Victoria

Ieri sera ho visto un film molto bello, un film tedesco di cui si è parlato soprattutto per uno strabiliante artificio tecnico: è girato con un unico piano sequenza di due ore e venti minuti circa; ed è un film d’azione, mica la panoramica sulle sale di un palazzo nobiliare! Qui la camera a mano segue i protagonisti in una movimentata notte berlinese, e racconta come quelle due ore e venti sconvolgano la loro vita per sempre. Il film si intitola Victoria, e se (come vi consiglio) lo andrete a vedere, non leggete quel che segue, perché è pieno di spoiler.

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Victoria è una ragazza spagnola che vive a Berlino, è sola e lavora per una miseria in un piccolo caffè dove un po’ anche vive, o quantomeno si lava i denti. La incontriamo che balla in un locale techno alle quattro del mattino. Beve qualcosa e prova senza successo ad attaccare bottone col barista. Poi esce, e conosce per caso quattro ragazzi spiantati, quattro balordi ma, dicono loro, “autentici berlinesi”. Uno parla uno stentato inglese e questo permette l’inizio di un dialogo.

Victoria ha così bisogno di qualcuno con cui condividere la propria solitudine che si fa coinvolgere nella notte brava e alcolica dei quattro: rubate un po’ di birre, se ne vanno tutti e cinque a fumare e chiacchierare su un tetto che è un po’ il ritrovo, la tana dei quattro. Intanto fra Victoria e quello che sa un po’ di inglese pare nascere qualcosa, un gioco di sguardi, un’attesa di attrazione.

Poi lui riaccompagna lei al caffé dove lavora, e qui il film per un attimo sembra prendere una strada diversa: un dramma intimo, forse un film d’amore. I due scherzano un po’, si raccontano, lei piange il suo sogno infranto di diventare una pianista; racconta la feroce competizione del conservatorio di Madrid, l’inumana lotta per l’affermazione artistica, il suo disagio in quel mondo. Quindi la sconfitta, la decisione di rinunciare e di scappare a Berlino a fare la cameriera, insomma di buttarsi via.

A questo punto siamo a metà del film, dopo che per più di un’ora l’operatore ha seguito le vicissitudini di Victoria in giro per Berlino, tutto rallenta. E in questa scena intima, delicata, tristissima, dove anche il balordo di quartiere mostra una sensibilità inattesa per la storia di talento buttato di Victoria, si annida forse il senso più profondo di questo racconto. Quel senso che giustifica anche il rocambolesco seguito, quando Victoria diventa (secondo alcuni critici con qualche forzatura, ma secondo me no) un action movie di rapine e sparatorie, inseguimenti e bambini rapiti.

Succede infatti che si scopre che uno degli amici del tetto ha un passato da galeotto, e un debito da pagare. E questa diventa, inaspettatamente ma inesorabilmente, la notte giusta per saldare i conti con il passato, andando a fare una rapina in una banca. Ma serve un autista, e l’autista non c’è, o meglio: l’unico autista possibile è proprio Victoria. Così Victoria, la pianista fallita, la cameriera del caffè a quattro euro l’ora, la madrilena che sul tetto ha provato la tentazione di sporgersi oltre la balaustra, decide inaspettatamente di essere della partita, si convince che vale la pena di farlo. Forse ha deciso che non gliene frega più niente della sua vita senza piano passata a fare i caffè, e che se deve buttarsi via, quello può essere un modo come un altro, più adrenalinico, e con accanto uno sconosciuto che la capisce e che fa le facce giuste quando lei suona il piano e quando le dice che è bravissima a fare il Mephisto Waltz.

La rapina riesce alla perfezione, anche se i rapinatori sono improvvisati, insicuri e terrorizzati. Però l’ebrezza del successo, e dell’avere finalmente i soldi, porta Victoria e gli altri a scatenarsi, a divertirsi, e non come dovrebbero a chiudersi in qualche tana finché non si saranno calmate le acque. Così si fregano: la polizia li scopre e tutto finisce in malora. In un lago di sangue. Si salverà alla fine solo Victoria, ancora meno innocente di prima, ancora più sola e disperata di prima, ma con un sacchetto della farmacia con dentro cinquantamila euro, più o meno dieci anni di lavoro al caffè.

I critici che non hanno apprezzato il film hanno detto soprattutto che la sceneggiatura fa acqua, che ad esempio non è credibile che una giovane ragazza straniera si faccia coinvolgere in una storiaccia del genere con degli sconosciuti. E che la storia della rapina e delle sue nefaste conseguenze è improbabile e forzata. Non lo so, può essere. Ma a parte il fatto che il film funziona, e tu stai lì incollato ai destini dei personaggi ogni minuto, come capita di rado anche nei film d’azione di Hollywood, e non parliamo nemeno della media dei film d’azione europei; a parte questo, dicevo, secondo me la sceneggiatura e il film mostrano la loro vera forza se spostiamo il punto di osservazione proprio sul fatto che Victoria non è solo un film d’azione, un film cioè in cui conta solo la tenuta e il ritmo, ma è anche un film d’autore, sperimentale e coraggioso, che gioca le sue carte su più livelli: la storia, la tecnica di narrazione, e anche un discorso più profondo sul nostro tempo, sui destini del nostro mondo o almeno del nostro continente.

Victoria è infatti anche la nostra Europa disperata e nichilista, a cui hanno spiegato che la cultura non conta più nulla, che è un lusso per pochi (“qui al conservatorio nove su dieci di voi stanno perdendo tempo”, diceva il maestro a Victoria), che l’unica cosa da fare è andare a servire caffè a quattro euro in una città lontana. Stare lì soli, sballarsi la notte se te lo puoi permettere e poi tornare al bar e lavarti i denti in attesa dei clienti del mattino. Victoria forse cerca un’emozione, o forse un motivo come un altro per buttarsi dal tetto, per rompere l’equilibrio precario di una esistenza sul cornicione del mondo. Vuole liberarsi dal suo fallimento, magari con un fallimento più grande, definitivo.

Gli amici di Victoria, i “veri berlinesi” di Berlino est, sono emarginati totali, non possono permettersi nemmeno di entrare in discoteca, e per un riscatto di un attimo sono disposti a tutto, anche a sacrificare la loro umanità (e pure ce n’è parecchia in quei quattro diseredati, nella loro goffa gentilezza, nel loro disperato senso dell’amicizia).

Victoria è un film che racconta i nostri destini, la nostra veloce discesa agli inferi di occidentali soli e disperati. Lo fa con un unico piano sequenza, che porta all’estremo l’ossessione del tempo, ce lo squaderna davanti minuto per minuto, fino al virtuosismo finale, quando fa uscire in strada la protagonista proprio nel momento esatto in cui in quella via di Berlino sorge il sole. Ma è un sole freddo e cattivo, che non consola. Che sottolinea ancora di più la solitudine di chi è sopravvissuto a questa storia, alla Storia.

Bonus: la ripresa amatoriale di un momento di quella notte in cui è stato girato il film:

Un pensiero su “Victoria

  1. [Scrivo qui le mie impressioni (fin troppo lunghe) sul film, riprendendo anche cose che hai detto nel post: mi perdonerai se in qualche caso me ne approprio]
    Secondo me Victoria è fondamentalmente un film sulla solitudine della protagonista, e tutto lo sviluppo del racconto (anche il cambio di tono della seconda parte) si regge e si spiega sulla base di questo presupposto. Che Victoria sia una ragazza sola lo capiamo fin dall’inizio, quando prova maldestramente ad attaccare bottone col barista (la solitudine è un muro difficile da valicare una volta che ti ci sei rinchiuso dentro) e poi quando finisce per fare comunella con quattro ragazzotti (ma sono loro ad attaccare discorso – in particolare Sonne, con quale nascerà l’abbozzo di un idillio) che già a prima vista se non sono sbandati poco ci manca (ma quanto fascino devono avere per lei quell’essere ‘gruppo’ e quel rintanarsi sul tetto di un palazzaccio a chiacchierare sottovoce). Ma la vera scena madre, quella che ‘spiega’ la solitudine di Victoria, è quella del Mephisto Waltz: lì veniamo a sapere degli anni di conservatorio, della competizione spietata e feroce che azzera ogni solidarietà fra gli studenti, dell’impegno totalizzante che per la maggior parte di loro (tra i quali Victoria), privi del talento necessario, si risolverà in nulla (questo è il senso – secondo me – della frase dell’insegnante; e comunque un impegno del genere può spezzare anche chi quel surplus di talento ce l’ha – e penso a Shine, ma questo è un altro discorso).
    [Ecco, qui secondo me si potrebbe innestare una riflessione su quanto la vicenda di Victoria possa essere emblematica in una società in cui la competizione ‘fra poveri’ per un posto al sole (quanto ampio e quanto assolato è tutto da vedere) lasci dietro di sé guasti e macerie. Ma le letture sociologiche non sono il mio forte.]
    Ed è quindi la profondità di questo fallimento e di questa solitudine che spiega quello che vediamo (una ragazza madrilena che fa la barista a Berlino per quattro soldi – e, vero buco di sceneggiatura, senza sapere praticamente una parola di tedesco! – forse per riprendere un po’ di quella vita che fino a quel momento le è mancata, forse per tentare di ‘stare tra la gente’) e quello che viene dopo, quell’altrimenti implausibile partecipazione alla rapina e a tutto il caos che ne segue.
    Tra parentesi: capisco le critiche di chi, in nome del ‘buonsenso’ (concetto che a me non fa orrore), ha considerato il film carente nella sceneggiatura; però fermarsi al paternalismo (“eh, benedetta figliola…”, o “le brave ragazze non si comporterebbero così”) significa non comprendere e non valorizzare a sufficienza l’assunto che secondo me sta alla base del film, e cioè, ripeto, il bisogno di Victoria di uscire dalla solitudine e, più in generale (emblematicamente), le sciocchezze e le avventatezze che si è disposti a fare pur di uscire da questa gabbia, pur di restare aggrappati all’appiglio (anche rappresentato da un ragazzotto della periferia berlinese) che ci si presenta davanti. Gabbia dalla quale Victoria non si libera, perché il film, mi sembra, si chiude così come era cominciato: con la solitudine della protagonista, che dopo due ore deliranti si ritrova più segnata, più sola e più fuggiasca di prima.
    Infine, l’aspetto tecnico è talmente fenomenale da non poter essere ignorato; e per quanto mi riguarda l’ho apprezzato anche perché, pur nella sua eccezionalità, non costituisce l’essenza unica del film (al contrario del troppo celebrato Boyhood, dove il film coincide con l’artificio tecnico-narrativo usato per realizzarlo: se lo togli, non resta niente), ma dà al film (la cui storia sarebbe stata ugualmente significatica anche se raccontata in maniera tradizionale) un qualcosa in più, come credo abbia detto bene Gabriele Niola nella sua recensione:
    Quanto poco durino due ore nella vita delle persone, quanto ognuno dei momenti di questi 120 minuti possa contare, quanto poco serva per generare nelle nostre vite un cambiamento, un sentimento, una presa di coscienza o uno sconvolgimento. Per un miracolo che è solo frutto di vera capacità, il massimo della contrazione temporale diventa una pianura sconfinata da esplorare, una in cui crescono e fioriscono sensazioni e sentimenti che altrove necessitano di molto più spazio.

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