Playlist / 2

Restando sulle canzoni straniere, fra quelle che ho ascoltato più ossessivamente negli ultimi dodici mesi ci sono queste tre:

Playlist (una cosa un po’ alla Luca Sofri)

Spotify mi ha preparato, con criteri che non conosco e non voglio conoscere, la playlist dei miei ascolti del 2017, che è diventata di fatto la colonna sonora di questi ultimi giorni dell’anno, perché che c’è di più rassicurante, sotto le feste, che rivedere i film che hai amato da piccolo, che risentire le canzoni che hai amato durante l’anno?

Scegliendo dal mazzo, a volerne salvare qualcuna qui, la prima è certamente “Famous blue raincoat” di Leonard Cohen, canzone che non conoscevo (io di Cohen ho a casa un paio di raccolte, che ho ascoltato moltissimo, ma stranamente questa qui non c’era) e che ho scoperto nei giorni della morte dell’autore, perché R. ne ha postato qualche verso su Facebook a mo’ di saluto, io sono andavo a vedere cos’era e così mi è venuto fuori questo video. Da quel momento la canzone, enigmatica e struggente, meravigliosa, mi si è appiccicata addosso, e ogni tre o quattro giorni devo riascoltarla, come una droga.

(continua – forse)

E’ solo la fine del mondo

La settimana scorsa ho visto E solo la fine del mondo. L’ha girato un ragazzo di 27 anni geniale e ossessivo, un canadese a cui il mio cinema di riferimento, l’Azzurro di Ancona, ha già dedicato una retrospettiva. A 27 anni. Una retrospettiva.

Il film, forse meno stupefacente dell’indimenticabile Mommy, è in ogni caso bellissimo. E gli attori, magnifici. A parte il protagonista, ci sono Vincent Cassel e Marion Cotillard che interpretano una coppia disfunzionale in maniera semplicemente perfetta.

Come dirlo meglio?

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LM: Are you saying that writers of your generation have an obligation not only to depict our condition but also to provide the solutions to these things?

DFW: I don’t think I’m talking about conventionally political or social action-type solutions. That’s not what fiction’s about. Fiction’s about what it is to be a fucking human being.

Da un’intervista di DFW del 1993.