Ripensandoci.

Dopo averci dormito sopra, dopo la (metaforica) sbornia di vino cattivo di ieri sera, penso questo. Che noi, sì, si è sbagliato più o meno tutto; soprattutto si è sbagliata la lettura del paese, non si è capito proprio per via del solito snobismo che ci fa immaginare un paese migliore di quel che è. Però penso anche che fra i tanti che hanno votato Grilli una buona percentuale si pentirà presto, avrà paura del suo stesso voto. E ancora una volta queste persone daranno la colpa a noi, ci diranno: perché non siete stati abbastanza convincenti? perché non ci avete saputo spingere a votarvi? E, naturalmente, avranno ragione.

Dopo penso che dobbiamo ripensarci, noi di centro sinistra, dalle radici. E sarà molto difficile. Intanto comincerei dal non cercare scuse, dal non pensare a governissimi e cose simili.

Poi penso a Mario Morgoni, ex sindaco di Potenza Picena, ottima persona, che giunge in Senato, e mi chiedo: uno che arriva a fare il senatore, dopo tutto questa fatica, sarebbe contento di lasciar subito, di dire s’era scherzato, così non si governa e allora torno a casa? Ecco, mi sembra difficile. E lui è uno in gamba. Con i tanti meno in gamba che sicuramente ci saranno in giro, sarà ancora più difficile. Quindi, ancora di più, è un casino.

 

Mio fratello e la crisi

Ho due fratelli, uno di loro si chiama Francesco. Francesco ha deciso, quest’anno, di fermarsi. O, almeno, rallentare: lavorare poco, stare in silenzio e ragionare/sperimentare cose che stanno intorno alla parola essenziale. Spiega le sue ragioni benissimo qui e qui, e non perdo tempo a ripeterle, che le cose da dire son tante. Ci tengo solo a informare chi non conosce Francesco che non è né un “bamboccione” né uno “sfigato”, e, se dobbiamo usare una delle espressioni inventate per descrivere la sventurata generazione dei trentenni di oggi, lui rientrerebbe piuttosto in quella dei “cervelli in fuga”: laureatosi fra ingegneria e architettura, fra Ancona e Parigi, ha studiato l’approccio surrealista al paesaggio e ha disegnato,  in uno studio sotto il Beaubourg, passerelle, ponti, vele di vetro e centri commerciali cinesi (tra il surrealismo e gli ipermercati cinesi – mi dico – un nesso ci deve essere, non so quale ma ci deve essere), poi ha inseguito altri progetti urbani ed umani a Madrid. Ora si ferma, un po’. Punta all’essenziale.

Dietro questa scelta ci sono mille motivazioni e davanti e intorno mille spunti, riflessioni e interrogativi; c’è, in fondo, una vita intera. Ma non è di questo che posso parlare, perché sarebbe troppo complicato e comunque sarebbe impudico farlo qui. Del resto gli aspetti esistenziali sono interessantissimi, ma non solo gli unici: ci sono quelli sociali, politici, economici: quelli legati – diciamo così – non alla vita ma allo stile di vita. Questa scelta comunque c’è, e interroga. A fronte di tanti che parlano, discutono, teorizzano, prospettano e disegnano scenari, Francesco questa cosa l’ha fatta, e l’ha fatta senza avere le spalle coperte, in un momento in cui il problema dei più è semmai trovarlo il lavoro, non lasciarlo.

Certo, è una scelta che non tutti possono fare: chi non mette insieme il pranzo con la cena, chi non ha un curriculum così ricco e flessibile che un lavoro lo trova quando vuole, chi ha sulle spalle le vite degli altri non può permettersi questo tipo di opzioni. Ma proprio questo aspetto rende il caso di mio fratello interessante: è emblematico di una società ricca, con molte opportunità e molte scelte davanti, ma allo stesso tempo in crisi, insoddisfatta, cosciente – al di là delle frottole che ci raccontiamo – che c’è qualcosa di sbagliato in questo continuo produrre pubblicizzare vendere comprare consumare buttare e poi di nuovo produrre e così via. Quindi, in sostanza, userò Francesco come una metafora, e spero che mi perdonerà, perché è la metafora di una strada (almeno secondo me) giusta.

C’è forse un problema che più di tanti altri complica e impoverisce le vite di tanti di noi: è il problema del troppo. Abbiamo troppe cose, “tutte queste cose” appunto: troppo cibo e troppi vestiti, troppe cose da fare, belle e brutte: troppi film che ancora non abbiamo visto e troppi nei che non abbiamo fatto controllare, troppi viaggi programmati e troppe bollette da pagare. Troppa informazione, troppi siti da visitare, troppi spunti da inseguire e troppi argomenti interessanti su cui fermarsi almeno un momento a pensare, magari soltanto per scriverci un breve post che se non altro mi permetterà di ritrovare quel pensiero, un giorno. Ma intanto fuori c’è un tramonto bellissimo davanti al quale potrei fermarmi. Ma, accidenti!, devo preparare la cena.

Ho letto un bell’articolo su Internazionale, poco tempo fa, era stato scritto da un giornalista tedesco per Die Zeit e si intitolava, modestamente, La fine del capitalismo. Era accompagnato dalle foto delle opere di Liu Bolin, un cinese che dipinge i suoi abiti e il suo corpo per “scomparire” nello sfondo: nel caso specifico scompariva davanti agli scaffali di un supermercato pieno di roba.  L’articolo parlava dei debiti, sostanzialmente, e del fatto che la gente non compra più tanta roba perché ne ha troppa. Non perché non se la può permettere: la Germania, infatti, è ancora abbastanza ricca, ma proprio perché non sa che farsene e dove metterla.

Quando gli economisti si riferiscono alle persone, usano spesso il termine “consumatori”, perché è questo il ruolo dei cittadini nella catena economica. Invece del verbo “consumare” si potrebbe usare anche il termine “comprare”. Un tempo avevano lo stesso significato. Si leggevano libri appena comprati, si indossavano magliette nuove, ci si divertiva con un nuovo giocattolo. Ma per fare tutto questo ci vuole tempo. Se il tedesco medio usa almeno una volta nella vita le diecimila cose che ha comprato, non resta molto tempo per comprarne di nuove. Quindi il consumo, fattore essenziale del capitalismo, può frenare la macchina. Per continuare a far crescere l’economia, infatti, bisogna comprare senza sosta. A questo punto sorge un altro problema: come convincere le persone a comprare senza consumare, accumulando libri dimenticati sulle mensole, vestiti nell’armadio, giocattoli nelle camere da letto dei bambini, con il solo scopo di impacchettarli e abbandonarli al più presto per comprarne di nuovi. Con la pubblicità si possono convincere le persone, ma è un processo difficile e costoso, e a volte non funziona. Così la macchina del capitalismo finisce per rallentare e bloccarsi.

L’articolo continua parlando di Keynes, che nel 1930 profetizzava che i suoi nipoti (noi) sarebbero stati ricchi otto volte i loro nonni (è successo) e con questo il capitalismo, esaurito il suo ruolo, si sarebbe lentamente spento (non è successo). E si conclude con una serie di domande:

La società si può organizzare in modo da accontentarsi di conservare [e magari distribuire con più equità, ndGG] il benessere invece di aumentarlo? Cosa bisogna fare perché sia la felicità delle persone a crescere e non il fatturato delle imprese? E’ possibile dare alla natura un valore superiore a quello dei diecimila oggetti? Insomma, esiste un’alternativa al capitalismo?

Due settimana dopo, sempre su Internazionale, sempre da Die Zeit, sempre con un geniale apparato iconografico, esce un secondo articolo, Avere o usare, che – non la faccio ancor più lunga, propone già alcune risposte. Chi è interessato può trovarlo qui.

Cosa voglio dire, alla fine? Che c’è bisogno di gente che si fermi, che scenda dal treno e dedichi tempo e energia a pensare modi alternativi di produzione, di consumo, di convivenza. E che c’è bisogno soprattutto di gente che li sperimenti, dal basso e in rete. E che bisogna dare una mano a chi lo fa, condividendo pensieri e scelte, perché il momento è stimolante, e molti i futuri possibili. Ci sono probabilmente un sacco di cose belle e utili che dal passato e dal presente possiamo portare in questi futuri: ma non ci sarà molto posto, e la cosa più importante sarà selezionarle bene.

Buona ricerca, F.