In questa notte fantastica (ti porto via con me)

Domenica pomeriggio ci sarà la prima nazionale, a Recanati, del film di Mario Martone dedicato a Giacomo Leopardi, Il giovane favoloso. La sera prima, seguendo la moda di questi anni di dedicare una *notte ad ogni evento appena un po’ diverso dal solito, ci sarà a Recanati la notte del giovane favoloso.

Ogni studente, anche mediocre, sa che Leopardi aveva un rapporto pessimo con Recanati. I più scafati sanno anche che in realtà senza Recanati – i suoi paesaggi, i suoi personaggi, il suo stesso isolamento – Leopardi non sarebbe stato lo stesso. Forse non sarebbe stato Leopardi. E’ un po’ come con i genitori, insomma, o in certe storie d’amore tormentate: legami tanto dolorosi quanto necessari.

E la *relazione complicata fra Leopardi e il suo paesotto non è andata poi tanto meglio nemmeno “in morte” di Giacomo, quando s’è tentato in ogni modo di normalizzarlo, vuoi facendone un padre della patria (lui così anarchico, in fondo) ai tempi del nazionalismo otto-novecentesco, vuoi provando a trasformarlo – dopo la mutazione antropologia degli anni Sessanta – in una mascotte, poi in un gadget, e ora in un brand.

Sia chiaro: io non me la sento di criticare chi sta organizzando tutto questo ambaradàn per celebrare il film su Giacomo Leopardi, con balli, canti tradizionali, annulli filatelici, carrozze, costumi d’epoca, rievocazioni di giochi e arti e mestieri: molti di quelli che son coinvolti nell’organizzazione sono amici, e un brivido mi corre alla schiena solo pensando al mazzo tanto che si devono esser fatti e che si stanno facendo. Ben vengano le iniziative che portano turisti nei musei e gente nelle piazze. Tutto è stato fatto, in fondo, per amor di Giacomino e di Recanati. E capisco pure che fra le mille iniziative non ce ne sia nessuna legata direttamente alla letteratura, alla poesia: i convegni sono diventati polverosi e autoreferenziali, le letture poetiche narcisistiche e soporifere, e avrebbero rischiato di gettare una coltre funerea sull’atmosfera che si vuole invece, e giustamente, di festa.

Però. Però.

Però non posso fare a meno di sentire il disagio dell’assenza in tutto questo di ciò che Giacomo è stato davvero (è stato per me? secondo me? vabbe’, ammettiamolo pure: tanto si conosce sempre attraverso il proprio personale sguardo…), cioè un coraggiosissimo e audace pensatore poetante, che non ha concesso nemmeno un briciolo della sua intelligenza all’ammasso delle idee compiacenti o consolatorie.

Di più: il disagio viene dall’avvertire che Giacomo non avrebbe capito, o forse avrebbe capito fin troppo bene, tutto questo. Io me lo immagino, lì seduto da qualche parte a guardare con un occhio la festa un po’ farlocca nella piazzola, e con un occhio la luna, sentendo una distanza irrimediabile, abissale, dall’una e dall’altra.

Me lo vedo che favoleggia (lui, giovane davvero favoloso) di luoghi e tempi dove la poesia abbia ancora un posto nel mondo dei vivi, senza il bisogno della sua monumentalizzazione o della sua degradazione kitsch, della spettacolarizzazione ad ogni costo.

E me lo fingo anche mentre affila lo stilo della sua satira feroce e lo immerge al cuore dei grossolani mercenari della sua immagine.

E sogno che, alla fine, mi porti via insieme a lui da qualche parte: non importa dove, ma piuttosto lontano da qui.

Quel che resta di Giacomo

Mi serve per una cosa mia: ma tu, lettore più o meno occasionale di questo blog, che ricordo hai conservato di Giacomo Leopardi dai tuoi studi scolastici?

(da questo post mi aspetto – mi aspettavo, perché poi tutti hanno scritto su facebook… – un piccolo boom dei commenti – tipo più di due almeno uno! Astenersi perditempo e addetti ai lavori)

a parte a parte

Né pure i casi che narrerò del mio spirito, credo già che sieno né debbano parere straordinari: ma pure con tutto questo mi persuado che agli uomini non debba essere discara né forse anche inutile questa mia storia, non essendo né senza piacere né senza frutto l’intendere a parte a parte, descritte dal principio alla fine per ordine, con accuratezza e fedeltà, le intime vicende di un qualsivoglia animo umano.

Giacomo Leopardi, Storia di un’anima scritta da Giulio Rivalta

Il significato dell’esistenza

Quando hai lasciato agli altri i destini del mondo  a te resta tutto il bello della vita (C.F. 1926-2012)

In un lungo necrologio Nello Ajello, immagino con una certa cognizione di causa, ricorda Carlo Fruttero come un uomo ha sempre schivato con una coerente “scelta antiretorica e antifilosofica” di porsi “le domande ultime”, uno che ha vissuto la vita con un misto di cinismo, ironia e disincanto e ha affrontato la morte come “un laico nel senso più pieno del termine”. Mi sono detto: ora io non so di preciso cosa significhi essere laico, né conosco abbastanza Fruttero da poter dire se è vero che non si sia mai posto “le domande ultime”; so solo che imparare a non porsele sembrerebbe un esercizio al di fuori della mia portata.

Oggi, poi, che ho letto in classe il finale del Dialogo di Tristano e di un amico, e mi sono ancora una volta stupito della lucidità con cui guardava alla morte uno che le domande ultime se le era poste tutte, e si era dato anche le sue risposte.

E di più vi dico francamente, ch’io non mi sottometto alla mia infelicità, né piego il capo al destino, o vengo seco a patti, come fanno gli altri uomini; e ardisco desiderare la morte, e desiderarla sopra ogni cosa, con tanto ardore e con tanta sincerità, con quanta credo fermamente che non sia desiderata al mondo se non da pochissimi. Né vi parlerei così se non fossi ben certo che, giunta l’ora, il fatto non ismentirà le mie parole; perché quantunque io non vegga ancora alcun esito alla mia vita, pure ho un sentimento dentro, che quasi mi fa sicuro che l’ora ch’io dico non sia lontana.

Poi, nella stessa pagina, leggo (in un articolo di Antonio Gnoli che non trovo in rete, qui un estratto) alcune frasi di un Fruttero vecchissimo, già orfano di Lucentini: “La vecchiaia è un aggiustamento continuo con cacciavite e chiave inglese. Tiri avanti. Anche la morte di Franco l’ho dovuta mandar giù e adesso quando scrivo, quando penso è come se mi sdoppiassi. Cerco sempre di vedere con il suo occhio quello che faccio”. E ancora: “(la morte) Non mi fa paura, ho un po’ d’ansia per il fatto che al momento possa soffrire e dopo non so. Con Franco discutevamo della morte. Lui diceva: guarda Carlo non se ne può parlare in senso proprio. Va considerata come un viaggio. Ecco stiamo a vedere come sarà questo viaggio. La morte è inverosimile. Perché quello che succede dopo non è raccontabile. E allora, fino a quando non senti bussare i primi colpi non ci credi, non ti sembra possibile”. Ecco: laico e pieno di pietas, non certo estraneo alle domande ultime, alle quali nessun uomo può veramente sentirsi estraneo.

Canto notturno di un’assassina errante nell’Asia

Se fosse stato possibile, Aomame si sarebbe rivolta direttamente alla luna, interrogandola. “In seguito a quali circostanze ti si è affiancata una piccola assistente di colore verde?” Ma, era ovvio, non sarebbe stata degnata di alcuna risposta.
La luna guardava la terra da vicino da più tempo di chiunque altro. Probabilmente era stata testimone di tutti i fenomeni accaduti e di tutte le azioni compiute quaggiù. Ma manteneva il silenzio con precisione e distacco. Lassù non c’era aria né vento; il vuoto era adatto a conservare intatti i ricordi. Nessuno era mai riuscito a sciogliere il cuore della luna. Aomame alzò il bicchiere verso di lei.
– Di recente hai dormito tra le braccia di qualcuno?
La luna non rispose.
– Hai amici? – chiese.
Nessuna risposta.
– Non ti senti stanca, a volte, della tua vita così fredda?
Anche questa volta, nessuna risposta.

Murakami Haruki, 1Q84, Torino, Einaudi, 2011, p. 266.