’erano i ragazzi del Centro che vendevano vecchi libri per autofinanziarsi, le sindacaliste che raccoglievano firme per i referendum, l’immagine di Nunzia sul muro della scuola che ci raccontava di quando faceva la staffetta, le ragazze della libreria-caffé Passepartout, la più bella e nuova realtà culturale di Recanati, c’erano i tanti ragazzi dell’ARCI con i panini il vino l’entusiasmo, c’erano Giacomo a vendere libri e fare tessere dell’ANPI, Ruggero a parlarci con passione e competenza di Costituzione, Piergiorgio che dava voce a Calamandrei, Maria Vittoria che commossa e commovente leggeva le parole di Leone a Natalia; queste, ad esempio, che lui scrive a lei poche ore prima di morire:

Immagina che io sia un prigioniero di guerra; ce ne sono tanti, soprattutto in questa guerra; e nella stragrande maggioranza torneranno. Auguriamoci di essere nel maggior numero, non è vero, Natalia? Ti bacio ancora e ancora e ancora. Sii coraggiosa.
Leone

E in mezzo a tutto questo c’ero io, che osservavo tutto questo e grazie a questo, grazie a tutti loro, mi scuotevo di dosso la polvere dello sconforto e del disincanto.

E adesso si va al corteo (sempre sotto la pioggia) – e poi a metter su Internate.

Buon 25 aprile, festa della Liberazione, a tutte e tutti.