Sciovinismo all’incontrario

A questo giro è andata così: le tre emozioni più grandi che mi riporto a casa dal passaggio parigino sono tutte e tre legate all’Italia.

La prima è stata l’andare alla tomba di Piero Gobetti a Père-Lachaise, che l’altra volta non avevo trovato:

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La seconda è stata guardare a lungo gli occhi vuoti di questa donna così triste e così bella:

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La terza, non serve scriverla qui.

 

Primavera

Con i pescatori e con la vita sul fiume, le belle chiatte con la loro vita a bordo, i rimorchiatori con i camini che si piegavano all’indietro per passare sotto i ponti, tirando file di chiatte, i grandi platani sugli argini di pietra del fiume, gli olmi e ogni tanti i pioppi, non potevo mai sentirmi solo lungo il fiume. Con tutti quegli alberi in città, potevi vedere la primavera che avanzava giorno per giorno finché una notte di vento caldo non l’avrebbe portata all’improvviso in una sola mattina. A volte le piogge fredde e pesanti la respingevano tanto da dare l’impressione che non sarebbe mai arrivata e che ti stavi perdendo una stagione della tua vita. Questo era il solo momento davvero triste a Parigi perché era innaturale. Ti aspettavi di essere triste in autunno. Parte di te moriva ogni anno quando le foglie cadevano dagli alberi e i rami erano nudi contro il vento e la fredda luce invernale. Però sapevi che ci sarebbe sempre stata la primavera, come sapevi che il fiume avrebbe ricominciato a scorrere dopo il gelo. Quando le piogge fredde persistevano e uccidevano la primavera, era come se un giovane fosse morto senza ragione. A quei tempi, comunque, la primavera finiva sempre per arrivare; ma era terrificante che avesse rischiato di non farcela.

Hernest Hemingway, Festa mobile