Recite

Da un po’ di tempo mi capita (è anche un piacevole effetto collaterale del mio lavoro) di andare più a teatro che al cinema. E mi è capitato di vedere delle cose molto belle che, se dovessero passare dalle vostre parti, vi consiglio di non perdere.

Furioso OrlandoDevo ammettere che avevo vaghi ma corposi pregiudizi su questo monologo (poi ho capito che proprio monologo non era) recitato da un divo del cinema. Mi chiedevo cosa portava un divo come Accorsi a cimentarsi in un’impresa di per sé ardua: portare a teatro il poema dell’Ariosto, che giusto Sanguineti e Ronconi… Vedendolo mi sono però fatto l’idea che forse ce l’ha portato l’umiltà di mettersi in gioco, e di faticare parecchio, perché non deve essere per niente facile – a parte la memoria – portare a spasso il pubblico fra tanti toni, personaggi e episodi diversi. Lo aiuta una grande spalla: Nina Savary, che, con il suo straniante accento francese non si limita a dare uno sfondo sonoro e musicale, ma fa da controcanto al testo, portando un sguardo femminile sulle vicende del Furioso che risulta illuminante e – direi – necessario (ma non diciamo troppo in giro che gli eroi di Ariosto sono maschilisti, che poi magari ci impediscono di leggerlo a scuola!). Il lavoro di sintesi e rielaborazione del testo del regista Marco Baliani è intelligente e efficace, divertente in alcuni azzeccati anacronismi e non privo di qualche attualizzazione “impegnata” che però non stona. Sia chiaro: non è una cosa “scolastica”, anche se – oltretutto – didatticamente è molto efficace.

Bottino di guerra. A proposito di pregiudizi: fino a qualche tempo ne avevo di grossi, grossissimi, sugli spettacoli teatrali amatoriali. Non so bene se perché li vedevo come occasioni di esibizionismo per ego ipertrofici o perché in fondo in fondo invidiavo il coraggio di chi faceva teatro per passione. Ma forse, alla fin fine, è la stessa identica cosa: i miei pregiudizi derivavano semplicemente da una lontananza, da una (auto)esclusione. Poi i casi della vita mi hanno portato a incrociare più da vicino queste esperienze, pur senza praticarle, è ho potuto sperimentare quanta emozione, tensione, forza c’era in queste serate di show fatti con pochi soldi e molto coraggio. Ora vado molto volentieri a vedere questi spettacoli: a volte, certo, la qualità dello spettacolo non è eccelsa, a volte l’organizzazione può essere abborracciata, ma arriva sempre un momento in cui senti quella vibrazione positiva, quella verità, che quando vai ad assistere ad uno spettacolo di professionisti non sempre percepisci. Poi, qualche volta, capita un piccolo miracolo, e tutto funziona alla perfezione. Per esempio la sera di venerdì 23 marzo ho rinuciato alla piscina e mi sono ritrovato con una quarantina di persone nelle grotte di un palazzo nobiliare di Tolentino, e lì sono stato catapultato con violenza in un mondo arcaico di guerra e di dolore declinato al femminile. Sono diventato partecipe della domanda: cosa succede ad una donna quando finisce una guerra? Lo spettacolo era tratto dalle Troiane di Euripide, e dal rifacimento delle medesime di Jean Paul Sartre, anche qui con qualche azzeccato inserto (su tutti, la straziante Sidun di Fabrizio de Andrè, che sembrava scritta apposta per quella storia). L’effetto è stato intenso e perturbante. Non so se siano previste repliche dello spettacolo, ma se lo trovate in giro approfittate. Disclaimer: una delle protagoniste (una delle più brave) è amica mia, ma non avrei scritto quello che ho scritto per amicizia, se non lo pensassi.

Il ventaglio. Ieri sera poi sono andato a vedere questa messa in scena di una commedia goldoniana. Non l’avevo mai letta né vista (c’ero andato vicino qualche tempo fa, ma poi avevo rinunciato), e non sapevo che aspettarmi. Avevo sempre visto un Goldoni piuttosto tradizionale, qualche volta vicino alla perfezione come nel caso della Trilogia della villeggiatura di Toni Servillo, ma ieri non ho certo rimpianto marsine e pizzi. L’idea di far reagire la lingua di Goldoni (mantenuta intatta) con le canzoni di Amy Winehouse e Lou Reed, con i costumi pop (per dire: le scarpe vanno dalle Converse alle Crocs) e i pennarelli fosforescenti, mettendoci in mezzo anche i sonetti di Shakespeare, qualche raccontino minimal e iperrealista, poteva sembrare azzardata. Però il regista ci ha messo molto del suo, a partire dall’aggiunta del personaggio di un Cupido che svolazza per la scena durante tutto lo spettacolo e rappresenta efficacemente l’incarnazione della funzione-amore che muove questa come tutte le commedie (e le vite) di questo mondo. Effetto finale: i ragazzi in età scolare presenti allo spettacolo (che ora, mentre scrivo, si sta replicando al Teatro Persiani di Recanati) hanno trovato Goldoni interessantissimo, spiritoso e brillante; e non si sono trovati per niente d’accordo con la matura signora del palchetto a fianco che – durante l’intervallo – chiosava scandalizzata “Io non ho mai visto uno scempio del genere”. Va bene così. Poi domani, a scuola, ci vengono a trovare gli attori della compagnia: che bello!

ART

 

Tre amici a Parigi. Serge, Marc, Yvan. Serge è un dermatologo di successo, reduce da un matrimonio finito male. Marc è un ingegnere sarcastico e collerico, sicuro di sé e del suo rapporto con Paula. Yvan è un commesso di cartoleria nevrotico e fragile, che sta per sposarsi con Catherine, molto più giovane di lui, e anche per questo è divorato da ansie, paure, insicurezze. Serge da un po’ di tempo ha scoperto l’arte contemporanea e ha comprato per una cifra esagerata un quadro completamente bianco che mostra entusiasta ai due suoi amici Marc e Yvan, in cerca di approvazione. Marc, ancorato ad un’idea saldamente tradizionalista dell’arte, bolla la tela come “una merda bianca”. Yvan, che più che all’arte tiene alla sua amicizia con Serge e Marc, cerca più che altro di mediare fra i due. La situazione però precipita: il conflitto fra Serge e Marc si rivela essere il precipitato di un rapporto squilibrato, basato sulla dinamica mentore-allievo: per Marc l’adorazione di Serge verso di lui era la prova della sua superiorità intellettuale, e ora che ha perso il suo ruolo di maestro e guida si sente tradito, inutile; Serge a sua volta cerca nel collezionismo d’arte la sua autonomia, la sua indipendenza da Marc, e il suo posto nel mondo della ricca borghesia parigina. Yvan, penosamente incerto, capisce che sta perdendo il suo ruolo in questo strano mènage a trois e teme, più in generale, la fine di questo legame d’amicizia. E’ disperato. Si aggiungono le tensioni legate ai rapporti dei tre con l’altro sesso, in un tutti contro tutti per cui Marc e Serge deprecano l’imminente matrimonio di Yvan, Serge dichiara di disprezzare Paula, la donna di Marc, e a sua volta prende atto che i due amici lo considerano un fallito per via del suo divorzio. Quello che sto descrivendo è l’intreccio di Art, una commedia in cui si ride tantissimo: non si direbbe, eh?

Il meccanismo della pièce è molto simile a quello di un’altra famosa opera di Yasmina Reza, Le Dieu du carnage, che conosco nella versione cinematografica di Roman Polanski. Anche lì un episodio apparentemente banale, innocuo, scatena una selvaggia e inesorabile resa dei conti che va al di là e al di fuori delle regole della convivenza civile, delle convenzioni borghesi. Ma se nel carnage il conflitto fra due coppie di estranei risulta drammaticamente insanabile, in Art il tutto si risolve in commedia, con i tre amici che nonostante il conflitto, o forse proprio grazie ad esso, si ritrovano di nuovo vicini, con più consapevolezza.

Yvan, Marc e Serge non hanno un’età precisa: nell’allestimento che ho visto io Yvan è uno strepitoso Alessandro Haber (65 anni), Marc un bravo Gigio Alberti (56) e Serge un Alessio Boni (46: “Cioè, Alessio Boni ha quarantasei anni? cioè, ha sei anni più di me e ne dimostra venti di meno? Cioè.”) bello e efficace, ma che come al solito non mi ha convinto fino in fondo (ma è un problema mio: credo abbia a che fare con il fatto che Boni è troppo bello). I tre sono – da copione – amici da 15 anni, Serge ha un figlio ed è divorziato, Yvan si sta per sposare. Probabilmente Haber e Alberti sono un po’ vecchi per la parte, ma insomma: diciamo che i tre personaggi possono avere fra i quaranta e i cinquanta. Non suonerà strano, dunque, che io abbia trovato molto interessante, e vicina alla mia esperienza di neo-quarantenne, la descrizione delle dinamiche di questa amicizia intellettuale fra uomini adulti.

Solidarietà, competizione, desiderio di stupire e di convincere, ribellione e assimilazione, maestri e discepoli, sacralizzazione dello “stare insieme” a prescindere da tutto, mediazioni nobili e mediazioni vigliacche, volontà di affermazione di sé e insicurezza, esaltazione, nostalgia, stanchezza. Ammirazione, invidia, rancore. Rabbia e amore. Variamente composti e amalgamati in un complesso variabile e misterioso, sono questi gli elementi che fanno nascere e morire le amicizie in ogni tempo e in ogni luogo, anche le mie. In fondo a tutta questa complessità, forse, c’è una doppia natura dell’amicizia, che da un lato è il luogo X in cui ci confrontiamo con gli altri per cercare di definire chi siamo, per “trovare noi stessi”, dall’altro è la strada Y, raramente percorsa, dell’apertura vera all’altro, curiosa e disinteressata. E verrebbe da chiedersi: forse partire dal luogo X per incamminarsi sulla strada Y è il segreto delle rare amicizie vere e durature? Chissà.

Yvan, in uno dei tanti momenti esilaranti di Art, legge un biglietto contenente un’affermazione apparentemente delirante con cui il suo psicoanalista ha commentato la sua relazione con Marc e Serge:

Se io sono io perché sono io, e tu sei tu perché sei tu, allora io sono io e tu sei tu. Ma se io sono io perché tu sei tu, e tu sei tu perché io sono io, allora io non sono io e tu non sei tu.

Com’è ovvio, non c’è niente di delirante. Anzi.

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ART, di Yasmina Reza, regia di Giampiero Solari, con Alessandro Haber, Gigio Alberti, Alessio Boni. Visto (con molta soddisfazione) il 28 gennaio 2012 al Teatro Persiani di Recanati.