Poesie per la quarantena / 4

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Non sono mai stato un gran giardiniere. L’anno scorso con M. abbiamo comprato questo geranio, che ha attraversato più o meno incolume questo mite inverno senza ricevere nessuna cura, abbandonato nel nostro giardinetto che è poco più di un sottoscala. La pioggia è stata poca, e l’acqua data dall’uomo anche di meno. Eppure stamattina ho visto sbocciare questo piccolo fiore, del colore che a M. era tanto piaciuto.

L’attaccamento alla vita di tutti gli esseri viventi, fiori o uomini (e un po’ anche quella di esseri semiviventi come i virus, per certi versi) è sempre affascinante. E commovente nella sua apparente insensatezza. E nella sua meraviglia, se per esempio un venerdì 13 di un anno bisesto e funesto, nel mezzo dell’imperversare di un’epidemia, un bambino decide di venire al mondo e cominciare a lottare. Ma anche nella sua crudeltà e nel suo cinismo di tante volte: mors tua vita mea, per questa volta non è toccato a me, ancora no, ancora no. Sempre di vita si tratta, lotta stupore fatica paura, costruzione e distruzione.

E quanto siamo attaccati alla vita oggi, noi piccoli esseri umani, in quella che tanti stanno paragonando a una guerra. E dunque la poesia di oggi è un grande classico della poesia di guerra, con quella meravigliosa capacità di Ungaretti di parlare di cose enormi e indicibili con la semplicità di un bambino. Si intitola Veglia, e Ungaretti l’ha scritta dentro una trincea durante la Prima Guerra Mondiale.

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

Da Giuseppe Ungaretti, L’allegria. La foto, questa volta, è mia.