Primavera

Con i pescatori e con la vita sul fiume, le belle chiatte con la loro vita a bordo, i rimorchiatori con i camini che si piegavano all’indietro per passare sotto i ponti, tirando file di chiatte, i grandi platani sugli argini di pietra del fiume, gli olmi e ogni tanti i pioppi, non potevo mai sentirmi solo lungo il fiume. Con tutti quegli alberi in città, potevi vedere la primavera che avanzava giorno per giorno finché una notte di vento caldo non l’avrebbe portata all’improvviso in una sola mattina. A volte le piogge fredde e pesanti la respingevano tanto da dare l’impressione che non sarebbe mai arrivata e che ti stavi perdendo una stagione della tua vita. Questo era il solo momento davvero triste a Parigi perché era innaturale. Ti aspettavi di essere triste in autunno. Parte di te moriva ogni anno quando le foglie cadevano dagli alberi e i rami erano nudi contro il vento e la fredda luce invernale. Però sapevi che ci sarebbe sempre stata la primavera, come sapevi che il fiume avrebbe ricominciato a scorrere dopo il gelo. Quando le piogge fredde persistevano e uccidevano la primavera, era come se un giovane fosse morto senza ragione. A quei tempi, comunque, la primavera finiva sempre per arrivare; ma era terrificante che avesse rischiato di non farcela.

Hernest Hemingway, Festa mobile

Non ci sono più i (***) di una volta

Tempo di scrutini: io quest’anno ne ho tre, tutti domani mattina. Le carte sono pronte, le valutazioni sono arrivate come la naturale prosecuzione di un percorso lungo un anno, e ho cercato di fare del mio meglio, come al solito, sperando che gli errori non siano troppi né troppo gravi. Le emozioni, quelle, le ho lasciate ai ragazzi, come ricordo.

Quindi non ho altro da fare, se non prepararmi ad ascoltare quel che si ascolta ad ogni consiglio di classe, e ad ogni scrutinio: la lamentatio sul fatto che non ci sono più i ragazzi di una volta, che mai come quest’anno ho fatto fatica, che, cari colleghi, io non so proprio più che fare le ho provate tutte ma questi proprio non ce la fanno saranno tutti questi smartphone questi social stanno sempre lì a spippettare ma che si diranno mai tutto il giorno. Questo, più o meno, ascolterò, e se nessuno lo dirà sarà solo perché lo si dà ormai per scontato, come la lettura del verbale della seduta precedente.

Insomma, il dato è questo: ogni anno gli studenti della mia scuola sono peggio dell’anno scorso. E questo avviene regolarmente ogni anno, da parecchio tempo. Una volta, ai vecchi tempi in cui frequentavo per mestiere biblioteche, mi sono trovato a scartabellare nei carteggi di qualche studioso o letterato di metà Ottocento, c’erano di mezzo Carducci, De Sanctis e altri pezzi da novanta del tempo: già allora era tutto un lamentarsi di quanto fossero scarse le nuove generazioni… Uno di questi giorni vado a recuperare qualche passaggio che m’ero trascritto, e magari lo metto qui, per chi fosse curioso. Insomma: è almeno da un secolo e mezzo (almeno, ma ci sono testimonianze anche dai tempi di Cicerone o forse anche di Socrate) che ogni anno i ragazzi sono tremendamente più scarsi dell’anno precedente. Mi chiedo: ma come mai ancora non siamo tornati a vivere nelle caverne? Come hanno fatto intere generazioni composte da individui progressivamente più indolenti e subdotati a tirare avanti la baracca? Mah…

Io ho sempre visto la cosa da un altro punto di vista: i ragazzi che abbiamo davanti hanno sempre la stessa età, noi invece ad ogni anno siamo di un anno più vecchi. I ragazzi sono come lo Zefiro che torna ogni primavera, e anche se noi – discretamente – cerchiamo di rubare come timidi vampiri un po’ della loro gioventù, il punto è che ogni anno siamo un po’ più distanti, un po’ più diversi dai ragazzi che abbiamo davanti. Saper gestire grazie all’esperienza (pur senza doverla o poterla annullare) quella distanza ogni anno crescente è forse uno dei compiti più importanti e stimolanti del mestiere di insegnante.

 

Dove, partendo dalla cronaca, si finisce a sognare la scuola del tempo lento.

Ieri sera, da qualche sofisticato think tank vicino a Monti (sul cui percorso, per inciso, ha detto bene Renzi: “Poteva fare il Ciampi. Fa il Dini“: bum!) è uscita un’altra bella bolla d’aria sulla scuola: “scuole aperte undici mesi l’anno, le famiglie saranno contente”. La bolla è durata lì in sospeso talmente tanto poco che non s’è fatto in tempo né a capire quando come cosa e perché, né – alla fine – a spaventarsi più di tanto. Così, in questi casi, la cosa più interessante diventa la reazione a caldo sondaggi on line (Repubblica: 42% favorevoli; Huffington: 40%, Skuola.it: 19%; Twittersuca; Libero e Giornale non pervenuti, che magari si finiva per scoprire che i lettori erano d’accordo con Monti, non sia mai).

In ogni caso, oggi Monti risponde su twitter (su twitter!) così: “Ma chi ha mai parlato di taglio delle vacanze scolastiche???”. Sì, molto interrogativo: “Machihamaiparlatoditagliodellevacanzescola-stichepuntointerrogativopuntointerrogativopuntointerrogativo”. E Bersani risponde “Prima di parlare di allungare o accorciare vacanze estive, teniamo le scuole aperte tutto il giorno per attività didattiche”.

Ecco, come non ho capito cosa volesse dire (e tantomeno fare) Monti, così non capisco bene nemmeno cosa voglia dire (o fare) Bersani. Dico solo questo però: oggi, dopo le lezioni, mi sono fermato a scuola, ho mangiato una pizza al volo, ho passato la pausa pranzo a parlare di scuola e di film con una collega-amica con cui non avevo occasione di parlare da tanto tempo, poi ho fatto un paio d’ore di laboratorio teatrale con dei ragazzi molto in gamba. Sono tornato a casa un po’ stanco, però anche un po’ contento della giornata passata a scuola. Insomma, se trovano un modo intelligente di farla, a me questa cosa di tenere aperta la scuola anche il pomeriggio piace: potrebbe liberare un sacco di energia, e trasformare la scuola in un posto gradevole dove stare, godersi un tempo un più lento, riscoprire magari anche il valore dell’ozio; e forse smetterebbe di essere, la scuola, quel posto nevrotico che è, dove si impara ad essere docili ingranaggi di un meccanismo fordista, un posto da cui scappare appena finito di seguire (o di tenere) una lezione.

Una scuola del tempo lento, ecco: così la chiamerei. Così mi piacerebbe cominciarla a pensare.

Sull’argomento segnalo anche Galatea Vaglio e, da tutt’altra prospettiva, Leonardo Tondelli.