Schèttino o Schettìno

Pardòn, ma cito ancora De Gregori: “Scusate ma del Titanic Concordia, ancora vi devo parlare / e delle cose rimaste a galla sull’azzurrissimo mare”. Ormai su Francesco Schettino da Meta di Sorrento è stato detto molto, forse tutto, forse anche di più, e non è certo qui il caso di continuare ad infierire sul capro espiatorio, per quanto platealmente colpevole. In fondo Francesco Schettino da Meta di Sorrento non è certo, come è stato detto, il peggiore italiano, l’uomo più odiato d’Italia, un mostro, un bruto o chissà che altro. Secondo me è solo uno che ricopriva un ruolo che non doveva ricoprire, uno non all’altezza delle sue responsabilità. Come se mettessi uno chansonnier da nave da crociera a fare il Presidente del Consiglio della settima potenza industriale del mondo, per esempio. Non faccio fatica, tanto per dire, a pensare che Francesco Schettino da Meta di Sorrento avrebbe forse potuto essere un ottimo mozzo, un bravissimo cuoco, o se magari avesse avuto una bella voce e fosse stato imbarcato come chansonnier nel night di bordo non avrebbe certo fatto figure barbine, l’altra notte: sarebbe scappato dalla nave che affondava, certo, non avrebbe fatto l’eroe come credo non l’abbiano fatto almeno (teniamoci larghi) i quattro quinti dell’equipaggio della Concordia, che senza troppa infamia e senza lode avranno legittimamente pensato a portare a casa la pelle (fra parentesi: che fra i morti la stragrande maggioranza siano passeggeri è un dato che cozza con la mia idea romantica di marineria, ma lasciamolo fra parentesi). Insomma, come Sciascia faceva dire a don Mariano: “e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, che mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più in giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere con le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre”. Ecco, bastava che il quaquaraquà Schettino rimanesse in un luogo e in un ruolo confacente alle sue capacità e al suo coraggio. In questo senso, forse, le responsabilità sono non solo sue e di chi non ha impedito quell’assurda manovra, ma anche di chi ha messo questo tizio a comandare una nave; perché non ci sarà arrivato con gli scatti di anzianità, in quel ruolo, cacchio!

A margine noto che Schettìno, se sposti un accento, diventa schèttino, che vuol dire pàttino, che se sposti un accento diventa pattìno, ovvero moscone, ovvero quello che forse era il mezzo di trasporto marino più adatto al nostro. Nomen omen.

Ancora più a margine: si fa tanto parlare di “inchini”, in questi giorni. Qualcuno ha notato che su un “inchino” è fondata una delle scene più belle della storia del nostro cinema?

E la nave

Ho letto una riflessione di Salvatore Settis, stamattina. Questo è l’incipit, ma tutto l’articolo merita.

E la nave non va. Templi del consumismo, le super-navi entrate in scena negli ultimi anni somigliano più a uno dei colossali alberghi di Las Vegas che a una nave. Come a Las Vegas, navi con migliaia di posti-letto vengono spacciate per lusso “esclusivo”, ma sono macchine per vacanze, che macinano i piaceri standardizzati di una finta opulenza. Vendono illusioni, spacciando per altamente personalizzato il più banale e commercializzato turismo di massa. Dare l’illusione del lusso tenendo bassi i costi: di qui la corsa al personale non specializzato, che all’occasione, si scopre, non solo non sa calare una scialuppa in mare ma nemmeno balbettare qualche parola d’inglese (così, pare, sulla Costa Concordia, affondata a pochi metri dal porto dell’isola del Giglio. Il rito salutista del viaggio per mare miete vittime, solo qualche volta (per fortuna) in senso letterale come al Giglio. Altre volte, vittime sono i clienti, ma anche il paesaggio e l’ambiente. Come per contrappasso, queste navi “da crociera” fanno di tutto per somigliare a una città, anzi a una neo-città addensata in un grattacielo, con dentro shopping center e ristoranti, discoteche e cinema, negozi, palestre, teatri, casinò, piste di pattinaggio su ghiaccio, percorsi jogging, campi sportivi. Nulla, insomma, di più innaturale. Forse per questo il momento di gloria di queste navi-monstre è quando possono esibire il più vicino possibile a una città di terra la loro pomposa arroganza di città-artificio.

Salvatore Settis, Nuove regole per quei colossi,    “La Repubblica”, 16 gennaio 2012

Il capitano che si sparava negli occhi

Di ora in ora si accredita l’ipotesi che la Costa Concordia si sia avvicinata (troppo) all’Isola del Giglio per fare un salutino all’isola medesima e ai suoi abitanti. Leggere da ieri questa notizia su giornali on line e blog non rende la cosa in sé meno lunare. Uno si immagina che le rotte delle navi, come quelle degli aerei, siano gestite in maniera rigida, secondo complicati e ferrei protocolli di sicurezza. Io per guidare la mia Punto (meno di una tonnellata, massimo 4 persone a bordo) devo rispettare un sacco di regole, e non mi sognerei nemmeno ubriaco di andarci contromano in autostrada per – che ne so – far colpo su una ragazza. Invece un capitano di nave (capitano di nave, ovvero nobiltà, coraggio, aristocrazia, al massimo lo sfizio innocuo di una ragazza in ogni porto) per fare un salutino ad un’isola avrebbe portato la Costa Concordia (115.000 tonnellate, un massimo di 4880 persone a bordo) a schiantarsi maldestramente contro uno scoglio.

Invece va così. Il ragazzino, mentre impenna col suo motorino truccato dà un po’ troppo gas e si spezza la colonna vertebrale. Il pilota si fa bello con le ragazze, al pub vicino alla base militare, perché lui è capace, dice, di passare col suo jet supersonico sotto la funivia;  l’ha anche già fatto altre volte, dice; poi quel giorno passa troppo vicino, troppo, fino a sfiorare il cavo. Il figlio dell’industriale si fa comprare per i vent’anni la Pòrsc intestata alla ditta, e vuole far vedere agli amici quanta cazzo di potenza c’ha sotto il cofano questa qua! “Ma non avremo bevuto troppo, stasera?”. “Mavalà, così te la godi di più, l’ebressa”. Il capitano di nave deve (magari su istigazione della stessa compagnia, chissà, per rendere il tutto più spettacolare) stupire le attempate signore di prima classe.

Non ci cvedevai, cava… siamo passati così vicini al Giglio – sì, eva sicuvamente il Giglio, e poi l’ha detto anche il capitano, che ce la indicava dalle vetvate del salone delle feste – ti sembvava quasi di toccavle, le luci del povto. Dovevi stavci, guavda… vedevi anche la gente che fotogvafava, dalla viva, un’emozione unica, una delle cose più belle della cvocieva. Vuoi vedeve le foto, cava?

Un destino tragicamente ridicolo rovinarsi per vanteria, per rendere il viaggio più sorprendente, per ricevere lettere di congratulazioni dal sindaco di un’isola. Ora questo capitano è in galera, perché fra l’altro non avrebbe nemmeno saputo rispettare quella regola d’onore della marineria che vuole il capitano a bordo finché tutta la nave non è stata evacuata (e faceva uno strano effetto sentirlo dire, ieri, che lui era sceso per ultimo, quando già si sapeva che mancavano all’appello molte persone, che verosimilmente sono sulla nave ancora adesso, probabilmente nelle cabine sotto il livello del mare dei membri più infimi dell’equipaggio, garzoni filippini e cinesi, la moderna terza classe). Pare che l’abbiano ritrovato sotto shock proprio su quegli scogli che con un’altra improvvida uscita aveva provato a dichiarare inesistenti sulle mappe nautiche.

Cosa avrà pensato vedendo davanti a sé, da quegli scogli, il cadavere obliquo di quel suo giocattolo da 450 miliardi di euro, quel divertimentificio inclinato su un fianco, quella pesantissima metafora dell’imbecillità umana?

Aggiornamento (16/1/2012, ore 12.40): leggo oggi che le ragioni della sciagurata manovra sono state più futili ancora di quelle pur futilissime che avevo immaginato io.