Per quanto voi

Massimiliano, un portopotentino “dispatriato“, esprime il suo punto di vista pieno di pietas sull’ennesimo terribile fatto di cronaca registrato in questo nostro angolo di paradiso. Una volta.

Non so per quale motivo, ma la notizia sconvolgente di quello che è successo nel mio paese, e di più delle persone coinvolte in questa macabra vicenda, mi spinge a lasciare qui delle righe, forse in un tentativo di condivisione. Credo che la distanza fisica da quei luoghi che ben conosco, ora brutalmente ritratti sulle pagine della cronaca, renda la condivisione un’urgenza forse per mio personale meccanismo di difesa.
L’immagine, la conclusione che mi si è conficcata in testa è che all’alba dello scorso venerdì non sia morta solo una ragazza ma siano morte cinque persone : un assassinio e quattro suicidi.
Poi un’altra immagine prende forma, quella della comunità del paese anche essa in parte morta, anche essa in parte colpevole.
Su tutto la triste considerazione che gli uomini non nascono cattivi, che nessuno nasce omicida, e che sia la vita che può crearci l’inferno attorno, è la vita che genera i suoi assassini. Questa volta la vita ha avuto il gusto macabro del più efferato autore di tragedie, in questa vicenda umana e disumana si aprono baratri nella coscienza talmente agghiaccianti da non poterli contemplare senza impazzire, ed i personaggi che si muovono in questo teatro degli orrori, non sono tali! Non sono personaggi, sono veri, figli della loro triste vita.
Io conosco due delle persone “morte” quel venerdì, una l’ho vista per un po’ di tempo crescere, in quegli anni fragili della prima adolescenza, quando la materia è tutta da plasmare, quando le strade da percorrere sono ancora tutte davanti ai nostri piedi e vi assicuro che non vi fosse alcuna predestinazione al male in quella persona. Nulla di male, nulla di malvagio. Un ragazzo timido, con dei problemi, sensibile, chiuso, un adolescente come molti in fondo. E tu sai che quel ragazzo ha bisogno di qualcosa, ha un fottuto bisogno di qualcosa che gli dia forza, che gli dia il coraggio per affrontare una vita, che gli dia una mano a scegliere tra “bene e male” , proprio così c’è il bisogno che qualcuno ci insegni a scegliere. È lì, non sa chiedertelo, ma tu sai che lui ti supplica di dargli questa forza, ti supplica di avere una via di felicità. E tu per quel che puoi, ci provi.
Poi la vita ha iniziato a preparargli l’inferno attorno, e qui la “comunità” vede, la comunità percepisce, cerca di fare qualcosa molto? Poco? Ben fatto? Non so. Mi verrebbe da dire che si poteva fare di più.
Così ha vinto l’inferno, ha preso la forma del peggiore degli incubi che ci sveglia all’alba di un inverno.
Io mi auguro che queste “morti” conducano almeno ad una presa di coscienza sul coinvolgimento della società che tutti contribuiamo a creare, di come in una piccola comunità come quella di Porto Potenza si possa fare qualcosa prima che tutto sia perduto.
Io mi auguro che le nostre coscienze non dimentichino mai questo sangue versato.

Via facebook.

Cartacce

Quello che segue è un troppo lungo e troppo divagante sfogo sulla condizione dell’insegnante nella scuola post Gelmini e post Brunetta, conseguenza diretta di una incazzatura che mi sono preso proprio stamattina, quindi non pretendete lucidità e obiettività. Astenersi soggetti sensibili, colleghi che devono ancora preparare la lezione per domani e tutti coloro che hanno impegni per il dopocena.

Di solito se si parla di scuole in rosso (e se ne parla – giustamente – spesso: toh, anche oggi!), il must è dire: “mancano anche i soldi per la carta igienica”. Di più: la carta igienica è diventata un correlativo oggettivo della crisi della scuola (toh: sempre oggi!). Io però vorrei parlarvi di carta dalla destinazione d’uso un pelino più nobile, anche se non necessariamente più utile. A scuola (ne è giunta voce lì fuori?) vengono fatte fotocopie in quantità industriali, come credo in tutti gli uffici (quelli pubblici, soprattutto, alla faccia di piani antisprechi e buste paga elettroniche). Ora c’è una grossa spinta alla digitalizzazione, ma l’esperienza quotidiana mi dice che (almeno) nella (mia) scuola si continuano a fare fotocopie a quintali (e non credo che ‘quintali’ sia un’iperbole).

Anch’io faccio fotocopie: insegnando italiano, e non essendoci nelle mie classi nemmeno l’ombra della rivoluzione digitale, quando devo fare una verifica le fotocopie necessarie sono tante. Perché? Andate a vedervi la verifica per eccellenza, la Traccia della Prima Prova dell’Esame di Stato: l’anno scorso erano 7 (sette) pagine. Noi prof siamo più sobri degli esperti del ministero, e negli anni siamo arrivati a raffinate tecniche di impaginazione che ci permettono di sfruttare ogni spazio utile, ma la traccia di un’analisi del testo o di un saggio breve almeno un foglio A4 me lo occupa. Se poi voglio dare la scelta fra più tracce, il tutto si moltiplica x volte. Quest’anno ho tre classi per un totale di circa 70 alunni (e sono fortunato): fate voi i conti di cosa significhi in termini di copie un giro di verifiche. Aggiungiamo poi che io mi picco di voler fare una didattica minimamente personalizzata (in due sensi: cerco di adeguarla alla classe che ho davanti, e le classi – si sa – sono sempre diverse; e cerco di adeguarla a me, cioè alle mie conoscenze, passioni e nuove scoperte, e alla mia lettura delle discipline, che non sempre può essere identica a quella dell’autore del libro che ho adottato): ecco che allora diventa per me necessario, ogni tanto, offrire qualche dispensa personalizzata, che io con fatica mi metto a ideare e a preparare, e che vorrei fosse a disposizione dei ragazzi sotto forma di oggetto concreto che loro possano leggere con calma e integrare nel loro quaderno con gli altri appunti. Devo dire che ho ridotto questa pratica all’essenziale, con gli anni, per vari motivi: perché con gli anni si diventa essenziali, perché non mi va di usare troppa carta, perché fare questo tipo di lavori costa molta fatica, perché da qualche anno per distribuire materiali uso anche blog e gruppi facebook; ma a volte vi assicuro che la dispensa è uno strumento didattico essenziale. A volte, arrivo a dire, è una vera opera dell’ingegno, frutto di un lavoro originale e orientato a una specifica classe. Conosco colleghi che hanno fatto della dispensa una forma d’arte. Chi fa questo mestiere lo sa. Anche i ragazzi lo sanno.

Quando ho iniziato a fare l’insegnante, alla scuola media, c’era un collaboratore scolastico che mi aiutava con le fotocopie: se avevo bisogno di farne per il compito della quarta ora, lasciavo all’efficientissima Imma i materiali e per la seconda ora le dispense erano pronte e spillate. Non solo era comodo, c’era anche la piacevole sensazione di avere un collaboratore che ti aiutava a fare meglio il tuo mestiere (e pensavo: evidentemente è un mestiere considerato importante, se ti mettono a disposizione qualcuno per aiutarti!). Ovvio che io, per parte mia, cercavo di fare solo le fotocopie strettamente necessarie, ci stavo attento; però se ce n’era effettivo bisogno non era un problema. Poi ho cambiato scuola, sono andato ad insegnare in un liceo, e una delle prime cose che ho scoperto è che lì non potevo contare su nessuno. Magari io avevo un compito alla seconda ora, magari la fotocopiatrice quand’ero libero io era occupata, magari il collaboratore di turno non aveva nulla da fare se non aspettare che suonasse il telefono, magari io dovevo andare assolutamente in un’altra classe; magari tutto, però per le fotocopie dovevo comunque cavarmela da solo. Chiedere aiuto ad un collaboratore (strano nome) sarebbe stato bollato come inopportuno da un semplice, eloquentissimo sguardo del collaboratore medesimo. In poco tempo mi sono abituato, come mi sono abituato agli sguardi altrettanto eloquenti dell’addetta alla segreteria ogni volta che andavo a chiedere una tessera aggiuntiva, verso la metà dell’anno scolastico.

L’anno scorso, poi, è arrivato Il Registro. Il Registro del Grande Fratello delle Fotocopie. Mi è stato chiesto di registrare ogni volta: quante? per quale classe? di che formato? perché le stavo facendo? E firmare. Una confessione scritta del mio peccato di fotocopiatore. Deve essere stato un effetto collaterale della riforma Brunetta: siccome siamo dipendenti pubblici, spreconi e fannulloni, dobbiamo rendicontare tutto, perché ovviamente si parte dal presupposto non detto che di noi insegnanti non ci si può fidare. Chissà: lasciati liberi ai nostri depravati istinti antisociali, avremmo potuto trasformare la scuola in una copisteria clandestina! In ogni caso non si fidavano: bisognava compilare il registro.

Io ho per un po’ accettato di buon grado. Poi un bel giorno ho smesso di scribacchiare e firmare Il Registro, anche perché nessuno lo controllava mai (chi è, fra l’altro, il controllore? chi è questo funzionario più affidabile di un qualsiasi insegnante della scuola pubblica? boh!). Ma soprattutto ho smesso perché vedevo che le fotocopie fatte per motivi non didattici continuavano ad essere tantissime e non controllate (circolari, verbali, programmazioni, pagelle, mail: sì, mail! le mail vengono regolarmente stampate e consegnate a mano, nella mia scuola, e non girate all’indirizzo elettronico dell’interessato!): così ho pensato che un controllo così rigido sulle fotocopie fatte per motivi didattici a fronte del laissez faire generale della burocrazia era semplicemente ingiusto, e era il portato di un’idea distorta di scuola. Perché solo gli insegnanti devono rendere conto di ogni singola fotocopia fatta? Perché le fotocopie fatte ad uso didattico devono essere controllate e limitate fino allo spasimo in una struttura che dovrebbe avere nella didattica il primo e forse l’unico motivo di esistere? Ho anche chiesto di sapere che percentuale delle fotocopie fatte a scuola in un anno fosse destinato alla didattica (io suppongo che si tratti di una percentuale minima, irrisoria), e non mi è stato mai detto. Ho suggerito che lo stesso controllo fosse fatto e lo stesso registro fosse compilato da chiunque, dal dirigente in giù, stampasse o fotocopiasse un documento all’interno della scuola, e il suggerimento è stato considerato offensivo. Perché, certo, il Grande Fratello delle Fotocopie deve esercitare la sua occhiuta sorveglianza solo sui veri reietti della scuola: gli insegnanti, vil razza dannata. Loro, del resto, non si offendono mai.

Gli insegnanti, al di là degli stipendi bassi di cui si parla sempre, sono umiliati anche e soprattutto in queste piccole cose. Non vengono dati loro gli strumenti minimi per lavorare: conosco persone che se debbono dare una fotocopia ai ragazzi vanno a farla in copisteria, a proprie spese (li conosco talmente bene che certe volte la spesa ha intaccato il mio conto corrente! incredibile a dirsi!). Ma parlo anche della cancelleria minima: immaginate un bidello che debba portarsi scopa e detersivi da casa, o una segretaria che debba comprarsi a proprie spese il telefono o le cartelle dell’archivio: ecco, questa è esattamente la nostra condizione. E poi non abbiamo uno spazio, una stanza dove lavorare, o una postazione telefonica. L’altro giorno – giuro – era scomparsa la sedia da dietro la cattedra, e non se ne trovava un’altra in tutta la scuola. Ora c’è una sedia di quelle piccole, degli alunni. Il professore italiano non è più degno nemmeno di poggiare i gomiti su due braccioli di compensato.

Tornando all’argomento iniziale: il mio, naturalmente, non è un elogio della fotocopia selvaggia. Non credo che se ne debba abusare, e credo anzi che si debba cercare di andare verso una maggiore sobrietà e verso un più intelligente uso delle risorse anche in questo campo. Però se bisogna tagliare gli sprechi a scuola, non iniziamo dal tagliare la didattica (e dall’umiliare gli insegnanti considerandoli subordinati inaffidabili inclini al peculato). Se bisogna fare meno fotocopie, cominciamo dall’evitare di stampare l’ennesima inutile circolare dell’ultimo funzionario del provveditorato, e non dall’impedire ad un professore di mettere sotto gli occhi dei suoi alunni una poesia di Baudelaire che sul libro di testo non c’è. Magari è l’ultima occasione che quel ragazzo ha per leggere À une passante.

Schèttino o Schettìno

Pardòn, ma cito ancora De Gregori: “Scusate ma del Titanic Concordia, ancora vi devo parlare / e delle cose rimaste a galla sull’azzurrissimo mare”. Ormai su Francesco Schettino da Meta di Sorrento è stato detto molto, forse tutto, forse anche di più, e non è certo qui il caso di continuare ad infierire sul capro espiatorio, per quanto platealmente colpevole. In fondo Francesco Schettino da Meta di Sorrento non è certo, come è stato detto, il peggiore italiano, l’uomo più odiato d’Italia, un mostro, un bruto o chissà che altro. Secondo me è solo uno che ricopriva un ruolo che non doveva ricoprire, uno non all’altezza delle sue responsabilità. Come se mettessi uno chansonnier da nave da crociera a fare il Presidente del Consiglio della settima potenza industriale del mondo, per esempio. Non faccio fatica, tanto per dire, a pensare che Francesco Schettino da Meta di Sorrento avrebbe forse potuto essere un ottimo mozzo, un bravissimo cuoco, o se magari avesse avuto una bella voce e fosse stato imbarcato come chansonnier nel night di bordo non avrebbe certo fatto figure barbine, l’altra notte: sarebbe scappato dalla nave che affondava, certo, non avrebbe fatto l’eroe come credo non l’abbiano fatto almeno (teniamoci larghi) i quattro quinti dell’equipaggio della Concordia, che senza troppa infamia e senza lode avranno legittimamente pensato a portare a casa la pelle (fra parentesi: che fra i morti la stragrande maggioranza siano passeggeri è un dato che cozza con la mia idea romantica di marineria, ma lasciamolo fra parentesi). Insomma, come Sciascia faceva dire a don Mariano: “e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, che mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più in giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere con le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre”. Ecco, bastava che il quaquaraquà Schettino rimanesse in un luogo e in un ruolo confacente alle sue capacità e al suo coraggio. In questo senso, forse, le responsabilità sono non solo sue e di chi non ha impedito quell’assurda manovra, ma anche di chi ha messo questo tizio a comandare una nave; perché non ci sarà arrivato con gli scatti di anzianità, in quel ruolo, cacchio!

A margine noto che Schettìno, se sposti un accento, diventa schèttino, che vuol dire pàttino, che se sposti un accento diventa pattìno, ovvero moscone, ovvero quello che forse era il mezzo di trasporto marino più adatto al nostro. Nomen omen.

Ancora più a margine: si fa tanto parlare di “inchini”, in questi giorni. Qualcuno ha notato che su un “inchino” è fondata una delle scene più belle della storia del nostro cinema?

E la nave

Ho letto una riflessione di Salvatore Settis, stamattina. Questo è l’incipit, ma tutto l’articolo merita.

E la nave non va. Templi del consumismo, le super-navi entrate in scena negli ultimi anni somigliano più a uno dei colossali alberghi di Las Vegas che a una nave. Come a Las Vegas, navi con migliaia di posti-letto vengono spacciate per lusso “esclusivo”, ma sono macchine per vacanze, che macinano i piaceri standardizzati di una finta opulenza. Vendono illusioni, spacciando per altamente personalizzato il più banale e commercializzato turismo di massa. Dare l’illusione del lusso tenendo bassi i costi: di qui la corsa al personale non specializzato, che all’occasione, si scopre, non solo non sa calare una scialuppa in mare ma nemmeno balbettare qualche parola d’inglese (così, pare, sulla Costa Concordia, affondata a pochi metri dal porto dell’isola del Giglio. Il rito salutista del viaggio per mare miete vittime, solo qualche volta (per fortuna) in senso letterale come al Giglio. Altre volte, vittime sono i clienti, ma anche il paesaggio e l’ambiente. Come per contrappasso, queste navi “da crociera” fanno di tutto per somigliare a una città, anzi a una neo-città addensata in un grattacielo, con dentro shopping center e ristoranti, discoteche e cinema, negozi, palestre, teatri, casinò, piste di pattinaggio su ghiaccio, percorsi jogging, campi sportivi. Nulla, insomma, di più innaturale. Forse per questo il momento di gloria di queste navi-monstre è quando possono esibire il più vicino possibile a una città di terra la loro pomposa arroganza di città-artificio.

Salvatore Settis, Nuove regole per quei colossi,    “La Repubblica”, 16 gennaio 2012

Il capitano che si sparava negli occhi

Di ora in ora si accredita l’ipotesi che la Costa Concordia si sia avvicinata (troppo) all’Isola del Giglio per fare un salutino all’isola medesima e ai suoi abitanti. Leggere da ieri questa notizia su giornali on line e blog non rende la cosa in sé meno lunare. Uno si immagina che le rotte delle navi, come quelle degli aerei, siano gestite in maniera rigida, secondo complicati e ferrei protocolli di sicurezza. Io per guidare la mia Punto (meno di una tonnellata, massimo 4 persone a bordo) devo rispettare un sacco di regole, e non mi sognerei nemmeno ubriaco di andarci contromano in autostrada per – che ne so – far colpo su una ragazza. Invece un capitano di nave (capitano di nave, ovvero nobiltà, coraggio, aristocrazia, al massimo lo sfizio innocuo di una ragazza in ogni porto) per fare un salutino ad un’isola avrebbe portato la Costa Concordia (115.000 tonnellate, un massimo di 4880 persone a bordo) a schiantarsi maldestramente contro uno scoglio.

Invece va così. Il ragazzino, mentre impenna col suo motorino truccato dà un po’ troppo gas e si spezza la colonna vertebrale. Il pilota si fa bello con le ragazze, al pub vicino alla base militare, perché lui è capace, dice, di passare col suo jet supersonico sotto la funivia;  l’ha anche già fatto altre volte, dice; poi quel giorno passa troppo vicino, troppo, fino a sfiorare il cavo. Il figlio dell’industriale si fa comprare per i vent’anni la Pòrsc intestata alla ditta, e vuole far vedere agli amici quanta cazzo di potenza c’ha sotto il cofano questa qua! “Ma non avremo bevuto troppo, stasera?”. “Mavalà, così te la godi di più, l’ebressa”. Il capitano di nave deve (magari su istigazione della stessa compagnia, chissà, per rendere il tutto più spettacolare) stupire le attempate signore di prima classe.

Non ci cvedevai, cava… siamo passati così vicini al Giglio – sì, eva sicuvamente il Giglio, e poi l’ha detto anche il capitano, che ce la indicava dalle vetvate del salone delle feste – ti sembvava quasi di toccavle, le luci del povto. Dovevi stavci, guavda… vedevi anche la gente che fotogvafava, dalla viva, un’emozione unica, una delle cose più belle della cvocieva. Vuoi vedeve le foto, cava?

Un destino tragicamente ridicolo rovinarsi per vanteria, per rendere il viaggio più sorprendente, per ricevere lettere di congratulazioni dal sindaco di un’isola. Ora questo capitano è in galera, perché fra l’altro non avrebbe nemmeno saputo rispettare quella regola d’onore della marineria che vuole il capitano a bordo finché tutta la nave non è stata evacuata (e faceva uno strano effetto sentirlo dire, ieri, che lui era sceso per ultimo, quando già si sapeva che mancavano all’appello molte persone, che verosimilmente sono sulla nave ancora adesso, probabilmente nelle cabine sotto il livello del mare dei membri più infimi dell’equipaggio, garzoni filippini e cinesi, la moderna terza classe). Pare che l’abbiano ritrovato sotto shock proprio su quegli scogli che con un’altra improvvida uscita aveva provato a dichiarare inesistenti sulle mappe nautiche.

Cosa avrà pensato vedendo davanti a sé, da quegli scogli, il cadavere obliquo di quel suo giocattolo da 450 miliardi di euro, quel divertimentificio inclinato su un fianco, quella pesantissima metafora dell’imbecillità umana?

Aggiornamento (16/1/2012, ore 12.40): leggo oggi che le ragioni della sciagurata manovra sono state più futili ancora di quelle pur futilissime che avevo immaginato io.

Stefano e Marsel

Tre uomini, fra i quali Marsel, un ragazzo di 27 o 28 anni, si introducono in una bella casa di campagna per rubare oggetti di valore. Un altro uomo, Stefano, di 61 anni, il proprietario dell’abitazione, se ne sta tranquillo e solo nella sua dimora, forse dorme, forse guarda la televisione; si accorge di una presenza estranea, capisce che sta accadendo qualcosa di ingiusto e inaspettato, la sua roba e (forse, teme) la sua persona sono in pericolo. E’ proprio per far fronte a situazioni di questo tipo che ha deciso, tempo fa, di comprare una pistola e di tenerla legalmente in casa: se ne ricorda e la raggiunge. La afferra e spara.

Marsel cade, e inizia a morire. Finirà qualche ora dopo, all’ospedale. Non so, nessuno sa, cosa è passato nella mente di Marsel negli istanti dello sparo, o in quelle ore di agonia. Forse non ha fatto nemmeno in tempo ad accorgersi che la sua vita finiva quella notte di Natale. Io non so nemmeno cosa abbia pensato Stefano prima di sparare, dopo aver sparato, quando ha preso coscienza di avere messo fine alla vita di una persona, di un uomo. La notte di Natale del 2011.

Di certo Stefano sarà costretto a fare i conti con il fatto che quel corpo steso in terra davanti casa sua è stato, fino allo sparo, il corpo di un uomo, di un individuo: Marsel, 27 o 28 anni, albanese e… e tutto il resto. Non solo il corpo di un ladro, di un albanese, magari di un bastardo albanese di merda. Questo è un lusso che certo lui non potrà permettersi, e per questo a Stefano va la mia pietà. Questo lusso, invece, se lo sono indebitamente permesso i tanti che hanno commentato i fatti nei bar, su facebook, sui siti dei quotidiani locali, forse anche nelle case (fra panettoni, tombole e brindisi), sui sagrati delle chiese o nelle sedi dei partiti: “uno in meno”, “Stefano è un eroe”, “gli dovremmo fare un monumento”, “giustizia è fatta”, e simili. Parole che vanno lasciate sole, nella loro tremenda e vuota solitudine di fronte alla tragica semplicità dei fatti, alla definitiva verità della morte di un uomo.

I pensieri, piuttosto, dovrebbero essere altri. Ad esempio: perché stiamo diventando così soli e violenti? Un modello di civiltà sembra stia agonizzando da tempo, e con Marsel l’altra sera ne è morto un altro pezzo. Senza rete, senza fari, senza argini, gli uomini si trovano sempre più uno di fronte all’altro; soli, appunto. Stefano e Marsel, e in mezzo, fra loro, la roba. Il fallimento di una civiltà trasforma le relazioni sociali in un duello all’ultimo sangue: il sangue sparso dell’uomo che muore, il sangue avvelenato di chi dovrà convivere con l’idea di aver messo fine ad una vita. L’unico vincitore sarà, forse, proprio la roba, che non perde sangue mai.

La campagna che ho conosciuto io, quella nella quale sono cresciuto, è apparentemente la stessa dei fatti della notte di Natale: colline, campi, case sparse, di qua i monti, di là il mare. Eppure, venti o trent’anni fa, era un’altra cosa. Era un posto dove si lavorava duro, si viveva in semplicità (i pomodori, il porco, le sere d’estate sulle scale a prendere il fresco e a guardare le stelle), con la bella stagione si teneva la porta aperta anche di notte, e la chiave rimaneva su anche se stavi nei campi o giocavi dal figlio del vicino. Dei ladri si aveva una nozione piuttosto astratta, gli zingari ogni tanto passavano ma non avrebbero trovato granché da rubare.

Oggi quello che vedo sono ville bellissime: i muri sono quelli delle vecchie case coloniche, ma le finiture sono di lusso, le pentole sulle pareti della cucina ci stanno per bellezza, le rimesse sono state condonate e trasformate in dépendances, e le stelle le guarda solo la parabola del satellite. Durante le mie passeggiate guardo e invidio un po’ queste splendide dimore che da contadine sono diventate signorili, spesso circondate da mura alte, difese da sistemi di allarme e telecamere. I proprietari, forse figli e nipoti dei contadini che in quelle case ci stavano a mezzadria, probabilmente hanno lavorato anni col sogno di costruire questi Piccoli Paradisi Privati, questi Segni Tangibili del Riscatto. E ce l’hanno fatta ma, distratti dall’ansia, dal lavoro, dallo sforzo, forse non si sono accorti del deserto che si stava facendo intorno, dei tanti piccoli Inferni da cui erano circondati e che (senza volerlo, per carità, senza volerlo) avevano anche contribuito a creare. Quando, finalmente, si sono istallati nel loro Eden personale, hanno scoperto di avere bisogno di una Smith and Wesson per proteggerlo: loro pur così timidi, pur così pacifici, pur così noiosamente tranquilli.

Ma un Paradiso che va difeso con la pistola continua ad essere un Paradiso?

(Della vicenda particolare non so nulla di più di quello che ho potuto leggere nelle cronache locali, e non conosco nemmeno di vista i protagonisti o le loro famiglie. Spero sia chiaro che non voglio dare giudizi sui singoli personaggi coinvolti. Questo tanto per chiarezza)

Aggiornamento: Stefano Terrucidoro, il protagonista della vicenda raccontata, ha poi pronunciato parole di condanna verso tutti quelli che l’hanno esaltato come un eroe della vendetta. Mi piace segnalare anche l’opinione del Prof. Roberto Mancini. Qui, invece, le discussioni che questa nota ha suscitato su facebook.