Bau-sète!

All’interno del partito c’erano divisioni simili a quelle che in seguito si sarebbero chiamate correnti e tendenze. Mi pare che allora le pensassimo in forma di “ali”. La divisione di fondo (come è noto a chi s’interessa dell’argomento) era tra i seguaci di “[omissis]” e quelli di “[omissis]“, che tradizionalmente si identificano con “l’anima liberale” e “l’anima socialista” del [omissis]. In realtà il contrasto si percepiva in molti modi, pragmatismo/utopia, empirismo/ideologia, moderazione/radicalismo.

Ciò che mi colpì più vivacemente fu la violenza psicologica del contrasto. A certi livelli era il nostro contrasto più sentito. Da ciascuna delle due posizioni pareva che i “compagni” sul versante opposto fossero più odiosi, più detestabili degli avversari degli altri partiti. Cercai di formulare una “legge” della psicopatologia politica: che l’animosità, in politica, è inversamente proporzionale alla distanza, e massima tra i vicinissimi. Se c’è qualcosa di vero in questa legge, il compagno di partito che non la pensa come te non è un estraneo che può pensarla come crede, ma un mezzo transfuga, una specie di traditore. I comunisti si possono vedere come fatti della natura coi quali sarebbe assurdo prendersela; i socialisti, non si sa che bisogno c’era, paiono comunisti mancati, però anche loro, sia pure un po’ a torto ci sono, sono fatti innaturali della natura. Ma tu, nel mio stesso partito, tu no: tu non sei un fatto della natura, tu sei responsabile di ciò che sei, un compagno, un apostata, un colpevole.

Il discorso naturalmente si può ripetere nell’altra direzione: l’Italia è il paese dei reazionari, neri di sottana o di camicia: sono tristi fatti della natura. In questo momento i fascisti non si vedono molto ma in cambio si vedono molto bene i cattolici. E’ ovvio che i Italia i cattolici ci sono, non c’è niente da fare; ma che tu, nel mio stesso partito, mi venga a parlare di centralità e di equilibrio, di moderazione e di diplomazia, questo è insopportabile…

Eravamo tutti d’accordo sul fatto che il partito era “di sinistra”, anzi era l’organo più vitale della sinistra italiana, il suo cuore moderno. “Sinistra” partecipava simultaneamente della natura di un pacchetto “col suo contenuto articolato in pi con uno, pi con due, pi con tre, ec.) e anche della natura di un unico pezzo di torrone (Ti maiuscolo con n).

Si ricomincia, con calma.

Di solito, dopo la pausa estiva, mi piace ricominciare con settembre, ma quest’anno settembre è stato mese di cambiamenti, di novità, e quindi mi son dovuto concentrare su quel che succedeva là fuori. Così è già arrivato ottobre, e tuttequestecose è stato in silenzio fin troppo a lungo. Però adesso si riparte, e il problema vero – ora – è che in questi mesi di cose da dire, da segnalare, su cui riflettere, se ne sono accumulate fin troppe, e non si sa da dove cominciare.

Cominciamo allora, senza troppo impegno da parte mia, con due o tre segnalazioni:

1. Dicono che vogliono fare “La Buona Scuola”, ma intanto continuano a tagliarla, e taglia taglia finirà che tutti ci convinceremo che bisognerà farla finanziare ai privati, perché così non si va più avanti, e quando arriveranno i privati con i loro soldi, le loro idee, la loro organizzazione e magari anche la loro didattica, noi saremo costretti ad essere perfino contenti. La prenderanno, ci prenderanno, insomma, per fame. E le menti più brillanti, intanto, invece di stare in classe a insegnare devono passare il tempo a scrivere begli articoli, giustamente indignati, nei blog.

***

2. Ieri sera sono stato alla presentazione di un libro. Ci sono andato – lo confesso – con un certo scetticismo, e più per amicizia verso gli organizzatori che per altro. Il titolo del libro (Da Moro a Berlinguer. Il Pdup dal 1978 al 1984) e la mole (oltre 400 pagine) non facevano francamente ben sperare, e qualche amico mi aveva detto di aspettarsi, da una serata del genere, una sorta di “riunione di reduci garibaldini”. Be’, mi sono dovuto ricredere, e di molto: gli autori, Carlo Latini e Valerio Calzolaio, hanno una forza e una intelligenza (compresa quella superiore forma di intelligenza che è l’autoironia) che la maggior parte dei politici oggi sulla cresta dell’onda se la sogna proprio. E la storia della politica di quegli anni ha un sacco di cose da insegnarci, la prima è saper valutare la misura di una distanza abissale fra le prospettive di allora e lo spaesamento presente.

A chi non volesse leggere tutto il libro, sottopongo almeno la prima pagina, dalla prefazione di Luciana Castellina:

Del secolo scorso ai miei nipoti, e a quelli della loro generazione, im-
porta poco. Lo considerano anzi un’epoca oscura, colma di errori e di
orrori: guerre, persecuzioni, sconfitte da tutte le parti. In dettaglio, di
quanto realmente accaduto durante il Novecento, non conoscono qua-
si niente. I sondaggi compiuti ogni tanto nelle università (non dunque
al mercato, ma fra quelli che hanno studiato) danno risultati agghiac-
cianti. Alla domanda: «Chi ha vinto la Seconda guerra mondiale?», una
maggioranza ha risposto: l’America e la Germania. Ancora peggio alla
domanda sul Pci: sapevano dire qualcosa di questo partito? Sì: che era
stato al governo negli ultimi cinquant’anni.
Io non credo ci sia mai stata una rottura generazionale così profonda
come quella oggi intervenuta, una rimozione così completa del passato.
Né penso, però, sia stata, se si è verificata, colpa del destino. Penso piut-
tosto si sia trattato del risultato di un’operazione voluta e non innocen-
te. Voluta per cancellare non solo un pezzo di storia, ma l’idea stessa del-
la storia, vale a dire di avvenimenti che via via cambiano il modo di esi-
stere dell’umanità, nel meglio e nel peggio, e dunque aprono anche la
prospettiva che tornino a trasformare lo stato di cose esistente. Il risulta-
to è che a essere cancellato finisce per essere anche il futuro, di cui non
si riesce più a cogliere le possibilità. Tutti, insomma, chiusi nella gabbia
del presente. Molto comodo per chi vuole tagliare persino la fantasia,
l’idea stessa che il mondo possa essere cambiato. Non solo: comodo an-
che per chi detiene il potere e vorrebbe conservarlo contro ogni muta-
mento e perciò cerca con ogni mezzo di rendere incomprensibile anche
il presente: come ha scritto un filosofo contemporaneo importante,
Giorgio Agamben, per conoscere l’oggi devi studiare archeologia
 
 ***
3) Un altro libro che ho letto di recente (e come il precedente nato da queste parti, fra le colline del maceratese) è Femminile plurale, un viaggio nelle Marche attraverso lo sguardo di diciassette scrittrici molto diverse ma unite dalla capacità di uno sguardo profondo sul paesaggio e sulla cultura che in questo paesaggio si è prodotta e si produce. L’abbiamo presentato, sabato scorso, in un luogo meraviglioso: la sala del Polittico del Lotto dei Musei Civici di Recanati (dove ci sono anche un paio di notevolissime annunciazioni/incarnazioni); poi, sul più bello, mentre Renata leggeva del suo incontro col gatto di Lotto, il diavolo (il gatto?) ci ha messo la coda: è andata via la luce nel Museo e in tutto il quartiere e ci siamo ritrovati a leggere il racconto alla luce di un telefonino-torcia, al cospetto di un’annunciazione appena illuminata dal riflesso della luce sul libro. Una cosa molto suggestiva, ma che ha impedito al pubblico di comprare una copia del libro: si può rimediare.

Un centrodestra europeo

Mi sono iscritto al PD, e ho deciso di dare una mano entrando nel Direttivo recanatese di questo partito, convinto che l’unico argine alle destre al potere praticamente da vent’anni fosse un partito di centrosinistra con basi solide nel paese e un consenso elettorale capace di fare massa critica. Consideravo le alternative a sinistra (alle quali mi sentivo idealmente più vicino, per molti versi) velleitarie, nostalgiche, affette da un inveterato autocompiacimento (anche l’autocompiacimento della sconfitta, del sentirsi sempre e comunque a proprio agio in una minoranza – Moretti docet).

Non ero, certo, uno sprovveduto – o meglio: certamente lo ero, ma non del tutto. Vedevo molte delle criticità presenti nel PD, un partito nato con un progetto che è stato ucciso nella culla, e che è diventato ostaggio degli ex-DS e degli ex-Margherita (le definizioni, checché se ne dica, ancora più utili e chiare per analizzare i movimenti interni di questo partito nel marasma); ma pensavo che valesse la pena di provarci: c’era un popolo bello alla base, qualche dirigente giovane su cui scommettere, una amministrazione del comune in cui vivo che lasciava ben sperare.

Ora è successo quel che è successo: Renzi, le primarie, Bersani, le altre primarie, la campagna elettorale, Grillo, ancora Bersani, il governo di cambiamento, lo streaming, Marini, Prodi, la carica dei 101, Napolitano, Letta. Ed eccoci qui. Il PD è morto, la sinistra è morta, e anch’io non mi sento tanto bene. E intanto Civati, che da tempo è diventato il mio punto di riferimento politico, è candidato alla segreteria ma non ha convinto nemmeno un parlamentare che sia uno a seguire la sua linea, e da solo è uscito dall’aula per non votare la fiducia a Letta, e magari è anche a rischio espulsione. Che, per un aspirante segretario di un partito, non è proprio il massimo.

Adesso abbiamo il governo Letta (auguri! per il bene dell’Italia, alla fine, tocca augurarsi pure che funzioni, anche se non ho nessun motivo per essere ottimista), fondato sul matrimonio con Berlusconi (sembra però uno di quei matrimoni che si fanno a Las Vegas, con la luna di miele che può durare anche solo un giorno).

Insomma, a me pare che abbiano vinto quelli che volevano trasformare il PD in un onesto, liberale, democratico partito di centrodestra europeo, amico dei poteri forti e difensore dello status quo, che garantisce la classe medio-alta e si tiene buoni i disperati con un po’ di assistenzialismo, che considera la scuola e la sanità pubblica l’ultimo dei valori costituzionali da difendere: quell’oggetto, insomma, che la destra italiana non è stata in grado di concepire e realizzare. Magari è anche una buona idea, qualcosa che serve all’Italia. Ma – se è così – non è più la mia casa, perché la mia casa è dove le parole equità e solidarietà, ecologia e sviluppo sostenibile, beni comuni e redistribuzione della ricchezza hanno ancora un senso. La mia casa è in fondo a sinistra.

Un lungo intervallo

In questo periodo ho un po’ da fare, e la testa un po’ piena quindi non riesco a ritagliarmi lo spazio per qualche pensiero da condividere qui. Nessuno si preoccupi: torno presto!

Intanto segnalo, per chi non lo avesse ancora visto, quello che è già stato definito – con qualche ragione – il vero manifesto per la rinascita della sinistra (da non confondere con l’altro, che pure esce oggi).

Cronaca di un dopocena

C’è un prologo: stamattina, fra una spalata e l’altra, Fabio mi fa notare un articolo di Francesco Piccolo, che parte da un recente film muto, che ho ho visto due mesi fa con molto spasso e senza alcuna nostalgia per il film muto, per arrivare a dirmi (eh sì, perché Piccolo parlava proprio a me!) che sono un esponente del ceto medio riflessivo di sinistra reazionario, nostalgico e misoneista proprio perché mi è piaciuto quel film lì, e dunque ho nostalgia del film muto e dunque guardo con ostilità gli ebook, la tecnologia ecc., insomma sarei un incrocio fra Jonathan Franzen, la Camusso e la zia di Piccolo, anche se ho il sospetto di essere solo la vittima di uno scrittore moderatamente nostalgico e di sinistra che cerca di liberarsi da questi brutti vizi scrivendo provocatorie banalità sul supplemento culturale del Corriere della domenica. Insomma: ho trovato l’articolo tanto interessante quanto sbagliato e confuso – interessante proprio perché sbagliato e confuso – e mi son detto: stasera quasi quasi ci scrivo sopra un post.

Poi il programmino che ho appena installato per i feed (Piccolo, pensa come sono messo! Ho installato un programmino per i feed su Chrome solo nel febbraio 2012: quanto può essere nostalgico e misoneista uno così in ritardo? eh, quanto?) questo programmino mi ha segnalato, siamo a fine pomeriggio, che Leonardo ha scritto un post intitolato Manifesto del conservatore di sinistra. Mi ha fregato sul tempo, penso. Ma è un post lungo anche per la media di Leonardo, e rimando la lettura al dopocena, quando scopro che in realtà il post parla del quotidiano il Manifesto, e dei suoi errori, e alla fine dà ragione a Piccolo, perché quelli del Manifesto non hanno capito il web 2.0., non ne hanno accettato la logica “barbara” della condivisione di tutto, della contaminazione senza steccati (giornalisticamente parlando: leggere da Libero al Manifesto passando per Repubblica), ma sono rimasti nella logica della tribù, di quei circuiti duri e puri, senza troppa curiosità per il diverso. [Digressione: questi ragionamenti mi hanno fatto venire in mente che una mia giovane amica con cui litigo sempre (e che dentro di me considero l’idealtipo della lettrice del Manifesto, anche se nella realtà è forse troppo giovane anche per sapere che il Manifesto esiste), mi ha segnalato su facebook e consigliato caldamente di vedere un video e io ancora non l’ho fatto (lo vediamo insieme? no, ok, dura un’ora e mezza, però mi piace che una filo-palestinese-a-priori come la mia giovane amica mi consigli di vedere un documentario israeliano sull’antisemitismo: dimostrazione immediata che i miei pregiudizi erano sbagliati, come quasi sempre). Fine della digressione]. Ma poi il post di Leonardo parla anche di altre cose interessanti: per esempio di quelli che nel Quattrocento volevano che la stampa riproducesse il carattere corsivo degli amanuensi (e questo mi ha portato a leggere una bizzarra recensione che avevo visto segnalata sulla copertina del Post e che in effetti c’entra molto con l’argomento in questione); e poi, sempre nel post di Leonardo, c’è anche una frase bellissima sul problema (ridicolo a ben pensarci) del rapporto fra internet e vita reale: dice Leonardo: “Insomma, senza mai essere stato un vero acquirente del prodotto, io il Manifesto l’ho sempre letto in giro, in quella internet imperfetta e lenta che era la vita quotidiana fino a 10 anni fa”. Poi, a proposito della chiusura del Manifesto, mi stavo dimenticando che, proprio in un sito che ho scoperto oggi c’era un articolo su questo tema, ma non l’ho ancora letto. Devo recuperarlo… Aspettatemi un attimo. Ah niente, era solo la riproposizione, per solidarietà, del videoeditorale del direttore del giornale. Be’, curiosa la solidarietà ad un giornale di carta, che chiude anche perché non abbastanza integrato nel web, da parte di un sito nato con questi propositi. Ah, il direttore del Manifesto è Norma Rangeri. Qualcuno mi segnala, così, per curiosità, gli articoli più belli di Norma Rangeri, per favore? Ai tempi in cui la leggevo faceva recensioni televisive non sempre brillantissime, mai tali da farmi dire: questa un giorno diventerà direttrice di giornale. Ma le cose cambiano…

Io però volevo parlare dell’articolo di Francesco Piccolo. A questo punto me lo dovrei rileggere, ma ormai è tardi, e forse quello che volevo dire l’ho già detto. O lo dirò un’altra volta.