Letterina a Babbo Bersani

Caro Pier Luigi Bersani,

alle primarie ti ho votato, con convinzione. Senza acrimonia verso il principale sfidante, con molta simpatia per chi è arrivato terzo, e con qualche perplessità non piccola su qualche tuo “grande elettore”, ma comunque con convinzione ti ho votato.

Da quel momento, e forse proprio per via di quel mio voto e di quello di tanti altri italiani, la situazione politica ha preso un’improvvisa accelerazione, un’accelerazione, però, retrograda: siamo velocemente corsi indietro a qualche era politica fa: il centrosinistra sembra lanciato verso la vittoria alle elezioni, il centrodestra è confuso e condannato in partenza, Berlusconi scende in campo (history repeating, la prima volta come tragedia, la seconda come farsa… la terza come horror, la quarta come thriller, la quinta come distopia e la sesta come Apocalisse).

Ora non c’è più nemmeno il governo Monti, e la situazione è allo stesso complicatissima e tremendamente vecchia: c’è un serio e responsabile raggruppamento di centrosinistra, con un forte e prezioso radicamento popolare, e fin qui va tutto bene: ma poi? Poi c’è una forza di protesta guidata da un comico-re che sceglie i candidati su internet, e bastano un centinaio di voti di aficionados per andare a rappresentare tutti gli italiani: già qui va un po’ meno bene, perché nel movimento di Grillo secondo me c’è tantissima gente in gamba, ma il funzionamento della “cosa” lascia molte perplessità, come ne lasciano alcune posizioni del comico-re (guarda, a titolo di esempio, questo post scritto in occasione della ri-ri-ri-ri-ri-ridiscesa in campo di B., che sembra un cripto-endorsement per la strategia anti-Monti e anti-Europa di quest’ultimo). Poi c’è un centro che magari si coalizzerà intorno a Monti, ma che contiene un sacco di roba impresentabile, vecchissima, esausta come gli oli che si raccolgono in quei bidoni unti e lerci, alla discarica. Infine c’è lui, mister B., sul quale è meglio tacere (basta vederlo e ascoltarlo in questo video in cui si dice disperato, e si mostra svogliato: “ma guarda che mi tocca fare per non finire in galera”…).

In questo quadro, caro Pier Luigi, tu hai due possibilità, credo: giocare con la alchimie di palazzo per assicurare alla tua parte un posto in un governo che avrà per forza troppe anime, e che sarà ancora una volta tenuto insieme solo dallo spauracchio dell’impresentabile Berlusconi. Mi pare una storia già vista e già finita male: sinceramente, non ti ho votato per questo.

L’altra strada, mi pare, è quella di andare con coraggio verso una strada nuova ma non avventurosa (Pippo Civati oggi lo dice con una bella immagine mitologica: non facciamo come Orfeo, guardiamo avanti!): portare avanti un programma chiaramente orientato (lo dicevi anche tu ieri) al lavoro e alla moralità, alla difesa dei più indifesi e a una seria e sobria riforma del sistema; fare davvero e senza indugi le primarie per i parlamentari, con apertura e fiducia; fare di tutto per coinvolgere il mondo che ha espresso una sacrosanta istanza di rinnovamento portando Matteo Renzi al 40% dei voti alle primarie, e anche quello, variegato ma ricco e fecondo, che si muove intorno alle cinque stelle e alle bandiere arancioni.

Io credo che questa debba essere la strada, e mi piace pensare che anche tu preferisca pensarti come il capofila di un paese rinnovato, giovane e entusiasta, e non come il riesumatore dei residui di una storia ormai finita.

Con fiducia e speranza

Gab Golan

Parole gravi e avventate

Non riesco a trovare nemmeno un briciolo di ironia e di distacco, nel segnalare quel che il Presidente del Consiglio Mario Monti ha dichiarato poco fa in una nota trasmissione televisiva.

Monti dice due cose semplici e gravissime: una, che gli insegnanti, non accettando l’aumento (che è un sopruso) di sei ore di lezione settimanali a parità di stipendio e senza nessuna contrattazione, si sono dimostrati “non generosi”. Due, che per difendere i loro privilegi hanno strumentalizzato la rabbia degli studenti. La prima accusa è maldestra e pelosa, la seconda infamante e semplicemente stronza.

I giovani sono arrabbiati perché la politica e l’economia dissennata degli ultimi decenni hanno scaricato sul loro futuro il peso dei loro sprechi, delle loro inettitudini. La scuola è l’unica istituzione che con generosità ha continuato a dare loro qualcosa, anche quando è stato difficilissimo farlo. Non so davvero quale sia il piano perseguito (temo non ce ne sia nessuno) ma in ogni caso provare a mettere zizzania fra gli insegnanti e i loro alunni non può portare davvero niente di buono. Il bello è soltanto che non succederà, perché per fortuna i ragazzi sono intelligenti e critici, e sanno distinguere la dedizione di un insegnante dalla parole vuote di un tecnocrate.

Ma Monti non parlava agli studenti, stasera, parlava all’opinione pubblica, per convincerla ancora di più che gli insegnanti della scuola pubblica sono uno spreco di risorse, dei fannulloni. Magari da questo spera di ricavare l’avallo ad altri tagli ad un sistema già al collasso.

Io penso che Monti non sappia nemmeno di cosa sta parlando: non sa che dopo la riforma Gelmini le cattedre sono già frammentate e le classi numerosissime, che noi prof lavoriamo tantissimo a casa per dare un’offerta di qualità accettabile in un contesto difficilissimo, e che aumentare di 6 ore (lui maldestramente e ipocritamente parla di 2, ma ne erano previste 6) la nostra cattedra significherebbe aumentare di almeno 12 ore il nostro orario di lavoro settimanale, rendendo la nostra vita un caos in cui sarebbe impossibile studiare, lavorare per la qualità e la didattica che lui auspica. Ha ragione, Monti, quando dice che bisogna rinnovare la scuola e la professione insegnante, ma per farlo bisogna partire da una discussione comune, da un contratto, da una riforma vera della scuola, fatta per seguire un’idea moderna, non (come è stato fatto da Gelmini-Tremonti) per trovare il modo di tagliare 8 miliardi dal bilancio del ministero.

Questo è quello che riesco a dire ora, a caldo, quando le parole fanno anche fatica ad uscire per la rabbia e l’indignazione. Di certo è ormai ineludibile che si faccia qualcosa per comunicare davvero all’opinione pubblica quel che è davvero il nostro lavoro, la sua importanza, la sua necessità.


La foto l’ho scattata ieri, alla manifestazione Cgil di Roma. Sono orgoglioso di esserci stato, stasera ancora di più.

Insegnanti di domani

Nel quotidiano balletto (o gioco dell’oca) delle dichiarazioni e delle prese di posizione sulla famigerata proposta di inserire nella legge di stabilità un aumento (a parità di stipendio e senza nessuna contrattazione con la controparte sindacale) dell’orario di lezione dei professori da 18 a 24 ore settimanali, l’uscita di oggi del ministro Profumo è la seguente (fote Ansa)

Non faremo l’intervento nella legge di stabilità – sottolinea Profumo – però si è aperta la discussione su questo tema e insieme alle componenti della scuola, le parti sociali e i partiti avvieremo un ragionamento di come dovrà essere la figura dell’insegnante del futuro”. Secondo il ministro profumo, infatti, “l’insegnante avrà ancora un ruolo importante nelle relazioni dirette con gli studenti e, quindi, nelle ore di lezione in classe, ma dovrà anche avere una presenza diversa all’interno della scuola. Questo, fare una scuola più moderna, è ciò che ci chiedono gli studenti.

Mi sembra interessante questo modo di affrontare i problemi nell’Italia dei professori al governo del 2012: metto sul piatto una proposta assurda, violenta, sconvolgente per la vita della scuola italiana, scateno il panico, mobilito la protesta e faccio esprimere negativamente ogni forza sociale dotata di raziocinio, metto in difficoltà la vita quotidiana delle scuole e degli studenti; e perché faccio tutto questo? Per aprire una ragionevole (e sacrosanta) discussione su come andrebbe riformata la figura professionale dell’insegnante. Mi pare esattamente come scatenare una guerra per convincere uno stato vicino a migliorare i rapporti commerciali con te. Come dire ad una ragazza: “se non esci con me stasera ti taglio le gomme della macchina”. Cos’è, la dialettica dello scugnizzo camorrista? La diplomazia della pistola alla tempia?

Nel merito, per l’ennesima volta il Ministro scopre l’acqua calda: il lavoro del docente non deve essere solo quello delle “relazioni dirette con gli studenti”; e grazie! come se ora fosse così! Magari quel che succede è che il lavoro in classe sia l’unico che ci viene pagato, non certo che sia l’unico che svolgiamo! Poi dice: “relazioni dirette con gli studenti e, quindi, nelle ore di lezione in classe”: faccio notare che già non è così: io quando (fuori dalla classe) correggo un compito, ho una relazione diretta con lo studente, così come quando programmo un’attività ho una relazione diretta con lo studente, e quando spiego una cosa allo studente in chat su facebook o posto sul gruppo facebook del materiale di approfondimento ho una relazione diretta con lo studente. Ministro, ma dove vivi? Cosa pensi di noi professori?

Ma tutte queste cose devono essere riconosciute, organizzate, contrattualizzate, pagate. E se vogliamo iniziare una discussione seria sulla figura dell’insegnante cominciamo dal discutere, come fa in un intervento di questi giorni Maria Pia Veladiano (al minuto 3, circa), sui differenti carichi di lavoro che ci sono nel mondo della scuola (un professore di lettere che vuol fare onestamente il suo lavoro lavora di più di un professore di educazione fisica, per quanto bravissimo; un professore di matematica lavora di più del miglior insegnante di religione; sarà ora di dirselo, porcogiuda!). E magari parliamo anche dei professori che fanno il doppio lavoro e ci riescono benissimo e di quelli a cui non basta il tempo nemmeno per fare bene il loro primo mestiere di insegnante in classi numerosissime e con materie onerosissime da insegnare. E parliamo anche, infine, del fatto che le lezioni private in nero sono uno scandalo; che andrebbero fatte alla luce del sole, a prezzi dignitosi (non si chiede ad un medico di fare visite a 15 euro all’ora!), magari a scuola e con il contributo delle famiglie (che si lamentano del prezzo delle ripetizioni per i loro figli sfaticati e poi al primo ponte partono su auto che non potrò mai permettermi per località turistiche che non potrò mai permettermi).

Regalpetra, Italia /1

“Pare che a Regalpetra il regime commissariale sia il solo capace di risolvere quei problemi che nel Consiglio comunale si risolvono con la concorde volontà di almeno sedici persone; difficile a Regalpetra mettere sedici persone d’accordo, a meno che non si tratti di operare in danno di qualcuno, e preferibilmente in segreto. Perciò un Consiglio comunale democraticamente eletto mai si troverà in condizioni di serenità, meglio il commissario prefettizio, anche se è un commissario fantasma e tutto è nelle mani del segretario della Dc, il commissario decide in un giorno cose che per anni il Consiglio trascina – così la pensano molti a Regalpetra; il Consiglio comunale è divertente, ma solo col commissario qualcosa di buono si ottiene.”

(da Leonardo Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, in Id., Opere, Milano, Bompiani, 1987, vol. I, pp. 77-78)

L’ora di religione

Donato Placido in una scena de L’ora di religione di Marco Bellocchio (2002)

Avevo cominciato a scrivere un lungo pippone per dire anch’io la mia sull’uscita del ministro Profumo sull’ora di religione. Mi ero anche letto qualche articolo sull’Avvenire a cui volevo replicare punto per punto. Poi ho letto un post di Leonardo, e mi sono trovato d’accordo con lui su quasi tutto. Quindi, se vi va, leggetevi lui (e cfr. anche il Post).

“Scuole non commerciali”: che vor di’?

La mia unica fonte, per ora, è questo articolo di Repubblica.it. Poi magari approfondirò, studierò, capirò. Per ora, così su due piedi e da un’unica fonte, non capisco proprio.

Già il titolo: Monti: “Esenti dall’Imu scuole non commerciali”. Che vuol dire? Quali sono le scuole commerciali? Quelle che fanno pagare la retta o quelle che vendono voti e diplomi? Le prime sono tutte quelle non pubbliche, le altre… non dovrebbero esistere.

Poi leggo che Monti fissa tre parametri “necessari” e “ragionevoli”. Primo: le scuole Imu-esenti devono essere “assimilabili al pubblico” sotto il profilo dei programmi (ovvio), dell’accoglienza degli alunni disabili (più che ovvio) e della applicazione della contrattazione collettiva del personale (ovvissimo). Come dire: le scuole devono rispettare la legge. Mecojoni! Secondo: il servizio deve essere “aperto a tutti i cittadini alle stesse condizioni”. Come dire: la retta del figlio della Severino deve essere uguale a quella di Mohamed, ambulante marocchino, arrivato l’altro ieri in  Italia. In effetti, sì, quel che è giusto è giusto. Andiamo avanti: terzo parametro: la selezione all’ingresso deve essere per merito e non dovuta a norme “discriminatorie”. Se Monti sente di dover mettere questo paletto, evidentemente è perché esistono casi di scuole che discriminano (per razza? religione? colore della pelle? cos’altro?), quindi che non rispettano la Costituzione. Bene. Sono contento.

L’articolo, poi, continua così:

l’organizzazione della scuola, anche dal punto di vista delle rette, deve essere tale “da preservare senza alcun dubbio la finalità non lucrativa”. Gli “avanzi” dunque non siano un “profitto” ma “sostegno direttamente correlato ed esclusivamente destinato alla gestione dell’attività didattica”.

Come si fa a definire tutto questo? Vanno gli ispettori del Ministero? Si controllano i bilanci delle scuole? Si manda l’Agenzia delle Entrate o la Guardia di Finanza con i cani lupo? O basta un’autodichiarazione di Bagnasco? Non so davvero. Io, come dicevo, non capisco.

Più avanti nell’articolo, però, leggo una dichiarazione della CEI, che mi pare abbia capito tutto e subito: “Le dichiarazioni di Monti vanno nella direzione giusta, quella portata avanti anche in Europa. Scuole e oratori sono attività no profit e non ha senso tassare attività che hanno chiara rilevanza pubblica e sociale”. Cioè: le scuole cattoliche non saranno tassate, come gli oratori e le chiese. Fine del problema. Amen.

Io voto per Baku

Tanti (non tutti, per fortuna) a stracciarsi le vesti perché il governo non ha firmato una fideiussione in bianco per la candidatura di Roma alle Olimpiadi 2020, e perché Mario Monti ha avuto il coraggio di dire quello che molti pensano e tutti gli analisti seri sanno: l’Italia attraversa una crisi nera, e soprattutto il suo sistema politico-economico-imprenditoriale-eccetera non dà garanzie di poter gestire un evento di queste proporzioni se non nella solita maniera: ci mangi chi può, e i cocci sono del paese,  ovvero dei soliti sfigati che pagheranno tasse e accise speciali per tappare i buchi, dei pensionati e dei lavoratori dipendenti nei secoli (fiscalmente) fedeli.

In fondo il governo, che pare abbia analizzato molto attentamente progetti, precedenti, prospettive, avrebbe potuto limitarsi ad osservare i fatti recenti. A vedere che di fronte ad un’emergenza non ci sono più, per mancanza di soldi, per crisi strutturale, istituzioni pronte ad intervenire: la Protezione Civile (finita la roboante caciara dell’epoca berloscobertolasiana) appare in via di smantellamento, non ha mezzi né strumenti per proteggere come dovrebbe; l’Esercito si comporta come un’impresa privata di movimento terra ed è costretta a chiedere ai comuni (salvo successivo intervento del Governo) la giornata e la gavetta per il soldato e la quota d’affitto per ruspe e bobcat.

Intanto, mentre una capitale europea affonda sotto pochi centimetri di neve, si prendono dall’Olanda speciali lampade riscaldanti per sciogliere il gelo dell’Olimpico: non sia mai che la Magica salti una partita.

Che barba, che noia!

Mario Monti, Primo Ministro della Repubblica Italiana, ha detto una cosa condivisibile: fare per tutta la vita lo stesso lavoro è una noia. E’ vero: per quanto un lavoro ti possa piacere, arriva sempre il momento in cui diventa routine, ripetizione. Noia, appunto. Figurati poi se sei costretto a fare un lavoro che non ti piace, o un lavoro molto faticoso, o un lavoro malpagato: meglio cambiare, no? Dice nonno Mario.

Michel Martone, Vice Ministro del Welfare della Repubblica Italiana, ha detto una cosa condivisibile: laurearsi dopo i ventotto anni è da sfigati: a quell’età bisogna essere già pronti da un pezzo ad affrontare la vita, con un’esperienza lavorativa alle spalle, qualche master, esperienze all’estero e un’ampia e solida rete di conoscenze e relazioni. Se a ventotto anni stai ancora lì a barcamenarti fra esami e tasse per fuori corso, è difficile che mi diventi professore ordinario all’università a 31 e viceministro a 37. Datti una mossa, fai come me! Dice il giovane professore Michel (fra parentesi: leggeteli i giudizi che hanno dato i professori sul candidato Martone: chiunque conosca queste cose sa che di solito con giudizi così severi non si diventa nemmeno ricercatori, nemmeno dottorandi – del resto Michel l’ha ammesso di essere un privilegiato figlio di papà, e di essersi limitato a cercare di meritarsi questi privilegi lavorando sodo… be’, ci manca pure che non ti sforzi di meritarteli, i tuoi privilegi, dico io! Cfr. la versione martoniana di “Sono un ragazzo fortunato”, al minuto 25.30).

L’esperienza personale mi porta comunque a dar loro ragione: ho sempre vissuto con un giustificato senso di colpa l’essermi laureato a 26 anni (vabbe’ lavoravo, vabbe’ facevo anche volontariato, vabbe’ ho fatto una complessa tesi di ricerca che solo quella ci ho messo un anno, ma potevo comunque sbrigarmi di più, perdere meno tempo, quelli sono anni preziosi e decisivi, eccetera). Inoltre, ogni tanto penso anche che mi piacerebbe fare esperienze lavorative diverse da quella, pur molto gratificante (al netto di tutto), di insegnante nella scuola pubblica italiana, mestiere che invece probabilmente farò per i prossimi trent’anni a venire, forse ventotto se va bene: cacchio! sta nascendo oggi lo sfigato che si laureerà il giorno della mia pensione!.

Ma io, Mario e Michel, nel fare queste considerazioni condivisibili condivisibilissime, non teniamo conto di un fatto: che Michel, Mario e io siamo dei privilegiati (chi molto di più, chi molto di meno). Io ho avuto dei genitori operai disposti a fare sacrifici enormi per far laureare tre figli, ho scelto una facoltà che dava pochi sbocchi lavorativi come lettere, eppure ho iniziato abbastanza presto a guadagnare e a meno di trent’anni ho potuto fare un concorso e diventare professore di ruolo; non sono molti quelli che hanno avuto la stessa fortuna. Sulla condizione di privilegio di Mario e Michel si è detto già molto in questi giorni e non mi dilungo.

Però… Però questo governo, che all’inizio mi aveva molto colpito, in positivo, per i modi e per il linguaggio così diversi da quelli del governo precedente, proprio con i modi e il linguaggio ha mostrato il suo vero limite, quello di essere fatto da gente che non ha, né per esperienza personale né per necessità di raccogliere consensi, un contatto vero con la realtà del paese. Chi è abituato ad una vita da studioso di successo o da figlio di un grande papavero della pubblica amministrazione, chi ha sempre frequentato circoli élitari (non chiamiamole cricche, mi raccomando, che suona brutto…) non sa, non può sapere cosa significhi veramente per la massa dei cittadini, degli studenti, dei giovani normali, senza patrimoni alle spalle e santi in paradiso, studiare, laurearsi, lavorare da precari o – sempre più spesso – non lavorare affatto.

Si dirà: sono tecnici, sono abituati a studiare la società sui libri, sui numeri, in astratto, producendo modelli teorici bellissimi, non possiamo chiedergli di rendersi pure conto di come vive davvero la ggente: del resto li abbiamo costretti noi a uscire dalla torre d’avorio per salvare il paese, dobbiamo capirli, anche quando la loro fragile psiche di studiosi mostra segni di cedimento…  Vero, forse. Magari loro possiamo capirli. Meno facile però è capire che questo senso del paese reale manchi anche a quelle istituzioni, i partiti, che dovrebbero proprio fare da tramite tra i cittadini e chi a nome (e nell’interesse) dei cittadini prende (dovrebbe prendere) le decisioni. Tanto più se sono partiti di sinistra, o giù di lì.

Tutto questo per arrivare a dire che un anno e mezzo fa sono entrato, fra entusiasmo (calante) e perplessità (crescenti), nel direttivo del Partito Democratico di Recanati. Alla prima riunione un giovane e brillante avvocato ha chiesto e si è chiesto come mai nel direttivo non ci fosse nessun operaio. Domanda che ho trovato molto interessante. Ancora nessuna risposta.