I Seicento (piccola antologia tendenziosa)
I Seicento, si sa, hanno da ridire sulla scrittura dei loro studenti universitari. Pare si debba tornare alla scrittura in corsivo e alla buona scuola di una volta. E’ sempre rassicurante invocare la buona scuola di una volta, e i bei tempi andati in generale, soprattutto ad una certa età.
Antonio Brusa, polemico ma lucido, ha risposto esattamente come si doveva, e l’antologia promessa potrebbe finire anche con le sue parole che, siccome le ha scritte su Facebook e magari non tutti possono leggerle, metto qui:
Uno dei nostri

Tranne poche eccezioni, alla fine degli anni trenta quasi tutti i giornalisti statunitensi si erano resi conto del loro errore di valutazione. Dorothy Thompson, che nel 1928 aveva definito Hitler un uomo di “sorprendente insignificanza”, nel 1935 ammise che “nessun popolo riconosce un dittatore in anticipo”, perché “non si presenta alle elezioni con un programma dittatoriale” e “si definisce uno strumento della volontà nazionale”. E aggiunse: “Quando un dittatore arriverà da noi, di sicuro sarà uno dei nostri, e starà dalla parte di tutto quello che è tradizionalmente americano”.
Dall’ultimo editoriale di Giovanni De Mauro su Internazionale.
Evergreen
Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello! 78
Quell’anima gentil fu così presta,
sol per lo dolce suon de la sua terra,
di fare al cittadin suo quivi festa; 81
e ora in te non stanno sanza guerra
li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
di quei ch’un muro e una fossa serra. 84
Aspettando la rivincita

(questo, in realtà è un post che doveva uscire su LBC-lebuonecose, se le buone cose esistessero ancora)
Atmosfera
Quasi vent’anni
Doveva essere qualcosa come il maggio del 1997. Avevo 25 anni e mi stavo per laureare, con discreto ritardo, in lettere, mi ero messo a studiare un oscuro personaggio del nostro Rinascimento, Giulio Camillo, e cominciavo a capire grazie al mio maestro di allora, Carlo Vecce, che dentro la parola “filologia” c’era qualcosa che mi interessava, una possibile chiave di lettura delle cose. Vecce mi disse che di lì a qualche giorno a Chieti ci sarebbe stata la lezione conclusiva di un seminario di critica testuale, la teneva uno che era forse il massimo esperto proprio di quel Giulio Camillo lì: “perché non vieni?”.
Siamo andati, io e Fabio, il mio sodale di quella stagione. Scoprimmo che la lezione conclusiva del seminario era anche l’ultima a Chieti di quel professore, che dal novembre successivo avrebbe insegnato a Roma. Quindi era già di suo un’occasione solenne, anche se questo contrastava con la semplicità della situazione assolutamente informale e quasi dimessa: il tavolo ovale della Presidenza di Facoltà, una decina di posti: 7-8 studenti del seminario, Vecce, forse qualche altro professore, due intrusi: io e Fabio. Una scadente bottiglia di spumante da stappare alla fine.
Arrivò questo signore alto, signorile, sorridente; abbracciava una pila di libri e riviste, sparse tutto sul tavolo, e poi cominciò. In un’ora, un’ora e mezza, fece una storia della moderna cultura occidentale sub specie philologiae: Auerbach, Curtius, De Robertis, Contini e chissà più chi altro sembrarono diventare in quelle due ore delle guide, dei Virgili, nel mondo per noi ancora ombroso della critica. Io e Fabio ce ne tornammo a casa abbastanza esaltati, molti titoli e autori da procurarsi e leggere prima possibile, e – lo capimmo piano piano – un po’ cambiati nel nostro rapporto con tradizione letteraria.
Sono passati quasi vent’anni. Molte cose sono cambiate, cambiati i miei maestri e i miei interessi, i miei orizzonti culturali e un po’ anche il mio lavoro. E oggi mi è capitato di incontrare di nuovo quel professore: è venuto nella nostra scuola, ha fatto una lezione di un’ora e mezza a trecento studenti e una di dieci minuti (ma intensissimi) ai 19 di quarta effe. E ho ritrovato lo stesso mix di generosità e intelligenza di quel lontano pomeriggio teatino. Non credo di essere stato l’unico.
Un fine settimana
LoretOttanta
C’è, nella provincia profonda, gente che sa fare davvero dell’ottima musica pop e raccontare la nostra storia di chiese e di tramonti, di eventi epocali visti solo alla tv e lunghi pomeriggi meravigliosi e desolati.
Spotify sessions
C’è questa canzone che riascolto sempre volentieri…
Brunori Sas – Maddalena e Madonna from Paolo Antonucci on Vimeo.
E adesso è uscito il suo nuovo album, che a me piace.

