Cronaca di un dopocena

C’è un prologo: stamattina, fra una spalata e l’altra, Fabio mi fa notare un articolo di Francesco Piccolo, che parte da un recente film muto, che ho ho visto due mesi fa con molto spasso e senza alcuna nostalgia per il film muto, per arrivare a dirmi (eh sì, perché Piccolo parlava proprio a me!) che sono un esponente del ceto medio riflessivo di sinistra reazionario, nostalgico e misoneista proprio perché mi è piaciuto quel film lì, e dunque ho nostalgia del film muto e dunque guardo con ostilità gli ebook, la tecnologia ecc., insomma sarei un incrocio fra Jonathan Franzen, la Camusso e la zia di Piccolo, anche se ho il sospetto di essere solo la vittima di uno scrittore moderatamente nostalgico e di sinistra che cerca di liberarsi da questi brutti vizi scrivendo provocatorie banalità sul supplemento culturale del Corriere della domenica. Insomma: ho trovato l’articolo tanto interessante quanto sbagliato e confuso – interessante proprio perché sbagliato e confuso – e mi son detto: stasera quasi quasi ci scrivo sopra un post.

Poi il programmino che ho appena installato per i feed (Piccolo, pensa come sono messo! Ho installato un programmino per i feed su Chrome solo nel febbraio 2012: quanto può essere nostalgico e misoneista uno così in ritardo? eh, quanto?) questo programmino mi ha segnalato, siamo a fine pomeriggio, che Leonardo ha scritto un post intitolato Manifesto del conservatore di sinistra. Mi ha fregato sul tempo, penso. Ma è un post lungo anche per la media di Leonardo, e rimando la lettura al dopocena, quando scopro che in realtà il post parla del quotidiano il Manifesto, e dei suoi errori, e alla fine dà ragione a Piccolo, perché quelli del Manifesto non hanno capito il web 2.0., non ne hanno accettato la logica “barbara” della condivisione di tutto, della contaminazione senza steccati (giornalisticamente parlando: leggere da Libero al Manifesto passando per Repubblica), ma sono rimasti nella logica della tribù, di quei circuiti duri e puri, senza troppa curiosità per il diverso. [Digressione: questi ragionamenti mi hanno fatto venire in mente che una mia giovane amica con cui litigo sempre (e che dentro di me considero l’idealtipo della lettrice del Manifesto, anche se nella realtà è forse troppo giovane anche per sapere che il Manifesto esiste), mi ha segnalato su facebook e consigliato caldamente di vedere un video e io ancora non l’ho fatto (lo vediamo insieme? no, ok, dura un’ora e mezza, però mi piace che una filo-palestinese-a-priori come la mia giovane amica mi consigli di vedere un documentario israeliano sull’antisemitismo: dimostrazione immediata che i miei pregiudizi erano sbagliati, come quasi sempre). Fine della digressione]. Ma poi il post di Leonardo parla anche di altre cose interessanti: per esempio di quelli che nel Quattrocento volevano che la stampa riproducesse il carattere corsivo degli amanuensi (e questo mi ha portato a leggere una bizzarra recensione che avevo visto segnalata sulla copertina del Post e che in effetti c’entra molto con l’argomento in questione); e poi, sempre nel post di Leonardo, c’è anche una frase bellissima sul problema (ridicolo a ben pensarci) del rapporto fra internet e vita reale: dice Leonardo: “Insomma, senza mai essere stato un vero acquirente del prodotto, io il Manifesto l’ho sempre letto in giro, in quella internet imperfetta e lenta che era la vita quotidiana fino a 10 anni fa”. Poi, a proposito della chiusura del Manifesto, mi stavo dimenticando che, proprio in un sito che ho scoperto oggi c’era un articolo su questo tema, ma non l’ho ancora letto. Devo recuperarlo… Aspettatemi un attimo. Ah niente, era solo la riproposizione, per solidarietà, del videoeditorale del direttore del giornale. Be’, curiosa la solidarietà ad un giornale di carta, che chiude anche perché non abbastanza integrato nel web, da parte di un sito nato con questi propositi. Ah, il direttore del Manifesto è Norma Rangeri. Qualcuno mi segnala, così, per curiosità, gli articoli più belli di Norma Rangeri, per favore? Ai tempi in cui la leggevo faceva recensioni televisive non sempre brillantissime, mai tali da farmi dire: questa un giorno diventerà direttrice di giornale. Ma le cose cambiano…

Io però volevo parlare dell’articolo di Francesco Piccolo. A questo punto me lo dovrei rileggere, ma ormai è tardi, e forse quello che volevo dire l’ho già detto. O lo dirò un’altra volta.

4 pensieri su “Cronaca di un dopocena

  1. Volevo lasciare un post ma non ho capito bene di che parla il post. hihihihi
    Sarà per il prossimo allora!

    Comunque l’articolo di Piccolo mi è sembrato simpatico. Cosa più importante, non mi sono sentito attaccato.
    Anche se alle prime righe mi sembrava si sarebbe scagliato contro il mio minimalismo, invece no, parlare dei reazionari.

    Gabriele tu mi dici sempre che sono barbaro. A questo proposito voglio dirti che molti (Domenico quello grande e forse anche Francesco Piccolo) considerano il mio minimalismo anti-telefono-cellulare ad esempio, una cosa reazionaria.

    Tutto è relativo.
    E ho pure scritto il commento.

    Fra l’altro aggiungo pure che nessuno mi aveva mai dato dell’intellettuale.
    Fabio, in poche settimane, è due o tre volte che mi ci tratta 🙂

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    • Mi sembra che il tuo commento, Francesco, colga perfettamente lo spirito del post. E, come il post, non si capisce bene di cosa parli. Quanto al minimalistmo: se ne parlerà presto, da queste parti!

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  2. e io che ho recuperato in questo ultimo d’anno questo bel post, che non ricordavo così desultorio e postmod, con commenti sì incliti, perché mi son visto (non proprio il 25 ma su rai.it in differita) the artist, piacendolo parecchio (forse anche perché mi sono disabituato al cinema, ormai, e sospetto mi farebbe stupire anche un cinepanettone – ma no, dai, esagero, questo è un bel film, che funziona molto bene), e ricordandomi di aver letto un commento che mi pareva fosse sul post ma non sono riuscito a ritrovare, sull’ultima battuta pronunciata con un difetto di dizione che spiegherebbe prosaicamente ma in modo divertente il gran problema di Valentin con il sonoro, e prima di arrivare qui ho trovato anche un’intervista a DuJardin in cui parla della battuta finale ma senza minimamente accennare al suo valore inteso in quel senso lì, e mi son chiesto se i francesi lo siano a tal punto da non accorgersi nemmeno del loro accento che dà tutto un senso (diverso, a questo punto, se fosse così) alle parole che dicono, ma quel senso l’avrebbero comunque compreso i traduttori italiani dei sottotitoli che infatti la battuta di Valentin la traducono “con piascere” e chissà se non abbiano lectorinfabulescamente aggiunto un significato che andava al di là delle intenzioni dell’autore, e poi in ultimo son finito qui. (buon anno)

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