La pazza gioia

990x659xla-pazza-gioia-pagespeed-ic-zbfss3xmrdCosa mi piace del cinema di Virzì? Prima di tutto i personaggi, sempre piuttosto complessi e molto credibili rispetto agli standard della commedia italiana di oggi; e, in stretta relazione a questo, il lavoro sugli attori (è tanto bravo è spremere da loro il massimo che certe volte stenti a riconoscerli; vabbè, il caso Ferilli è esemplare). Poi la sua capacità di raccontare l’Italia. E la scelta consapevole e coerente di mettersi – unico capace di farlo bene – nel solco della grande commedia all’italiana di Scola e Monicelli. E poi mi piace anche il coraggio di fare sempre film politici senza esagerare con la retorica, ma anche senza tentennamenti e senza concessioni allo spirito dei tempi.

C’è anche qualcosa che non mi piace? Be’ sì: qualche volta le sceneggiature mi sembrano un po’ farraginose o improbabili, a volte dei passaggi mi sanno un po’ di fiction, ma sono peccati veniali.

Tutto questo l’ho ritrovato in maniera molto evidente, nel bene più che nel male, nell’ultimo suo film, La pazza gioia, storia di due matte (la depressa Donatella e la bipolare Beatrice, rispettivamente Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi, entrambe meravigliose) protagoniste di una fuga alla Thelma e Louise (film ampiamente ed esplicitamente citato) dalla casa di cura che le ospita.

E’ un film che parla di malattia mentale con grande equilibrio e meditata partecipazione, e che riesce a restituire il dramma che c’è dietro ad ogni storia di “follia” (in questo senso, la vicenda di Donatella e del suo rapporto col figlio Elia è un piccolo capolavoro di umanità, considerata la durezza dalla storia).

E’ anche un film, come quasi sempre lo sono i film di Virzì, sul lavoro, e sulla sua etica. In questo caso Virzì, che pure mette in evidenza le falle di un sistema giuridico-sanitario che arranca nel dare risposte al dramma della malattia mentale, ferma il suo sguardo su alcune figure di operatori – la giovane dottoressa interpretata da Valentina Carnelutti, il direttore della struttura che ospita le protagoniste, soprattutto il giovane dottore barbuto del TSO, che si vede solo in due scene ma resta nella memoria – tutte accomunate dalla capacità, che è professionale ma non solo, di riconoscere e trattare le pazienti come persone. Sono professionisti che cercano di fare bene il proprio lavoro spinti da una consapevolezza etica, che sono disposti a prendersi dei rischi, che non si lavano le mani di fronte alle difficoltà.

E come sempre è anche un film sulla famiglia. Famiglia che può essere devastata come quella di origine delle due protagoniste, ma che può anche ricostruirsi in forme nuove. Come nel caso della famiglia adottiva di Elia, il figlio di Donatella, di cui vengono descritte con molta empatia le dinamiche, che possiamo immaginare psicologicamente molto complesse ma che comunque non portano alla chiusura ma alla comprensione e all’accettazione nei confronti di una donna segnata da un passato tragico.

Forse, fra tanti film (anche dello stesso Virzì) che denunciano i mali della nostra società, la vera follia di questo film è descriverci un mondo in cui ancora possono esistere persone che fanno bene il proprio mestiere di professionisti e di genitori, che sanno prendersi responsabilità e farsi carico del dolore degli altri. Di persone così ce ne sono tante, nel mondo reale, e che un film le racconti e le proponga a modello credo sia una cosa che può solo rallegrarci. Che lo faccia bene, senza pietismo e retorica, raccontando una bella storia, è una vera gioia del cuore e  della mente.

Un pensiero su “La pazza gioia

  1. Bello. Sai cosa mi ha colpito molto, oltre a tutto quello che dici? All’inizio vedi le due protagoniste come “matte”, per il vizio preconcetto che ci abita. Poi le vedi come donne, come “persone”. E questo non ha pezzo, se può cambiare la visione della malattia mentale anche solo per dieci persone che hanno visto il film.

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