Ariosto, Calvino e la critica

Ho amato molto Calvino, forse più quando parla di letteratura che quando fa letteratura, e probabilmente anch’io, come molti, in passato, ho fatto un po’ l’errore di considerarlo anche un critico letterario. Però credo di avere sempre avuto chiaro che era un critico molto particolare, che quando parlava dei classici prendeva così sul serio il suo famoso apoftegma (“i classici sono quei libri che non hanno finito mai di dire quel che hanno da dire”) da usarli per parlare più di sé stesso e del suo tempo che non del classico in questione, e del suo più lontano e perduto tempo. Non era mai, insomma, quella di Calvino, una operazione di storicizzazione, ma una operazione militante e creativa: ti proponeva la sua idea del mondo, della scrittura, del futuro. Bene. E’ un’operazione legittima e utilissima (forse più di tanta critica, di tanta storicizzazione intesa in senso stretto), basta prenderla per quel che è.

Mi ha fatto ripensare a queste cose un articolo di Stefano Jossa, grande critico e storico della letteratura italiana di stanza a Londra, uscito qualche giorno fa che partendo da una riflessione su Ariosto a Calvino finisce per trattare un argomento di portata molto più generale: l’importanza e la difficoltà di dialogare davvero con i classici, sapendo riconoscere i filtri e le scorciatoie per quello che sono. Un discorso sul metodo assolutamente limpido e impeccabile a cui un titolo forse troppo lapidario non rende giustizia. Ne consiglio vivamente la lettura.

Elogio dell’ignoranza (consapevole)

Sono abbastanza convinto che l’ignoranza, se accompagnata da un minimo di modestia, non sia poi tutto questo male. In fondo, il punto non è essere ignoranti o dotti, è solo capire quanto si è ignoranti, a questo mondo. Ma se manca l’umiltà, l’ignoranza diventa il primo dei peccati capitali.

Ho appena letto questo interessante apologo: una vicenda capitata a Romano Luperini, importante studioso di letteratura, nonché autore di importanti manuali per la scuola. E’ la storia di una piccola e apparentemente insignificante divergenza interpretativa su una poesia di Montale, che lo ha contrapposto, alla fine di una conferenza, ad un giovane insegnante armato di tablet e di molta sicumera. Ma il senso dell’episodio va ben oltre la letteratura, e richiama ancora una volta il valore universale dell’arte dell’interpretazione, la lezione etica e democratica che dall’umile e lungo lavoro del critico – di ogni vero critico – si può trarre.

Conclude Luperini:

La democrazia non è chiacchiera vuota, non è dire la prima cosa che salta in mente, né esibizione di sé; implica anzitutto documentazione accurata, conoscenza dei problemi, consapevolezza dei propri limiti e, conseguentemente, predisposizione all’ascolto e al confronto che solo un accertamento condiviso dei dati di fatto può garantire.

* L’insegnante con cui Luperini si scontra fa parte del M5S, ma non mi pare questo il punto centrale: preferisco pensare che gli atteggiamenti di certi (molti?) “grillini” siano solo l’epifenomeno di una tendenza molto più generale…

** Destino ha voluto che scrivessi questo post proprio nel giorno in cui ci lasciava un grande critico, Cesare Segre.