Nuovi concorsi e vecchi esami

Si è parlato abbastanza in questi giorni di un editoriale di Ernesto Galli Della Loggia molto severo nei confronti del Miur, e in particolare di coloro che hanno pensato e redatto le domande di storia per la prova scritta dell’ultimo concorso. Lo storico e giornalista ha ragione da vendere a polemizzare con quel mix di incompetenza e saccenteria tecno-futurista (“non sappiamo nulla di nulla di come si insegna la storia, ma mettiamoci qualche parola inglese, magari ispirandoci al sottotitolo del nostro videogioco preferito, che fa tanto up-to-date, e sarà tutto bellissimo”), e il discorso si potrebbe allargare a tutte le discipline e alla struttura stessa della prova, che richiedeva di elaborare percorsi complessi, con le più varie e diversificate implicazioni didattiche, in qualcosa come 15 minuti a quesito. Fra l’altro, proprio l’altro ieri una collega che ha partecipato a questa tragica farsa mi spiegava che c’erano una serie di questioni anche tecniche affrontate con superficialità e improvvisazione, e senza nessun tipo di coordinamento fra chi aveva ideato i quesiti e chi aveva organizzato la piattaforma informatica sulla quale la prova si doveva svolgere. Esempio: un quesito di matematica richiedeva di elaborare un mappa concettuale, ma il programma su cui i candidati dovevano lavorare era un word processor (immagino una cosa simile al “blocco note” di windows) dove era solo possibile scrivere un testo continuo e cancellare, senza nessuna possibilità di formattare e usare la grafica: per fare una mappa concettuale in queste condizioni devi essere un maestro dell’ecfrasi. Cose così, insomma, stupidaggini, quelle robe che capitano quando si improvvisa, o quando ci si affida ad incompetenti.

Ma il punto principale sta nell’idea di insegnante sottesa a questo tipo di prova: una persona che in un quarto d’ora ti improvvisa un percorso didattico, un modulo, una lezione, buttando lì qualche parola di neolingua didattichese, una spruzzata di inglese imparaticcio, che faccia il suo lavoro in poco tempo e possibilmente in economia.

La cosa mi ha ricordato tantissimo il mio esame di geografia all’università. Funzionava pressappoco così: non c’era da studiare il libro di geografia umana, ma sapere – ad esempio – che per lo studio geografico della città nel mondo odierno è importante il concetto di nodo. Ok, se c’era una domanda sulle città tu dovevi scrivere un breve testo (erano nozioni che si tramandavano da appello ad appello) che poteva anche essere una vera e propria supercazzola, bastava scrivere bello grosso la parola nodo e sottolinearla con enfasi. Bene, la correzione del test era in tempo reale: il professore prendeva gli elaborati, quand’era il tuo turno ti chiamava e correggeva seduta stante (circa 20-30 secondi ad elaborato) e se vedeva subito le parole chiave che si aspettava di trovare ti diceva cose tipo: “tu sì che hai capito, sei andato al succo della questione” e arrivava anche a espressioni come “Sei un Dio”, “Vai come un leone”. Non sto inventando, qualche lettore di questo post c’era e sa che non sto raccontando balle. Io, naturalmente, a quell’esame ho preso trenta e sono uscito dall’università senza sapere assolutamente nulla di geografia umana. Però io e quel professore stavamo anticipando la didattica smart del futuro, e non lo sapevamo (io certamente no).

Per approfondire, due come al solito impeccabili post di Mariangela Galatea Vaglio: qui e qui.

50 cent

Si fa un gran parlare del fatto che la scuola deve entrare in logiche privatistiche, in dinamiche imprenditoriali: personalmente, non sono d’accordo, ma stiamo per un po’ al gioco e prendiamo un caso di studio: la selezione del personale.

Qualche mese fa, si passeggiava amabilmente per le vie del centro di Milano, un’amica mi raccontava come suo figlio avesse fatto ad entrare come programmatore in Amazon. Funziona più o meno così: per prima cosa qualcuno che già ci lavora ti deve scovare e presentare all’azienda: sarà il tuo sponsor; da lì inizia una serie di indagini su di te, fra invio curriculum e colloqui via skype, indagini puntali, precise, estenuanti, da affrontare con molte diverse persone esperte di vari ambiti, non tutti tecnici; superata questa prima selezione, se sembri davvero bravo, ti pagano un biglietto aereo, vitto e alloggio dall’altra parte d’Europa, e lì per diversi giorni ancora colloqui, interviste, lavoro di squadra, simulazioni. Alla fine, se gli piaci, ti propongono un contratto adeguato alla tua professionalità, ti inseriscono in un team, e per i primi mesi non hai compiti specifici: ti devi guardare intorno, capire i meccanismi, proporre idee, lavorare a progetti che ti stimolano. Sei assunto, insomma, e il tuo sponsor iniziale avrà un premio di diverse migliaia di euro per esser stato bravo ad individuare la persona giusta.

E’ un buon metodo? Non so. Funziona? Pare di sì. Costa? Moltissimo.

Vediamo invece cosa succede nella scuola: lo scorso anno sono stati assunti molti insegnanti, assunzioni che sono state l’ultima tappa di una deprecabile politica della precarietà che andava avanti da lustri, da decenni. Le persone assunte venivano da storie professionali molto diverse fra loro, l’importante era che fossero nella graduatoria giusta, dove erano finiti in vario modo, a seconda delle lisergiche regole che si sono avvicendate negli anni. Fra gli assunti dunque – almeno in linea teorica – ci poteva stare un po’ tutto: gente che aveva insegnato con passione tutti gli anni, pur con contratti a tempo, pur senza la prospettiva di poter riavere le stesse classi l’anno successivo, ma anche – probabilmente – insegnanti mediocri il cui unico merito era l’anzianità di presenza in quelle graduatorie, per una abilitazione senza una vera selezione ottenuta un tot di anni fa, e persino persone che non insegnavano più da anni e avevano preso tutt’altra strada, e poi si sono ritrovate da un giorno all’altro con la proposta di un posto fisso statale – e allora come dire di no? Già solo nel piccolo spicchio di mondo che posso osservare direttamente, tutto questo c’è, in percentuali molto diverse (quasi tutti appartengono al primo gruppo, il più virtuoso), e anche qualcosa di più inquietante, ma su questo magari un’altra volta.

E poi queste erano persone abilitate ad insegnare materie che magari non erano quelle che servivano nelle scuole: nel liceo che conosco meglio, il mio, (non è un liceo artistico) è arrivato un collega di materie plastiche (in pratica, mi par di capire: scultura), e vari docenti di diritto ed economia, materia insegnata solo in un paio di classi del biennio, e già coperta. Ora questi colleghi stanno lì, fanno qualche “progettino”, molte supplenze, ma per lo più aspettano che il tempo passi in sala insegnanti. E questo vale anche per colleghi di discipline come italiano e matematica, perché – è la cosa più assurda – a questi nuovi arrivati non sono state assegnate classi: dovevano servire per un fantomatico e vago “potenziamento”, che di fatto è partito poco e male. Risultato: mentre alcuni docenti sono in burn out per il troppo lavoro, le troppe lezioni, le troppe verifiche da correggere, altri sono depressi dal non poter fare nulla, dal sentirsi inutili. Un’umiliazione per tutti. E, naturalmente, un colossale spreco di denaro pubblico in un settore – quello dell’educazione – già drammaticamente impoverito dalle politiche degli ultimi vent’anni (almeno).

Ora, quando ancora non s’è capito cosa far fare a questi nuovi assunti (a tempo pieno, e per sempre, a carico della collettività) si fa un nuovo concorso, solo perché Renzi e Giannini l’avevano promesso. Un concorso pieno di assurdità e contraddizioni (non mi dilungo perché ha già spiegato tutto benissimo Renata qui e qui).

Un concorso in cui i candidati non sanno nemmeno bene come saranno fatte le prove, su quali argomenti. Una collega di latino mi diceva che non sa se ci sarà da tradurre oppure no, ad esempio. I più studiano un po’ a caso l’universo mondo, un po’ di pedagogese e didattichese antologizzato alla meno peggio in manuali che a volte sono scopiazzature da wikipedia. Gente con dottorati, anni di esperienza, pubblicazioni e stage all’estero, umiliate da una selezione fatta a casaccio. E a risparmio.

Basti pensare all’assurda farsa di un altro reclutamento, quello dei commissari d’esame: le persone che devono decidere la sorte di una generazione di aspiranti insegnanti e di numerose generazioni di studenti. Al Ministero hanno pensato bene che la correzione di una prova d’esame (ovvero il momento in cui si decide il futuro di una carriera, e se centinaia di futuri studenti si troveranno davanti un bravo insegnante o un incapace) valga 50 centesimi. Sì: la metà di un euro. Venti minuti di parcheggio. Mezzo caffè. Ora però sembra che in molte regioni (non nelle Marche: nelle Marche siamo ligi, o coglioni) non si siano trovati docenti disponibili a fare i commissari a queste condizioni. Strano, no? Allora hanno fatto un provvedimento d’urgenza per portare il compenso da 50 centesimi a… 1 euro. Ora il caffè ci esce tutto. E già si mormora che, se non dovesse bastare questo incentivo, ne faranno un altro, di decreto, per raddoppiare ancora la paga. E forse toglieranno anche il limite dei 5 anni di anzianità richiesti al commissario, per cui potrà forse accadere che un neoassunto vada a valutare e selezionare i futuri docenti.

Non ci vuole troppa fantasia, né bisogna essere irrimediabilmente pessimisti, per pensare che molto difficilmente – a queste condizioni – ad esaminare i futuri docenti saranno i migliori fra i presenti.

Però stiamo tranquilli, perché la scuola pubblica ha i giorni contati, e presto i professori per le future generazioni li compreremo su Amazon.