Un’isola

Poco fa ero in una classe seconda di un liceo di Macerata: finiva un laboratorio intitolato “Dire la guerra”, e l’ultima tappa prevedeva un momento di scrittura creativa: dopo aver letto tanto, poesia e prosa, sulla guerra, chi voleva poteva provare a scrivere una poesia. Siamo partiti dalla frase di Izet Sarajlić resa famosa da Erri De Luca: “Chi ha fatto il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti”. Questa era la scommessa: per una volta fare il turno di notte.

Ma quel che volevo dire in realtà era un’altra cosa, cioè quello che ho visto mentre le ragazze e i ragazzi scrivevano (tutti hanno scritto, moltissimi hanno letto agli altri): venticinque giovani donne e uomini, seduti, concentrati sulla loro interiorità, con un foglio e una penna, a scrivere una poesia. A me pare sempre una cosa incredibile. In senso letterale, stupenda. E’ un po’ lo stesso stupore di quando vedevo, le prime volte, le classi concentrate per due ore a provare a tradurre un brano di latino, o a scrivere un tema: non mi capacitavo del fatto che non scappassero via, che non protestassero, che non buttassero vocabolari e fogli dalla finestra. Eppure stavano lì, e quel loro stare lì (coi loro cervelli in azione, che quasi vedevi le sinapsi) a me pareva bello.

C’è sempre un elemento di costrizione, certo, la scuola è e resta un dispositivo. Però è anche un luogo in cui puoi trovare le condizioni per la concentrazione e la creatività, e non ci sono molte altre opportunità in giro.

Tutto considerato insomma, che esista un’isola in cui venticinque ragazze e ragazzi possono mettersi davanti ad un foglio, e davanti a sé stessi, e scrivere una poesia o un tema, una traduzione o una dimostrazione, per me è ancora una buona notizia. Qualcosa che va preservato.

 

Punti di intersezione

Sto leggendo questo libro di Don De Lillo, L’uomo che cade, che non ho mica ancora capito se mi piace o no. Però ad un certo punto c’è una bella pagina in cui si parla di questi partecipanti a corsi di scrittura creativa dopo l’11 settembre, che ci vanno perché questo ha un effetto terapeutico, su di loro, e ne hanno bisogno, non solo per via degli aeroplani, ma anche perché sono ai primi stadi del morbo di Alzheimer. Ad un certo punto De Lillo scrive (la sottolineatura è mia):

A volte c’erano cose che spaventavano, le prime esitazioni nelle risposte, i vuoti di memoria e gli errori, i sinistri preavvisi rilasciati di tanto in tanto da una mente che cominciava ad allontanarsi dall’attrito adesivo che rende possibile l’individuo. Lo notavi nel linguaggio, nelle lettere invertite, nella parola saltata in fondo a una frase zoppicante. Lo notavi nella calligrafia, che a tratti si scioglieva in un flusso indistinto. C’erano però mille bei momenti che i partecipanti potevano vivere, se gli si offriva la possibilità di raggiungere i punti di intersezione tra intuito e memoria che l’atto della scrittura consente.

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Appunti di David Foster Wallace in un libro di Don De Lillo