Un giorno ho letto un’intervista ad Amedo Quondam, un vecchio italianista sornione, pubblicata in occasione del suo ritiro dai ruoli dell’Accademia. Mi aveva colpito che, riferendosi a questo paese in cui a lui e a me è capitato di nascere e vivere, usasse la perifrasi “un paese chiamato Italia”, come a volerci insinuare qualche dubbio, magari che ormai sia rimasto poco più che questa etichetta – il nome Italia – a tenere insieme l’ambaradàn. O magari voleva soltanto ricordarci che c’è voluto che qualcuno decidesse di “chiamarlo” (e raccontarlo, descriverlo, accusarlo, denigralo anche – ma in ogni modo “dirlo”), questo paese, perché esistesse – insomma, che le parole (le parole di questa lingua chiamata italiano) sono alla fin fine le nostre radici: mutevoli e contorte, fragili e volanti. Non so, insomma, di preciso cosa volesse dire Quondam, però quel vezzo linguistico è rimasto nella mia memoria, come un modo un po’ meno retorico del solito per riferirsi all’argomento retorico per antonomasia: l’identità e la patria. E alla fine è diventato, faut de mieux, il titolo di un ciclo di incontri che inizia lunedì, e a cui tutti siete invitati. Secondo me, come direbbe Claudio Gaetani, ce gusta.
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Una foto
C’è una foto che da qualche giorno mi tormenta, questa:

Il motivo è che vedendola mi sono reso conto di aver completamente rimosso, negli anni, i fatti spaventosi avvenuti quando io ero già un giovane adulto, a poche centinaia di chilometri da casa mia. E mi rendo anche conto di sapere pochissimo di quel che lì è successo. Deve essere così, se quando l’ho vista per caso in un giornale ho pensato lì per lì: “Toh, una foto a colori di Auschwitz!”.
Eppure, per chi è stato internato a Manjaca (che nome inquietante) non deve essere stato tanto diverso da Auschwitz. Essere torturati e uccisi, o soffrire la fame fino a diventare uno scheletro che cammina, non è meno terribile se sei in un posto e in un’epoca in cui ti possono scattare foto a colori. E la quantità non può incidere sulla “qualità” della violenza e della violazione inferta ai singoli.
Perché di Manjaca (ma anche di Srebrenica) non si parla quasi più, se mai se ne è veramente parlato?
