Poesie per la quarantena / 6

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In questi giorni stiamo tutti molto di più sui social. Fra numeri, notizie e interpretazioni, ogni tanto vediamo passare qualche perla. La poesia di oggi, di Andrea Inglese, l’ha segnalata ieri su Facebook un’altra poetessa, Renata Morresi, che ho la fortuna di conoscere dai tempi del liceo. La riporto senza commenti particolari: è stata pubblicata 12 anni fa ma racconta esattamente (in modo quasi didascalico) la nostra vita di questi giorni, a dimostrazione di come la poesia sappia prevedere il futuro perché è eterna. Ecco la poesia:

Progettiamo, anche per questo giorno,
anche stupidamente, con grande sforzo
di distrazione, mangiando il pezzo di pane
che è rimasto, utilizzando il cucchiaio sporco,
guardando la fungaia gigante sotto la betulla,
progettiamo, anche se gli edifici rimarranno
luridi, verso nord, nella cinta che fu una volta
operaia, e che oggi non è più nulla, campo
di concentramento del non lavoro,
delle giornate uguali, lunghissime,
a inventarsi come stare ancora in piedi,
come se niente fosse, progettiamolo
qui, noi, nel quartiere cinese,
tra una piazzetta e l’altra, e dentro casa,
e sul balconcino, magari, che anche
oggi, anche oggi non moriremo,
né tu né io, e nessuno dei vicini,
né i gatti né gli invisibili insetti
che cercano sentieri nelle crepe,
nelle fessure, il progetto oggi,
anche oggi, come nuovo,
è non morire.

Da: Andrea Inglese, La distrazione, Luca Sossella editore, 2008.

La foto, e il disegno dentro la foto (gesso colorato su ardesia) è del mio babbo.

 

Poesie per la quarantena / 5

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Buona domenica. Probabilmente una delle domeniche più difficili del nostro paese dal dopoguerra (speriamo le prossime siano almeno un pochino migliori). Buona domenica, comunque.

Una volta ho incontrato Franco Arminio, a Loreto, da Zi Nene, un ristorante gestito da una cooperativa che dà lavoro a ragazzi e ragazze diversamente abili. Insieme ad un amico lo abbiamo intervistato, ma poi non siamo riusciti a pubblicare quell’intervista. Arminio è una persona generosa, quando incontra le persone, quando sta sui social, quando gira per i paesi abbandonati, e anche quando scrive poesie: ne scrive a migliaia, credo che scriva sempre. La rete e le biblioteche sono piene di sue poesie. Credo sia anche molto letto, e i poeti con molti lettori (sempre che non siano ciarlatani) sono preziosi in questo tempo in cui la poesia ha così poco spazio.

A me con il suo profilo Facebook, dove pubblica post pieni di saggezza e di amore per l’Italia più marginale, Arminio in questi giorni sta facendo compagnia. Adesso ha anche lanciato una strana iniziativa: ha pubblicato il numero del suo cellulare e dalle nove alle dodici, ogni mattina, risponde agli sconosciuti che lo chiamano per farsi quattro chiacchiere, per farsi compagnia. Magari un giorno gli telefono, se non altro per scusarmi di non essere riuscito a pubblicare quella sua intervista. Ma dicevamo delle poesie. Come molti, Arminio ha scritto anche poesie su questa emergenza, su queste quarantena: si possono trovare in giro. Ma io ne metto qui una più vecchia, non d’occasione, presa da un suo libro di otto anni fa.

La poesia parla dell’importanza di uscire di casa, di incontrare persone, di non stare fermi. Può sembrare paradossale pubblicarla in questi giorni di reclusione forzata, ma non è così: alla fine anche in questi giorni, soprattutto in questi giorni, dobbiamo ricordare e coltivare (come si può) l’arte dell’incontro. Ecco la poesia.

Io dico che si deve partire da un punto qualunque
per esempio dal fatto che alle nove del mattino
puoi andare in un paese vicino e sentire
quello che dicono al bar un postino
un muratore un vecchio ammalato
e poi ti rimetti in moto sapendo che la giornata
una giornata qualsiasi è il tuo splendore.*

Franco Arminio, Stato in luogo, Transeuropa, 2012.

La foto è tratta dal profilo Facebook di Franco Arminio, immagino che l’abbia fatta lui.

* La poesia è stata ripubblica dall’autore in Cedi la strada agli alberi, Chiarelettere 2017, con qualche piccola variante e soprattutto l’aggiunta di questa terzina finale:

Abbi cura di andare in giro
non restare fermo come uno straccio
sotto il ferro da stiro.

Poesie per la quarantena / 4

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Non sono mai stato un gran giardiniere. L’anno scorso con M. abbiamo comprato questo geranio, che ha attraversato più o meno incolume questo mite inverno senza ricevere nessuna cura, abbandonato nel nostro giardinetto che è poco più di un sottoscala. La pioggia è stata poca, e l’acqua data dall’uomo anche di meno. Eppure stamattina ho visto sbocciare questo piccolo fiore, del colore che a M. era tanto piaciuto.

L’attaccamento alla vita di tutti gli esseri viventi, fiori o uomini (e un po’ anche quella di esseri semiviventi come i virus, per certi versi) è sempre affascinante. E commovente nella sua apparente insensatezza. E nella sua meraviglia, se per esempio un venerdì 13 di un anno bisesto e funesto, nel mezzo dell’imperversare di un’epidemia, un bambino decide di venire al mondo e cominciare a lottare. Ma anche nella sua crudeltà e nel suo cinismo di tante volte: mors tua vita mea, per questa volta non è toccato a me, ancora no, ancora no. Sempre di vita si tratta, lotta stupore fatica paura, costruzione e distruzione.

E quanto siamo attaccati alla vita oggi, noi piccoli esseri umani, in quella che tanti stanno paragonando a una guerra. E dunque la poesia di oggi è un grande classico della poesia di guerra, con quella meravigliosa capacità di Ungaretti di parlare di cose enormi e indicibili con la semplicità di un bambino. Si intitola Veglia, e Ungaretti l’ha scritta dentro una trincea durante la Prima Guerra Mondiale.

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

Da Giuseppe Ungaretti, L’allegria. La foto, questa volta, è mia.

 

Poesie per la quarantena / 3

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Vedendo questa straordinaria e terribile foto di una infermiera che crolla davanti al terminale dopo un turno di notte in uno degli ospedali che più sono stati travolti dall’emergenza coronavirus, mi è venuta in mente una frase del poeta serbo Izet Sarajlić, che parlando del lungo assedio di Sarajevo durante la guerra dei Balcani, disse una volta: “Chi ha fatto il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti”. Parlava di quelli come lui che durante l’assedio erano rimasti lì, e avevano provato a far sopravvivere un po’ di umanità. Stavolta l’espressione non è metaforica, e i turni di notte li fanno infermieri e medici costretti a immettere forti dosi di eroismo e temerarietà nelle loro vite (vite che loro probabilmente vorrebbero invece normali, normalissime). Triste il mondo che ha bisogno di eroi. E di eroi che non volevano nemmeno esserlo.

Fra le poesie di Sarajlić ce n’è una che amo molto, mi sa che l’ho già messa da qualche parte in questo blog, e anche questa può servirci per ragionare su questo tempo, in particolare a me fa pensare ai tanti, troppi morti, e a quella orribile specificazione che ci danno sempre per rassicurarci (ma ormai non ci rassicura nemmeno più): erano anziani, molto anziani, avevano altre patologie…

La poesia in questione parla della moglie del poeta, morta pochi anni dopo la fine dell’assedio. Nella poesia Sarajlić dice più o meno: “quanto sarebbe meglio se fossimo ancora sotto le bombe, perché quando eravamo sotto le bombe eravamo insieme, e avevamo ancora anni insieme da vivere. Adesso invece c’è la pace, e non ci sei tu, che me ne faccio allora della pace?”. Il poeta e la moglie erano anziani, acciaccati, ma anche se sei anziano e acciaccato quel tempo è preziosissimo, ogni giorno; non è che allora se arriva un virus sconosciuto e ti porta via non fa niente perché tanto non sei un ragazzino e avevi magari qualche acciacco. C’è sempre un mondo che finisce, dietro ogni numero. Ecco la poesia:

Fosse almeno quel terribile,
per l’umiliazione a nulla paragonabile
anno 1993
quando non avevamo nient’altro
che l’un l’altro.

Magari fosse ancora quel terribile,
quel tante volte maledetto anno 1993!

Avrei ancora cinque anni pieni
da poterti guardare
e da tenerti per mano!

da Izet Sarajlić, Chi ha fatto il turno di notte, a cura di Silvio Ferrari, Torino, Einaudi 2012, p. 111. La foto stavolta non è dei miei genitori, ma di una dottoressa dell’ospedale di Cremona.

Poesie per la quarantena / 2

L'immagine può contenere: fiore, pianta, albero, spazio all'aperto e natura

In questi giorni in cui tutti ci chiediamo se possiamo uscire o no a fare una passaggiata o una corsetta, una cosa è certa: bisogna farlo da soli, e ben distanziati dagli altri. Quindi ecco che chi proprio non ce la fa a stare ventiquattro ore su ventiquattro chiuso in casa si ritrova, “solo e pensoso”, in luoghi sperduti e abbandonati. Io, per esempio, ogni tanto vado sull’alzaia del fiume Potenza, a due passi da casa mia. In questi momenti si guarda con occhi diversi anche ad un grande classico della poesia italiana:

Solo et pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:

sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co·llui.

Francesco cercava i luoghi più deserti, dove non ci fosse impronta di essere umano, perché non voleva che gli altri scorgessero sul suo viso i segni della sua malattia d’amore. Anche noi in questi giorni non vogliamo farci vedere dagli altri, per non lasciar trasparire la paura, il sospetto, lo stordimento e la confusione. E’ vero che ci cerchiamo di più con amici e parenti, al telefono o in chat, ma di persona è diverso, perché tutti abbiamo in faccia la legittima (per certi versi doverosa) paura che la  persona che abbiamo davanti possa contagiarci, o essere contagiata da noi. Eppure Francesco si porta, nelle sue passeggiate solitarie, un compagno che non lo lascia mai: è Amore. Anche questo ci riguarda: in questi giorni confusi e dolorosi nella nostra solitudine conta quanto amore abbiamo immagazzinato prima, quanto ci siamo addestrati a dialogare con lui, con la parte della nostra interiorità che sa amare. E’ una riserva preziosa, portiamocela sempre dietro, coltiviamola.

La poesia è tratta dal Canzoniere di Francesco Petrarca, la foto stavolta è di mio padre, che sta con mia madre, sempre nel comune accanto.

Poesie per la quarantena / 1

foto fioreIl precedente post di questo blog risale ormai a molti giorni fa, e parlava della nostra piccolezza di esseri umani, di fragilità. Ora ci troviamo dentro questa emergenza del Covid-19, da ieri l’Italia è in quarantena. Come passare queste settimane di isolamento quasi totale? Io provo, fra l’altro, con la poesia. Cominciamo.

***

Una cosa che sicuramente ci lascerà questa stagione è una maggiore consapevolezza dell’importanza discreta di tanti aspetti della nostra quotidianità, che stanno lì senza farsi notare: gli abbracci, i paesaggi appena oltre la nostra vista, le piccole libertà che diamo per scontate. Comincio dunque da una poesia che racconta una minima epifania domestica, da un poeta che improvvisamente fa caso all’importanza fondamentale di quel nulla che ha:

Mi lavo i denti in bagno.
Ho un bagno.
Ho i denti.
Ho una figlia che canta
di là dalla parete.
Ho una figlia che ha voglia di cantare
e canta.
Può bastare.

Da Il sangue amaro di Valerio Magrelli.

La foto, invece, l’ha fatta mia mamma, che sta in quarantena nel comune confinante.

La nostra piccolezza

No niente, questo blog che aggiorno così di rado, di queste tempi, stasera era il posto più sicuro dove mettere da parte questa frase di David Foster Wallace che mi pare giusto conservare (da questo articolo):

«La nostra piccolezza, la nostra insignificanza e natura mortale, mia e vostra, la cosa a cui per tutto il tempo cerchiamo di non pensare direttamente, che siamo minuscoli e alla mercé di grandi forze e che il tempo passa incessantemente e che ogni giorno abbiamo perso un altro giorno che non tornerà più e la nostra infanzia è finita e con lei l’adolescenza e il vigore della gioventù e presto anche l’età adulta, che tutto quello che vediamo intorno a noi non fa che decadere e andarsene, tutto se ne va e anche noi, anch’io, da come sono sfrecciati via questi primi quarantadue anni tra non molto me ne andrò anch’io, chi avrebbe mai immaginato che esistesse un modo più veritiero di dire “morire”, “andarsene”, il solo suono mi fa sentire come mi sento al crepuscolo di una domenica d’inverno…».

Storia e letteratura, fra memoria e cittadinanza. Materiali/2

Coll IMJ,  photo (c) IMJ

Ancora una volta mi capita di andare a parlare con dei colleghi di letteratura e storia, memoria e cittadinanza.

Qui di seguito, per comodità, metto un po’ di materiali che potrebbero servire a me e a chi partecipa all’incontro, e che comunque non è escluso possa tornarmi utile ritrovare tutti insieme nello stesso posto anche in futuro.

Cronache terrestri – Uno sguardo retrospettivo

Dopo Pinerolo, altri amici mi hanno invitato a condividere qualche riflessione su alcune delle cose che faccio a scuola e dintorni (perché la scuola non è solo un gruppo di ragazzi seduti in fila nei banchi, come ci ha ricordato anche Roberto Contu qualche giorno fa; la scuola, in un certo senso, è sempre).

Questa volta mi hanno chiesto di raccontare cosa è successo con Cronache terrestri, il laboratorio di teatro che con Antonio Mingarelli abbiamo realizzato per quattro anni a Macerata. E’ stata l’occasione per ripercorrere un’avventura umana e professionale imprevista e fuori dall’ordinario, una cosa che probabilmente non mi capiterà più nella vita. Ideare un laboratorio insieme ad un regista di grande professionalità e talento (anche didattico, non solo teatrale), avere la libertà di metterci dentro la propria idea di letteratura e di scuola, trovare una scuola e un gruppo di professori che crede in te e ti affida un gruppo di ragazzi straordinari. Insomma, una gran fortuna, di cui in passato ho già parlato in questo blog.

Con l’occasione ho anche scoperto in rete alcune riprese di questi spettacoli che non conoscevo. Allora, sempre nell’ottica di fare un po’ d’ordine nelle cose che ho fatto, metto qui quello che c’è in giro. Per Fenoglio, si tratta di un bellissimo filmato opera di Giorgio Cingolani e Claudio Gaetani (apprezzato anche da Paolo Taviani, che l’ha scoperto per caso in rete). Per gli altri si tratta di filmati amatoriali, ma comunque di buona qualità. Peccato manchi una registrazione della Liberata, che pure dovrebbe esistere ma che non sono mai riuscito a recuperare.

In calce metto anche, a futura memoria, il link alla presentazione che farò a Catania, con altri materiali video, e ai copioni dei vari spettacoli.

I VIDEO

I COPIONI

Una questione privata

Gerusalemme Liberata

I Malavoglia

La treguaLa tregua

LA PRESENTAZIONE