Tre ovvietà

Di fronte a fatti come quelli di Bruxelles il silenzio ci pare intollerabile, e così parliamo parliamo, parliamo. La conseguenza è che si dicono molte ovvietà e scemenze. Tralasciando queste ultime, fra le ovvietà ce ne sono alcune che forse meritano più attenzione di altre.

Stamattina, ad esempio, ho sentito in un dibattito radiofonico il filosofo Massimo Cacciari dire la seguente ovvietà (riferisco a parole mie, come mi ricordo, l’integrale è qui): non dobbiamo stupirci né addolorarci del fatto che l’Europa sia in crisi di fronte a questi attentati, perché la crisi è l’elemento fondativo della cultura Europea. La crisi (etimologicamente: il discernimento, il giudizio, la valutazione) è fondamento del logos, della filosofia occidentale. L’indubbio successo della civiltà europea negli ultimi tre millenni nasce da lì, da questo dato fondativo della continua messa in discussione di sé stessa. Quindi pochi piagnistei, dice Cacciari: noi siamo questa roba qui.

La seconda ovvietà è venuta in mente a me, pensando che tutta questa enorme faccenda dell’emergenza del terrorismo islamico è una matassa che si potrà dipanare solo a partire da cosa succede nella mente di questi ragazzi che decidono di darsi una morte terribile, procurando insieme la morte terribile di decine di persone ignare e anonime. 162101303-3a68d23c-04b3-43bb-a2eb-cec925e2d0b0Guardi foto come questa, che raffigura gli attentatori pochi attimi prima dell’esplosione, e provi a chiederti cosa stesse passando in quella testa nel momento dell’istantanea: “Ora sono qui, trascino questo carrello, sperimento coi miei sensi un pezzo di mondo, mentre fra pochi secondi la bomba avrà dilaniato le mie carni…”. Chissà, forse sono pensieri troppo “occidentali”? Probabilmente. Comunque mette questo al centro delle sue riflessioni (e non è la prima volta) Marco Belpoliti, in un articolo che vale la pena di leggere. Come anche merita una lettura la testimonianza di un jihadista pubblicata oggi sul Messaggero.

Terza ovvietà: se ci arrendiamo alla logica dello stato d’eccezione, e lo facciamo a partire dalla culla della modernità, la Francia, tutto rischia di andare a ramengo. Ne parla, portando il discorso a conseguenze inquietanti e vertiginose, Giorgo Agamben, uno che su queste cose studia da tempo, sul Sole24Ore.

Tre ovvietà. Ma forse ovvietà su cui è necessario fermarsi a pensare.

Ovvietà bonus: la seconda religione d’Italia, forse, meriterebbe d’avere l’otto per mille, come ce l’hanno Chiese che hanno un numero di fedeli infinitamente minore.

La vittoria di Renzi

https://i1.wp.com/static.blogo.it/queerblog/RosyBindi-586x376.jpgMi sono visto un po’ dello speciale di Mentana, prima: c’erano Ferrara, la Annunziata, e altri giornalisti misti. Prima hanno trasmesso il (bel) discorso di Renzi. Poi hanno chiesto i commenti dei “big” del partito: D’Alema e Bindi. Mi sono fermato alla Bindi. Li ho trovati tutti insostenibili, D’Alema e la Bindi, dico, ma anche un po’ Ferrara che gigioneggiava e la Annunziata che borbottava. Erano tremendamente vecchi, annoiati, esausti. E credo di non essere stato l’unico a provare questa sensazione, nell’Italia post-primarie. La rivoluzione del linguaggio incarnata da Renzi (al di là del velleitarismo, dei limiti programmatici, del cinismo – di tutte quelle cose, insomma, per cui non l’ho votato), la sua presenza fisica, lo stesso fatto che se la sia giocata quasi alla pari, son tutte cose che hanno cambiato radicalmente il panorama. Niente sarà più uguale, e credo che anche Bersani lo sappia, e sono sicuro che ne terrà conto lui per primo.

A margine, naturalmente i complimenti a Bersani, che ha fatto un discorso serio (quasi tutto serio) come mi aspettavo che facesse, e nel quale confido molto per il futuro.