La chance che resta

APTOPIX Greece Migrants

Sono convinto che l’alterità di genere e il mondo della emigrazione sono gli unici fenomeni – nuovi e irriducibili – ai quali può attaccarsi oggi una speranza di futuro. Credo che queste possibilità, queste aperture, un intellettuale debba saperle raccogliere e indicare. Diceva Benjamin che non c’è sciagura che non implichi anche una chance.

Da un’intervista a Romano Luperini su laletteraturaenoi, che anticipa l’uscita del suo nuovo romanzo L’ultima sillaba del verso.

Take me home

Riprese-sul-tetto-dellHotel-House

Che poi con Claudio (dopo la sua lezione in cui ci ha parlato di paprika, intrighi internazionali e giovani Sherlock Holmes, ma sempre e rigorosamente in chiave onirica) al Passepartout ci siamo andati davvero! E siccome non vogliamo farci mancare niente, con noi c’erano anche Elena e Giorgio.

Elena è Maria Elena Fermanelli, che è consigliere con delega alla solidarietà e all’integrazione di Porto Recanati (e ha ottenuto recentemente il bel risultato dell’istituzione della Consulta dei Migranti nel suo comune). Giorgio è Giorgio Cingolani, che è artefice, con Claudio e altri, di un progetto che merita di essere conosciuto da tutti, e approfitto per segnalarlo. Giorgio, che di mestiere fa l’antropologo e il documentarista, già autore di un bel documentario su quella straordinaria (in senso letterale) realtà che è l’Hotel House di Porto Recanati, ha avuto l’idea di realizzare un laboratorio di introduzione al cinema con i ragazzi che in quell’esplosivo serbatoio di vita e di esperienze nomadi e diversissime vivono, e di fare poi con questi stessi ragazzi un film. Il tutto senza l’aiuto di nessuno: senza un’istituzione, un progetto comunale o europeo, uno straccio di sponsor. Insomma: senza una lira; ma anche con tutta la libertà di questo mondo.

Ora il film, che si chiama Homeward bound come una canzone di Simon & Garfunkel, è quasi pronto, e aspira a girare il mondo proprio come sono abituati a fare il suo regista e i suoi protagonisti (qui altre informazioni). Lavorare insieme, tirare fuori i talenti di ognuno, raccontarsi e confrontare le proprie storie con quelle degli altri, sono i migliori antidoti alla xenofobia, e Homeward bound fa proprio questo, e tutti a mio avviso dovrebbero essere grati al lavoro di chi lo ha reso possibile.

Update: mi dicono che è iniziata proprio oggi una campagna di crowdfunding per finanziare il completamento e la distribuzione del film. Io un piccolo contributo l’ho dato: datevi da fare anche voi!!!

Un museo, una cartolina e un racconto

Stamattina ho avuto la fortuna di scoprire, con tutta calma e con guide d’eccezione, il nuovo Museo dell’Emigrazione Marchigiana, che da pochi mesi è stato aperto a Recanati. Un posto bello, poco conosciuto, ricco di stimoli e di prospettive, di immagini e di storie. Anche ricco di diverse e divertenti diavolerie moderne, che fra l’altro permettono di consultare un archivio di documenti e di cercare notizie di vecchi parenti emigrati in America o in qualche altro posto. Puoi, per esempio, cercare vecchie cartoline mandate da un emigrato ai parenti in Italia e inviarti via posta elettronica il file. Io, per esempio, mi sono mandato questa foto-cartolina che la famiglia Camillucci, originaria di Camporotondo di Fiastrone, ha “fatte in una bella linia di strada che ci passa tanti auti”.

MEMA

 

Con l’occasione mi è venuto anche in mente un racconto di cui avevo sentito parlare di Adrian N. Bravi, un bravo scrittore argentino-recanatese (oltre che una persona davvero squisita), intitolato Dopo la linea dell’Equatore. Tornando a casa l’ho cercato su internet, l’ho trovato e l’ho finalmente letto: è bellissimo.

Numeri, persone.

L’immagine qui sopra riportata, capitata sul video del mio pc all’ora di cena di un sabato piovoso, è insostenibile. Se al posto delle bare ci fossero stati i sacchi della monnezza (immagine usata da Adriano Sofri) o i corpi neri e bagnati di nafta e acqua salata, sarebbe stata più o meno intollerabile? Non lo so. Però so che questa qui, con le bare lucide di noce e mogano, e quelle laccate bianche, con gli attrezzi del soccorso e delle normali attività quotidiane sullo sfondo, con le etichette a dare un numero ai morti, in assenza del nome, esprime perfettamente la terribile anonimia di questa catastrofe.

Ieri mattina in III H abbiamo fatto un minuto di silenzio, dalle 12.00 alle 12.01, per ricordare queste vittime senza nome dell’ingiustizia e della chiusura. Durante quei minuti i ragazzi e le ragazze sono stati composti e seri, anche se probabilmente non sapevano molto di quel che era successo, anche se dalla finestra arrivavano rumori e urla che potevano distrarre o far scappare un sorriso inopportuno. Ma non è successo: qualcosa ognuno di quei ragazzi e ragazze doveva aver intuito, del lutto e della vergogna che ci aveva investito.

Durante quei sessanta secondi io ho pensato, come sempre, a quanto sono lunghi sessanta secondi, a passarli in silenzio in una classe di adolescenti. E mi sono chiesto se il ministro che li ha stabiliti abbia mai avuto la ventura di passare, quei sessanta secondi lì, con venti sedicenni che a malapena sanno perché, quel silenzio. E ho pensato che sono lunghi ma che sono anche troppo pochi per ricordare i morti: quanti morti? due? tre? quattro, per ogni secondo di silenzio? forse cinque, se diamo credito alle testimonianze dei superstiti.

Ma comunque tanti, e anonimi, come i morti dei terremoti e degli tsunami, nel lontano Giappone, in Cina o in paesi di cui nemmeno ci ricordiamo il nome. Tante bare dove facciamo persino fatica a immaginare un corpo, e tanto più a immaginare una persona che poche ore prima era viva, con i suoi pensieri, i suoi desideri, la sua storia.

Ecco: se c’è un dovere che abbiamo, noi, noi chiusi nelle nostre tiepide case, è quello almeno di sforzarci di conoscere quelle storie. E poi, secondo dovere, di capire le nostre responsabilità.

Intanto, per cominciare, può aiutarci un documentario bellissimo, Mare chiuso, che fino alla mezzanotte di domani può essere visto da tutti su vimeo, di Andrea Segre e Stefano Liberti (grazie Renata, che me l’hai segnalato). Dura un’ora e racconta la storia di un gruppo di profughi eritrei rifiutati barbaramente dall’Italia durante la funerea stagione dei cosiddetti “respingimenti”: oltre che ricordarci le nostre colpe, di portata storica, il documentario ci mostra la dignità, la bellezza, il calore che c’è dietro quelle persone che tante volte ci fa comodo trattare come numeri (gli stessi numeri che stanno scritti su quelle bare, per un triste nostro contrappasso). E viene da pensare, guardando il documentario, quanta ricchezza, quanta umanità ci regalerebbero quelle persone, se le accogliessimo.

Conoscere le storie e capire le responsabilità, dicevo. Perché sentire le storie di questi uomini e queste donne, vederli mentre cantano per farsi coraggio, nel barcone che presto verrà intercettato e ricacciato indietro, ci avvicina alla loro grande umanità, ma anche alla nostra vergogna. La vergogna di un popolo che si dice civile e che si è ritrovato ad avallare delle politiche barbare, che ha stretto un patto scellerato con una dittatura agli sgoccioli (patto sul quale, vergogna nella vergogna, il Partito Democratico non ha tenuto per niente una posizione limpida), che ora è rappresentato (proprio lì, a Lampedusa) da un ministro che parla di responsabilità dell’Europa ma fino a ieri è stato il primo artefice di quelle politiche scellerate. La vergogna, aggiungo, di indagare per clandestinità chi ha avuto la fortuna di raccontarla, di non finire in quelle bare. Saranno indagati, e a noi sembra incredibile: invece è normale, del tutto normale, saranno indagati come finora sono stati indagati gli scampati dalle tante, quotidiane e solo un po’ meno eclatanti stragi di migranti che avvengono con regolarità in quel mare nostro.

Normale, sì: in questa nostra civile Italia è perfettamente normale.

Il documentario, dicevo, dura un’ora. E non potete spenderla meglio, quell’ora. Ve lo giuro.