Contro il potere, la follia

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Questa sera, alle 17, nel cortile esterno dell’hotel Lauri di Macerata (vicolo Monachesi) un attraversamento del Novecento seguendo le traiettorie e gli intrecci di due parole: poterefollia.

Si incontreranno (e scontreranno) Luigi Cadorna e Francesco Guccini, Fabrizio De André e Peter Weiss, Stalin e Soholov, Emilio Lussu e Boris Vian, Vladimir Vysockij e Luis Sepulveda, Horacio Verbitsky e Edoardo De Angelis, un soldato francese spedito in Algeria e uno argentino che ha guidato i voli della morte in Argentina.

Ci sarà, a raccontare tutto questo, la voce e il carisma da Chiara Pietroni, la chitarra e il canto di Marco Sonaglia.

Ci sarò, un po’ a margine, pure io, ma spero che questo non rovini tutto.

I Malavoglia

Anche quest’anno, dopo Una questione privata e dopo La Liberata, continuiamo, con Antonio Mingarelli e le ragazze e i ragazzi del liceo scientifico “Galilei” di Macerata, l’esplorazione della letteratura italiana attraverso il teatro. Ogni volta la scommessa è più difficile, ogni volta ci si sente in bilico fra ispirazione e incoscienza, ma questa volta davvero era (è) difficile trasportare la storia di Ntoni, Lia, Luca, Mena, Alessi, La Longa, compare Alfio, Bastianazzo e tutti gli altri poveri cristi di Aci Trezza nelle nostre Marche del 2017. Ci aiuterà, come al solito, il talento e la grazia dei giovani protagonisti, e quest’anno in più anche lo sfondo del mare di Porto Potenza, che nelle sere di giugno si colora spesso di tonalità bellissime.

Per chi vuole vedere cosa è venuto fuori quest’anno dal laboratorio teatrale “Cronache terrestri”, l’appuntamento è per domenica 11 giugno, alle 19, al circolo il Faro di Porto Potenza Picena, sulla passeggiata a mare, un po’ a nord della chiesa e della torre di Sant’Anna. E chi non può venire l’11, sarà il benvenuto alla prova generale aperta della sera prima, stessa ora.

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Utopie con la v

Da mercoledì a sabato, a Macerata, c’è questo festival di teatro contemporaneo indipendente che si chiama Utovie, con la v. C’è dentro tantissima roba, probabilmente tutta bellissima, di certo nuova e rara per Macerata. Non sarà un festival teatrale normale, infatti niente si svolge dentro un teatro, ma in vari luoghi della città, spesso aperti, spesso strani. Utovie è alla prima edizione, ed è obbligatorio che parta col piede giusto, quindi andateci in tanti, andateci tutti, voi là fuori.  Ci si vede lì.

Qui il sito, con il programma e tutto quanto.

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G. Meneghello

Un ricordo da un bel convegno su Gigi Meneghello, organizzato da una fantastica comunità di giovanissimi studiosi che va sotto il nome di Formalit: la copia anastatica del diario di Gigi Meneghello che per un mese, nel 1928, ha raccontato e disegnato giorno per giorno gli eventi più significativi della sua vita di seienne. E già si vedeva che aveva qualcosa di strano, quello lì.

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Degli studi

Così Giorgio Agamben:

Occorre rovesciare il luogo comune secondo cui tutte le attività umane sono definite dalla loro utilità. In forza di questo principio, le cose più evidentemente superflue vengono oggi iscritte in un paradigma utilitaristico, ricodificando come bisogni attività umane che sono sempre state fatte soltanto per puro diletto. Dovrebbe essere chiaro, infatti, che in una società dominata dall’utilità, proprio le cose inutili diventano un bene da salvaguardare. A questa categoria appartiene lo studio. La condizione studentesca è anzi per molti la sola occasione di fare l’esperienza oggi sempre più rara di una vita sottratta a scopi utilitari. Per questo la trasformazione delle facoltà umanistiche in scuole professionali è, per gli studenti, insieme un inganno e uno scempio: un inganno, perché non esiste né può esistere una professione che corrisponda allo studio (e tale non è certamente la sempre più rarefatta e screditata didattica); uno scempio, perché priva gli studenti di ciò che costituiva il senso più proprio della loro condizione, lasciando che, ancor prima di essere catturati nel mercato del lavoro, vita e pensiero, uniti nello studio, si separino per essi irrevocabilmente.

Leggi tutto sul sito di Quodlibet.

Sul caso Serracchiani

Sul caso Serracchiani si è già detto tutto e il contrario di tutto. Senza sparare anch’io nel mucchio, mi limito a segnalare due contributi che sono secondo me i più seri fra quelli che ho avuto occasione di leggere. Se vi va, e se non li conoscete già, buona lettura.

Il primo è di Alessandro Coppola (da Gli stati generali), e in pratica analizza da un punto di vista logico-argomentativo e retorico (non scientifico, come dice lui, e la sfumatura me l’ha fatta giustamente notare Daniele Lo Vetere) le affermazioni di Serracchiani (della prima e della seconda ora) e spiega quanto pensare male e parlare male abbia conseguenze concrete molto pesanti.

Il secondo, di Andrea Maestri (da Possibile) analizza le cose da un punto di vista politico, e dice bene una cosa importante: che se si fa, sui valori e i diritti legati all’emigrazione, il discorso della destra e dei populisti con le parole della sinistra, si tradiscono due volte quei valori e quei diritti che dovrebbero essere un patrimonio politico, costituzionale e umano acquisito.

Le ciliegie di Pavese

ciliegie

Da Lessico famigliare di Natalia Ginzburg

Pavese, quella primavera, era solito arrivare da noi mangiando ciliege. Amava le prime ciliege, quelle ancora piccole e acquose, che avevano, lui diceva, «sapore di cielo». Lo vedevamo dalla finestra apparire in fondo alla strada, alto, col suo passo rapido; mangiava ciliege e scagliava i noccioli contro i muri con un tiro secco e fulmineo. La sconfitta della Francia, per me, rimase legata per sempre a quelle sue ciliege, che arrivando ci faceva assaggiare, traendole a una a una di tasca con la mano parsimoniosa e scontrosa.

[…]

Aveva parlato, per anni, di uccidersi. Nessuno gli credette mai. Quando veniva da me e da Leone mangiando ciliegie, e i tedeschi prendevano la Francia, già allora ne parlava. Non per la Francia, non per i tedeschi, non per la guerra che stava investendo l’Italia. Della guerra aveva paura, ma non abbastanza per uccidersi a motivo della guerra. Continuò tuttavia ad avere paura della guerra, anche dopo che la guerra era  da gran tempo finita: come, del resto, noi tutti. Perché questo ci accadde, che appena finita la guerra ricominciammo subito ad avere paura di una nuova guerra, e a pensarci sempre. E in lui la paura era più grande che in noi: era in lui, la paura, il vortice dell’imprevisto e dell’inconoscibile, che sembrava orrendo alla lucidità del suo pensiero; acque buie, vorticose e venefiche sulle rive spoglie della sua vita.

Mania di solitudine (da Lavorare stanca)

Mangio un poco di cena seduto alla chiara finestra.
Nella stanza è già buio e si guarda il cielo.
A uscir fuori, le vie tranquille conducono
dopo un poco, in aperta campagna.
Mangio e guardo nel cielo – chi sa quante donne
stan mangiando a quest’ora – il mio corpo è tranquillo;
il lavoro stordisce il mio corpo e ogni donna.

Fuori, dopo la cena, verranno le stelle a toccare
sulla larga pianura la terra. Le stelle son vive,
ma non valgono queste ciliege, che mangio da solo.
Vedo il cielo, ma so che fra i tetti di ruggine
qualche lume già brilla e che, sotto, si fanno rumori.
Un gran sorso e il mio corpo assapora la vita
delle piante e dei fiumi e si sente staccato da tutto.
Basta un po’ di silenzio e ogni cosa si ferma
nel suo luogo reale, così com’è fermo il mio corpo.

Ogni cosa è isolata davanti ai miei sensi,
che l’accettano senza scomporsi: un brusío di silenzio.
Ogni cosa, nel buio, la posso sapere
come so che il mio sangue trascorre le vene.
La pianura è un gran scorrere d’acque tra l’erbe,
una cena di tutte le cose. Ogni pianta e ogni sasso
vive immobile. Ascolto i miei cibi nutrirmi le vene
di ogni cosa che vive su questa pianura.

Non importa la notte. Il quadrato di cielo
mi susurra di tutti i fragori, e una stella minuta
si dibatte nel vuoto, lontano dai cibi,
dalle case, diversa. Non basta a se stessa,
e ha bisogno di troppe compagne. Qui al buio, da solo,
il mio corpo è tranquillo e si sente padrone.

Che cos’è per te il passato?

Lorenzo, un giovane storico, sta lavorando ad un progetto che gira intorno a questa domanda:

Quale domanda di Storia ci viene dalla società italiana, come viene utilizzata la storia dal pubblico che la cerca e riceve, a cosa serve realmente nella società attuale la conoscenza storica e di conseguenza il rapporto, più o meno consapevole, che si crea con la Memoria, pubblica e privata sul nostro Passato?

Per cominciare a rispondere, Lorenzo e i suoi collaboratori hanno preparato un breve questionario on line che può compilare chiunque lo voglia: si trova qui.

gramsci

Perché questa foto? Be’, nel progetto di Lorenzo c’entra anche Gramsci.