Prima prova, prime impressioni

Ho avuto finora modo di scorrere in maniera parziale le tracce della prima prova di quest’anno: qualche prima impressione, intanto, poi ci tornerò con più calma.

  1. Il brano di Eco scelto per l’analisi del testo è di per sé molto interessante, affronta un tema (il nesso fra letteratura, lingua e identità) che è certamente fondamentale, attuale e affascinante. Però, al di là del fatto che è orrendamente tagliuzzato, e del fatto che presenta una tesi già molto forte e autorevole con la quale non sarà semplice interloquire per un ragazzo di 19 anni, ha il grave difetto di essere un testo adatto, più che ad una analisi del testo (quindi anche dei dati formali, dello stile, del posto che occupa nella letteratura), ad una riflessione argomentativa, ad una discussione di un tema generale. E’, insomma, un testo che avrei visto meglio fra i documenti di un saggio breve sul senso della letteratura oggi (o meglio ancora come punto di partenza per una discussione didattica fra addetti ai lavori), piuttosto che come oggetto di una analisi del testo alla maturità.
  2. A margine del punto uno: è un segno dei tempi che venga proposto, per l’analisi, un testo che spinge a discutere sul ruolo della letteratura e non un brano letterario da analizzare: come se si dicesse che il posto della letteratura non è scontato, che questo è il momento di discuterlo, di verificarlo. Non è detto sia un male; è, appunto, la certificazione di una condizione pericolante della letteratura nella scuola.
  3. L’argomento del saggio breve artistico-letterario non è (non lo è mai) originalissimo, ma si presta a molti agganci sia con gli argomenti curricolari sia con l’esperienza diretta dei ragazzi: sembra una traccia molto abbordabile, ma aspetto di leggere i documenti.
  4. Molto bella la scelta del tema del saggio “politico”, il paesaggio: sono anche riusciti a far fare bella figura a Sgarbi con un brano che dice cose inappuntabili, mi pare. Ma Sgarbi “scritto” è, si sa, molto diverso da quello televisivo. Dicevo però il tema, su cui Settis insiste da anni: è azzeccatissimo e centrale per l’attuale senso della cittadinanza. Anche molti politici (che tendono a pensare al paesaggio solo come qualcosa da sfruttare, magari – quando va bene – a fini turistici) dovrebbero riflettere su quei testi.
  5. Il tema storico, secondo una tendenza che era già dello scorso anno, è fondato su documenti (secondo una tendenza generale alla sfumatura progressiva delle differenze fra le varie tipologie testuali in una direzione che genericamente è quella della “scrittura documentata”), è legato al nodo cruciale degli anni della nascita della Repubblica, è dedicato al voto alle donne e fondato su voci femminili, permette un approccio interdisciplinare fra storia e letteratura (per quanto le letterate citate siano ahimè molto poco conosciute), è basato su un saggio uscito nella rivista pubblicata dall’Istituto Storico delle Marche. Tutte belle notizie. Visto il tema e l’approccio spero che sia svolto da più studenti rispetto al solito.
  6. Gli altri temi hanno spunti interessanti (l’economia oltre il PIL, i confini, l’avventura spaziale): mi chiedo quanti elementi possano avere gli studenti per trattarli.

Di certo, se trattiamo queste tracce anche come spunti per un metodo di lavoro nel trattamento delle materie umanistiche a scuola, abbiamo molto su cui riflettere.

Una fatica risparmiata

Provi a mettere a fuoco dei pensieri, vuoi farci un post, ma non ne hai voglia. Così aspetti qualche giorno, in attesa che la voglia arrivi e i pensieri diventino più chiari. Ma non arriva né la voglia né la chiarezza. Intanto, però, c’è chi scrive le stesse cose che stavi meditando tu, e molto meglio di quanto le avresti scritte tu. Che bella la rete: basta aspettare, e qualcuno, prima o poi, da qualche parte, fa qualsiasi cosa al posto tuo!

Così è andata anche questa volta, che volevo dichiarare pubblicamente le mie forti perplessità a proposito della prima prova dell’Esame di Stato 2014. Volevo sottolineare come al Ministero, dopo la scelta forte, quasi rivoluzionaria, fatta l’anno scorso proponendo per l’analisi del testo un brano molto poco ortodosso di Claudio Magris (una scelta che indicava una strada didatticamente difficile ma suggestiva), sia tornato indietro di almeno vent’anni, proponendo insensatamente una poesia di Quasimodo che non ha davvero nulla più da dire a nessuno, ormai. E volevo parlare di come abbia peggiorato le cose proponendo un saggio breve d’ambito artistico-letterario che di letterario non aveva proprio niente, a parte un insulso passo di un datato racconto della Deledda, pieno di spirito cristiano in salsa decadente che Dio ce ne scampi. Tutto molto reazionario, insomma. E aggiungo: didatticamente inconcepibile: un patrimonio letterario, e con esso la ricchezza di prospettive culturali e umane che elabora e trasmette, ridotto a stanchi riferimenti casuali, giustificati solo dall’etichetta del Nobel (quasi che, nella conflagrazione del canone, l’unico criterio di scelta rimasto ai burocrati ministeriali sia quello dell’opinabilissimo e criticamente insignificante premio svedese). Uno scenario, insomma, desolante. Tanto desolante da rendere  plausibile il pensiero che il piano sia semplice e terribile: svuotare completamente di senso lo studio delle letterature a scuola, fino a renderne accettabile, e persino auspicabile (presso l’opinione pubblica, e prima o poi anche presso gli addetti ai lavori), l’eliminazione, l’annientamento.

Volevo dire queste cose, insomma, sviluppare questi pensieri, ma poi per fortuna mi hanno segnalato un un pezzo di Marina Polacco su Le parole e le cose. E amen.