Soldati, disertori e quasi disertori

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Raccogliendo materiale per un lavoro su violenza, follia e potere…

1. Testimonianza di un soldato francese durante la guerra d’Algeria

Si chiedevano dei volontari per far fuori i giovani che erano stati torturati (così non restavano tracce e non si rischiavano grane). A me però non andava. È vero, sapete? Che uccidere un ragazzo a cento metri di distanza mentre si combatteva non mi faceva niente, perché lui era lontano, non si vedeva troppo, e poi era armato e, se necessario, poteva difendersi. Ma uccidere uno così, senza difesa, a freddo… no! Quindi come volontario non mi presentavo mai, e andò a finire ch’ero divenuto il solo del reparto che non avesse fatto la pelle al “suo” ragazzo. Mi chiamavano “La signorina”. Un giorno, il capitano mi ha chiamato dicendomi: “Non mi piacciono le signorine… Preparati: il prossimo sarà per te!” Be’ qualche giorno dopo, c’erano otto prigionieri da far fuori. Mi hanno chiamato e, davanti a tutti, mi si è detto: “A te, signorina! Dacci dentro!” Mi sono avvicinato al ragazzo: mi guardava. Vedo ancora i suoi occhi che mi fissavano… La cosa mi disgustava… Ho tirato… I commilitoni “sbrigarono” gli altri… Dopo, mi sono sentito meno male; ma, la prima volta, vi assicuro che ho provato una certa cosa… Non è un lavoro molto pulito, forse, ma tutti quei ragazzi sono, a pensarci bene, dei criminali, e a mollarli ricominciano, ammazzano le donne, i vecchi, i bambini. Non si può lasciarli fare, che diamine! In fondo, si ripulisce il paese da tutta la marmaglia da cui è infestato… capite??? Capite?

2: La lettera di un “non disertore” inviata a L’Express nel 1958

Le scrivo da Parigi dove sono in licenza prima di partire per i djebel. Non ho mai fatto politica, voglio dire che non ho mai aderito a nessun partito. Ma leggo… il suo giornale mi ha insegnato molte cose: i campi di concentramento, la tortura… In passato ho sconfessato i disertori, gli insubordinati, e quelli che oggi vengono giudicati a Parigi per aver aiutato i ribelli.
Queste sconfessioni le ho formulate quando credevo di essere d’accordo con certe posizioni. E poi, ho riflettuto, riflettuto…
Forse ucciderò un algerino con una pallottola pacificatrice, forse morirò di una pallottola ribelle. Supponiamo che le due cose avvengano. (È probabile, no?) I giornali scriveranno: “Un ribelle ucciso. Un soldato francese assassinato”. Nel caso del ribelle, non si troverà nulla da ridire. Forse, per me, si scriverà “che sono morto sul Campo dell’Onore”. Dell’Onore! Se muoio, perché? Se lui muore, l’algerino al quale mirerò, perché? Non abbiamo ragione tutt’e due. L’onore non può essere da entrambe le parti. Uno solo di noi morirà “per una giusta causa”.
Ecco la mia riflessione, ed ecco la mia risposta: la ragione, l’onore e la giusta causa sono dalla “sua” parte. Senza dubbio. Lei si aspetta che dica, ora: “Di conseguenza, non partirò”. Si partirò, malgrado tutto. Perché sono un vigliacco. Sì, sono un vigliacco!
Ho paura di andare in prigione per molto tempo, di rompere i rapporti con la mia famiglia, con i miei amici. Ho paura dello scandalo. Tutte queste cose sono certe. La mia morte non è certa. Ah, se migliaia e migliaia di giovani rifiutassero questa guerra! Ma, solo…! Certo, ho sentito parlare di disertori e d’insubordinati, ma dove sono? Come conoscerli? E allora, ecco, parto. Ma perché? Perché? Giacché l’Algeria sarà indipendente…

3. Il disertore di Vian/Calabrese/Fossati

Il male che si fa

Oltre le colline, di Cristian Mungiu. Con Cosmina Stratan, Cristina Flutur. Romania 2012, 155′.

(spoiler alert: come al solito non mancano elementi di anticipazione della trama: datevi una regolata)

Il recensore di Le monde (ma io lo leggo sul numero 973 di Internazionale) di questo film dice:

Vedendolo, nonostante la bellezza delle immagini, può sembrare di annoiarsi. Ma il film passa attraverso la pelle e non vi lascerà per molto tempo dopo averlo visto. Ha una forza evocatrice insinuante, un modo obliquo di mostrarci qualcosa che non avremmo saputo o voluto vedere.

Non so quale considerazione goda presso di voi, di solito, il recensore di Le monde; in ogni caso fidatevi, almeno questa volta. Vedendo questo film capita esattamente questo: mentre lo guardi ci sono momenti in cui senti perfettamente ogni spuntone scomodo della poltrona, e hai tempo di constatare come il Tiffany, sì, ha effettivamente vissuto momenti migliori, e sembra quasi impossibile che ci sia stato un tempo in cui non ci fosse, come una radiazione cosmica di fondo, questo insinuante afrore di polvere e umanità stantia… Insomma, il film ti lascia effettivamente il tempo di distrarti, di divagare, perché è così che è costruito: i primi minuti (l’abbraccio alla stazione, il pianto liberatorio) emotivamente travolgenti, poi la lentissima costruzione del dramma morale (potrebbe averlo scritto Dostoevskij), e per concludere il finale in crescendo. Alla fine rimani tu, con una storia dura, dei personaggi complessi e un sacco di domande da portare a casa.

La storia (vera) è piuttosto semplice: Alina e Voichita sono due ragazze che si ritrovano dopo essersi conosciute e amate all’orfanotrofio: ora Alina, che ha lavorato in Germania, raggiunge Voichita nel monastero ortodosso dove si è ritirata con undici consorelle e un severo monaco-padre. Ma l’amore umano e l’amore divino non possono convivere: Alina sente Voichita sempre più distante, e mostra segni di squilibrio. Voichita è divisa fra la scelta religiosa e l’affetto per la fragile amica. Alina diventa ben presto un insostenibile elemento di disturbo nella rigida quotidiana regola del mondo chiuso del monastero.

Il “padre” e le altre suore, in perfetta buona fede, applicandocon Alina le sacre regole del loro mondo, cercano di affrontare il problema, con umanissime incertezze e religioso rigore al tempo stesso: ultima ratio, si decide di ricorrere ad un esorcismo, con atroci conseguenze di torture e sevizie. L’aspetto forse più interessante del film è proprio questo: il dispiegarsi della progressiva disumanizzazione del rapporto fra Alina, Voichita e i religiosi del monastero, che senza rendersene conto diventano – pensando di fare del bene – i “volenterosi carnefici” di Dio. Alla fine, messi di fronte alle loro responsabilità non proveranno, se non molto timidamente, a difendersi, a giustificarsi, mostrando una fragilità per certi aspetti commovente. E ci chiediamo se lo sguardo duro, con cui Voichita (nella scena più bella del film) giudica il “padre” e le “sorelle”, possa essere anche il nostro. O se quello sguardo non debba essere rivolto prima di tutto a ciascuno di noi, alla nostra debolezza umana che non può reggere all’assoluto, quando l’assoluto si fa sistema di potere.

In una delle prime scene del film Voichita fa vedere ad Alina dei dipinti abbozzati sulle tavole che coprono il pozzo del convento, e spiega: “sono delle prove per gli affreschi della chiesa, ma poi sono finiti i soldi e l’artista se n’è andato: ci è rimasto solo questo abbozzo”. La scena inquadra i volti delle due protagoniste che guardano il dipinto, ma il dipinto resta fuori campo e Mungiu non ce lo farà vedere mai. Mungiu è un regista fatto così, e questa scena è una dichiarazione di poetica: io ti faccio vedere dei personaggi, ti racconto una storia, ma tu spettatore devi immaginarti tutto il resto, perché molto spesso le cose veramente importanti stanno fuori dall’inquadratura. Buona visione!