Serve ancora la filologia?

headermswQualche amico, come Fabio Curzi, lo va dicendo almeno dalla metà degli anni Novanta, quando eravamo ancora poco più che ragazzi e su internet si navigava con Altavista e si chattava con mIRC, e pensare di aprire un blog era qualcosa di pioneristico: la filologia, col suo metodo, la sua ermeneutica e la sua complicata e affascinante storia, ha moltissimo da dire nell’epoca del web.

Cosa resta di un *testo* in questo mare infinito di bit? E della volontà dell’autore nell’epoca della post-verità e della manipolazione continua dei dati? E quelle grandi biblioteche frantumate che sono i magazzini pieni di fili e scatoloni metallici che contengono, dislocati nelle più anonime periferie urbane e in sperdute zone industriali, la nostra memoria collettiva, il nostro cloud – come dobbiamo pensare tutto questo? Ecco, forse la filologia (troppo spesso considerata, persino da chi la fa, come un esercizio erudito ed esoterico) offre in realtà un armamentario formidabile per capire quel che sta succedendo nel campo della conoscenza e della sua trasmissione, oggi.

Basta aprire un manuale di filologia e scorrere l’indice: ci sono un sacco di parole che ci suonano molto familiari (e problematiche): libro, scrittura, materiali scrittori, citazioni, trasmissione dei testi, originale/copia/tradizione, varianti, autenticità/attribuzione/datazione, rapporti fra i testimoni, e via dicendo. E non è un caso.

Vabbe’, era solo per segnalare un articolo molto interessante sul tema: questo (di Claudio Lagomarsini, da Il Post).

 

 

Scuola “lunare”

Ho trovato davvero lunare che il Ministro dell’Istruzione (ecc.) della Repubblica Italiana decidesse di girare uno spot sull’importanza della scuola, e sull’amore che le si deve, non in una scuola pubblica ma in una scuola privata di Milano (la Deutsche Schule Mailand, peraltro! 5400 euro annui di retta, peraltro!). Una scuola nuovissima e con una biblioteca fantastica. Credo che la dica lunga sull’importanza che alla scuola pubblica si riconosce in questo paese.

Trovo altrettanto lunari le giustificazioni del ministero (“La scuola statale in ogni caso comprende la scuola pubblica e la privata parificata – aggiungono da viale Trastevere – E quella tedesca rientra nella scuola italiana. Si tratta di polemiche prive di fondamento”, dall’articolo di Repubblica già linkato). Così come le reazioni di Roberto Vecchioni, testimonial dello spot, che dice che è una polemica strumentale di professori della scuola pubblica giustamente incazzati. Grazie, Rob, sei tutti noi. [l’episodio mi ha fatto tra l’altro scoprire questo articolo sul Vecchioni professore di scuola pubblica].

Ho cominciato a vedere qualche reazione in giro, mi ha colpito quella di Riccardo Luna, estensore del testo, che dice che la scelta è stata fatta per risparmiare, visto che la scuola italiana non garantiva alla produzione la disponibilità dei locali di sabato. [!]. Ho scritto un commento in cui spiegavo che la cosa sembrava quantomeno improbabile, ma vedo ora che i commenti sono momentaneamente sospesi: forse non sono stato l’unico a fare osservazioni (update: ho poi scoperto che la sospensione dei commenti sul post è legata a motivi tecnici) ! Come mi ha colpito il post di Gianni Sinni che, riprendendo quello di Luna, dice “Ma come! Al Ministero non sono capaci di tenere aperta una scuola di sabato per una cosa del genere! Allora se lo meritano di andare in malora” (interpreto un po’ liberamente). Ma per favore, non cadete dal pero, siete professionisti della comunicazione!!!

Ecco, come dicevo, ho trovato tutta questa storia lunare.

Il testo dello spot però lo condivido in larga parte, soprattutto il finale:

Cerchiamo con tutte le forze di cambiare quello che non va, ma non smettiamo mai di amarla la nostra scuola, perché un futuro migliore per tutti è scritto nel miglior presente che riusciamo a realizzare insieme.

Cronaca di un dopocena

C’è un prologo: stamattina, fra una spalata e l’altra, Fabio mi fa notare un articolo di Francesco Piccolo, che parte da un recente film muto, che ho ho visto due mesi fa con molto spasso e senza alcuna nostalgia per il film muto, per arrivare a dirmi (eh sì, perché Piccolo parlava proprio a me!) che sono un esponente del ceto medio riflessivo di sinistra reazionario, nostalgico e misoneista proprio perché mi è piaciuto quel film lì, e dunque ho nostalgia del film muto e dunque guardo con ostilità gli ebook, la tecnologia ecc., insomma sarei un incrocio fra Jonathan Franzen, la Camusso e la zia di Piccolo, anche se ho il sospetto di essere solo la vittima di uno scrittore moderatamente nostalgico e di sinistra che cerca di liberarsi da questi brutti vizi scrivendo provocatorie banalità sul supplemento culturale del Corriere della domenica. Insomma: ho trovato l’articolo tanto interessante quanto sbagliato e confuso – interessante proprio perché sbagliato e confuso – e mi son detto: stasera quasi quasi ci scrivo sopra un post.

Poi il programmino che ho appena installato per i feed (Piccolo, pensa come sono messo! Ho installato un programmino per i feed su Chrome solo nel febbraio 2012: quanto può essere nostalgico e misoneista uno così in ritardo? eh, quanto?) questo programmino mi ha segnalato, siamo a fine pomeriggio, che Leonardo ha scritto un post intitolato Manifesto del conservatore di sinistra. Mi ha fregato sul tempo, penso. Ma è un post lungo anche per la media di Leonardo, e rimando la lettura al dopocena, quando scopro che in realtà il post parla del quotidiano il Manifesto, e dei suoi errori, e alla fine dà ragione a Piccolo, perché quelli del Manifesto non hanno capito il web 2.0., non ne hanno accettato la logica “barbara” della condivisione di tutto, della contaminazione senza steccati (giornalisticamente parlando: leggere da Libero al Manifesto passando per Repubblica), ma sono rimasti nella logica della tribù, di quei circuiti duri e puri, senza troppa curiosità per il diverso. [Digressione: questi ragionamenti mi hanno fatto venire in mente che una mia giovane amica con cui litigo sempre (e che dentro di me considero l’idealtipo della lettrice del Manifesto, anche se nella realtà è forse troppo giovane anche per sapere che il Manifesto esiste), mi ha segnalato su facebook e consigliato caldamente di vedere un video e io ancora non l’ho fatto (lo vediamo insieme? no, ok, dura un’ora e mezza, però mi piace che una filo-palestinese-a-priori come la mia giovane amica mi consigli di vedere un documentario israeliano sull’antisemitismo: dimostrazione immediata che i miei pregiudizi erano sbagliati, come quasi sempre). Fine della digressione]. Ma poi il post di Leonardo parla anche di altre cose interessanti: per esempio di quelli che nel Quattrocento volevano che la stampa riproducesse il carattere corsivo degli amanuensi (e questo mi ha portato a leggere una bizzarra recensione che avevo visto segnalata sulla copertina del Post e che in effetti c’entra molto con l’argomento in questione); e poi, sempre nel post di Leonardo, c’è anche una frase bellissima sul problema (ridicolo a ben pensarci) del rapporto fra internet e vita reale: dice Leonardo: “Insomma, senza mai essere stato un vero acquirente del prodotto, io il Manifesto l’ho sempre letto in giro, in quella internet imperfetta e lenta che era la vita quotidiana fino a 10 anni fa”. Poi, a proposito della chiusura del Manifesto, mi stavo dimenticando che, proprio in un sito che ho scoperto oggi c’era un articolo su questo tema, ma non l’ho ancora letto. Devo recuperarlo… Aspettatemi un attimo. Ah niente, era solo la riproposizione, per solidarietà, del videoeditorale del direttore del giornale. Be’, curiosa la solidarietà ad un giornale di carta, che chiude anche perché non abbastanza integrato nel web, da parte di un sito nato con questi propositi. Ah, il direttore del Manifesto è Norma Rangeri. Qualcuno mi segnala, così, per curiosità, gli articoli più belli di Norma Rangeri, per favore? Ai tempi in cui la leggevo faceva recensioni televisive non sempre brillantissime, mai tali da farmi dire: questa un giorno diventerà direttrice di giornale. Ma le cose cambiano…

Io però volevo parlare dell’articolo di Francesco Piccolo. A questo punto me lo dovrei rileggere, ma ormai è tardi, e forse quello che volevo dire l’ho già detto. O lo dirò un’altra volta.