Subbuteo

Il racconto di ogni infanzia solitaria, compresa la mia. Un racconto di Luca Ricci.

L’oggetto decisivo della mia infanzia, a pensarci adesso, è stato il Subbuteo, ovvero quel gioco del calcio in miniatura che in seguito è stato scalzato dai videogames. Il Subbuteo a volerlo spiegare è semplicissimo: un panno verde faceva da campo (spesso fissato a un tavolo di compensato con delle puntine da disegno – e chi voleva essere molto elegante e attento ai particolari sceglieva delle puntine verdi, cioè dello stesso colore del panno che a sua volta richiamava l’erba del prato), le porte, due squadre di giocatori e un pallone.

Che sia stato un oggetto decisivo lo dic adesso perché a ripensarci io a Subbuteo ci giocavo quasi sempre da solo. Le partite che preferivo erano quelle in cui tenevo tutt’e due le squadre, la mia e quella avversaria. Cercando di essere più imparziale possibile, guidavo a suon di tocchi dell’indice destro sia i giocatori amici che quelli nemici. Impersonavo, se si vuole, sia i buoni che i cattivi, sia il bene che il male. E trovavo motivi di godimento sia quando giocavo per i miei che quando giocavo per gli altri: nel primo caso c’era la voglia di segnare, magari il goal decisivo all’ultimo minuto; nel secondo c’era il piacere, forse sottilmente perverso, di schierarsi per la parte avversa senza perdere di vista l’imparzialità.

Oltre che giocare mi guardavo giocare: difatti ero anche il telecronista che seguiva l’andamento della partita cercando di essere, anche in quel frangente, molto obiettivo (benché ovviamente accorato). Mi capitava di perdere giocando da solo? La risposta è sì, mi capitava spesso. Questo perché più della prestazione agonistica, più del risultato finale, mi piaceva gustare l’andamento melodrammatico della sfida, il suo farsi narrazione emotiva. Vincere sempre, solo per il mero fatto che giocassi da solo, sarebbe stato uno schema narrativo troppo prevedibile. Non ci sarebbe stato gusto e tutto il pathos si sarebbe ridotto a una gara sportiva truccata. Invece quelle partite semmai erano artefatte, cioè messe in scena, interpretate su copioni che cambiavano di volta in volta.

(Continua su DoppioZero)

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