I voti alle tracce / 2

(continua da qui)

4. Saggio breve storico-politico. L’argomento di questo saggio breve è bellissimo: attuale, importante, decisivo (anche se presentato, a mio avviso, con una formulazione poco perspicua e non del tutto coerente coi documenti proposti: “Il Mediterraneo: atlante geopolitico d’Europa e specchio di civiltà”). Però ho delle forti riserve sui documenti proposti: il brano di Matvejevic è estrapolato da un testo molto più lungo in cui vengono messi in campo tutti i problemi oggetto del suo libro del 1991, con uno stile che funziona più o meno così: un paragrafo in cui vengono elencati alcuni fatti e problemi, con stile enumerativo – poi una lapidaria e problematica frase finale. Ripetere questo gioco per alcune pagine è un modo arguto di mettere in tavola i problemi che verranno discussi in un libro o in un saggio; estrapolarne una piccola parte rischia di dare alla frase finale un valore ultimativo, di verità rivelata. Cosa può pensare, lo studente, nel leggere un documento che elenca tutte le culture presenti nella storia del Mediterraneo e si conclude con: “Si esagera evidenziando le loro convergenze e somiglianze, e trascurando invece i loro antagonismi e le differenze. Il Mediterraneo non è solo storia”? Il brano successivo, poi, inizia col dirci che “nell’immaginario comune dei nostri tempi il Mediterraneo non evoca uno spazio offerto alla libera circolazione di uomini e merci” e parla di “una certa resistenza ad aprirsi verso l’esterno”; poi le cose si fanno un po’ confuse per via di un refuso (un refuso davvero grave e incredibile, che sembra fatto da uno che sta copiando un testo senza capire il senso di quello che trascrive: “le minacce più o meno reali del fondamentalismo” diventa “le minacce più o meno reali al fondamentalismo”, che dà un senso paradossale al tutto! un po’ come quando i monaci medievali ignoranti del latino sostituivano agmen con amen…), e di una serie di strane frasi su “Italia al mare”, “scrutare gli orizzonti”, “paure che ci avevano allontanato dalle coste”, “difficoltà di “tenere” politicamente il largo” che probabilmente hanno a che fare con il tema generale del libro di Frascani, ma qui, boh… Il terzo e ultimo documento è il più chiaro, dice in pratica che è importante una collaborazione fra Europa e Maghreb, e impone allo studente il confronto con una tesi chiara e forte, forse troppo. Voto: 6-.

5. Saggio breve tecnico-scientifico. Molti ormai l’hanno detto: questo è decisamente il saggio più brutto e debole di quest’anno, ed è davvero una terribile ed eloquente iattura che più della metà dei ragazzi abbia scelto proprio questa prova. L’impressione è che manchi qualcuno, in commissione, che abbia chiara coscienza delle potenzialità di un saggio breve di argomento scientifico. I documenti proposti sono solo due, e questo non è per forza di cose un male (anzi!), ma hanno due difetti gravi: il primo, che sono sostanzialmente portatori delle stesse tesi sugli argomenti proposti; il secondo, che non hanno nulla a che fare né con la scienza né con la tecnologia, ma al massimo con la psicologia sociale più spicciola, con lo stato presente dei costumi quotidiani degli italiani. Un po’ poco. Troppo poco. Non invidio i colleghi che dovranno leggersi decine di riflessioncine su quanto tempo ci fanno perdere i social network, e su quanto sia però bello poter essere sempre in contatto con gli amici lontani anche quando non possiamo vederli di persona. Voto: 4.

6. Tema di storia. Il tema meno scelto (solo il 2,5 per cento degli studenti) è quello forse più interessante, il più innovativo, rivoluzionario per certi versi. Invece della solita proposta di un tema storico che poteva essere svolto solo da chi conoscesse alla perfezione, almeno a livello scolastico/manualistico, i fatti e i problemi storiografici, felice è la scelta di un tema come la Resistenza, che si presta a molte riflessioni anche sull’Italia di oggi, proposto in una chiave (le vicende del nostro Stato nazionale) che lo lega ad altri argomenti tra i più studiati nel quinto anno (Risorgimento, Prima Guerra Mondiale). Ma soprattutto va evidenziata la scelta, nuova per questa tipologia, di proporre l’argomento attraverso un documento: il testamento di un militare, partigiano monarchico, ex soldato della Prima Guerra Mondiale e ex ufficiale dell’esercito italiano sotto il fascismo. Una storia complessa, lontana dall’oleografia tradizionale del partigiano, che poteva offrire l’occasione per mettere in evidenza i drammi personali, la difficoltà delle scelte etiche ed esistenziali di chi si è trovato a vivere quei frangenti storici: grande storia e piccole storie che si incontrano, secondo l’approccio forse più proficuo con dei ragazzi adolescenti. E soprattutto, sottolineo ancora, l’importanza in sé della presenza di un documento (con il conseguente accorciamento delle distanze con il saggio breve, a sua volta snellito nell’apparato documentario), quasi a dire che nessun discorso storiografico si può fare senza partire da un dato documentale. Fa piacere, infine, che tale documento sia stato preso da un sito che è frutto del lavoro della rete degli Istituti per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, di cui in questo modo viene riconosciuto il lungo e approfondito lavoro sulle vicende di quel periodo. L’han fatto in pochi, dicevo: un po’ perché a questo argomento viene dedicato spesso poco tempo, a scuola. Ma il vero motivo dello scarso successo credo sia da ricercare piuttosto in altri fattori: una ostilità a priori (giustificata in gran parte dalla difficoltà delle tracce degli ultimi anni) verso il tema storico; e l’assenza (per me ingiustificata) della pratica del tema nella didattica della storia e della filosofia: se i ragazzi sono abituati a scrivere testi lunghi solo con l’insegnante di lettere, è ovvio che si orienteranno più facilmente sulle tipologie sulle quali avranno fatto più esercizio. Voto: 9.

7. Tema di ordine generale. Anche qui, come nel saggio breve di cui al punto 3, si chiede ai ragazzi di riflettere sulla scuola, sul suo senso in una prospettiva personale e mondiale. Il brano scelto è, pur se non originalissimo, ben tagliato e ricco di spunti: oltre al tema fondamentale dell’importanza del diritto allo studio, offre almeno un paio di suggerimenti interessanti per indirizzare gli sviluppi critici richiesti: il rapporto educazione-pace (“La pace… l’istruzione…”), e l’importanza del diritto all’istruzione femminile (“Sedermi a scuola e leggere libri insieme a tutte le mie amiche“). Non ci fosse stato il facile ma brutto tema del punto 5, molti avrebbero scelto questa traccia, e sarebbe stato certamente un bene. Voto: 7,5.

Una considerazione generale, per concludere: va registrata con grande soddisfazione la scelta di privilegiare proposte che richiedano, piuttosto che l’esposizione di conoscenze, la dimostrazione della capacità dello studente di dire qualcosa di personale e allo stesso tempo argomentato sul “mondo” attraverso il confronto con dei testi. L’altro dato molto significativo è che tutte e sette le tracce proposte contengono un apparato documentale: ovvio per l’analisi del testo e il saggio breve, meno per il tema storico e il tema generale. Questo, unito alla drastica riduzione dei documenti dei saggi brevi, ha comportato un tutto sommato salutare accorciamento delle distanze fra le varie tipologie. Resta da chiedersi: se questo percorso dovesse proseguire, dove arriveremmo? Forse alla riproposizione dei temi di una volta, quelli in cui a partire da una lunga frase di Leopardi o Carducci, si chiedeva allo studente di impostare una argomentazione su un tema considerato importante e significativo? Si vedrà.

Intanto di analisi delle tracce d’esame ne sono uscite parecchie: segnalo ad esempio, l’ultima che ho avuto modo di leggere: questa.

Qualcosa si è rotto

Gab Golan, un giorno, fu invitato a pranzo in una casa dove avrebbe incontrato delle persone tanto anziane da ricordare la tragedia della guerra, vissuta sulla propria pelle insieme ai suoi nonni. Era, quella, una limpida giornata di primavera e Gab, andando a pranzo, si meravigliò ancora una volta dell’azzurro del mare sullo sfondo.

Quel giorno si parlò di tante cose, vennero fuori aneddoti divertenti e storie drammatiche, e Gab era contento perché sentiva che stava riannodando qualche filo della sua storia, intrecciandolo con quello di una storia più grande.

Fra una storia e l’altra, una vecchia signora aveva fatto un interessante discorso sui tedeschi, che non le stavano per niente simpatici, diceva, perché nessuno poteva toglierle dalla testa che se loro si fossero ribellati, Hitler non avrebbe potuto fare certe pazzie, soprattutto quella degli ebrei; anche se lei non era ebrea, era cristiana lei! ma non ci pensavano i tedeschi che sarebbero stati condannati dalla storia per questi orrori, si chiedeva la signora. Questo era il discorso, e a Gab non era nemmeno sembrato un discorso brutto. Ma a quel punto Gab fece un errore.

L’errore fu di guardare l’ora sul cellulare, e soprattutto di approfittarne per sbirciare un social network: fu così che gli comparve il messaggio di una giovane amica che diceva “700 minuti di silenzio”, e Gab, inquieto, scorse in giù alla ricerca di un senso a quelle parole, e vide accavallarsi notizie di mare, morti, scafisti, salvini, sciacalli, naufraghi, barconi, guerra, europa… E non servì leggere un articolo da cima a fondo per capire cosa stesse succedendo.

Gab, riemerso dal flusso di notizie, ci aveva pensato un po’ e poi aveva provato a dire ai commensali che, certo, non era la stessa cosa, non si possono paragonare due fatti storici così diversi, però chi ci dice che anche noi non saremo giudicati molto negativamente dalla storia? perché anche oggi, è innegabile, succedono cose orribili, anche vicino a noi, di cui siamo corresponsabili, e noi quasi sempre ci giriamo dall’altra parte. Adesso, per esempio, veniva fuori che proprio quella notte un’altra barca nel canale di Sicilia, forse settecento morti, eccetera eccetera. Cosa avrebbero detto i nostri nipoti di questa lunga e rimossa fila di morti per acqua?

***

Meglio farla finire qui, questa storia, perché nel seguito prendeva il sopravvento, a quel tavolo, il linguaggio della propaganda televisiva, i luoghi comuni dello scontro di civiltà. Nessuna possibilità – per Gab – di far valere (anche presso chi era stato un tempo vittima) le ragioni di chi muore per nostra colpa, o per nostra omissione, che è la stessa cosa.

Forse questo tentativo di sentirci innocenti finché si può, finché l’orrore non ci invade la casa, è umano: ma allora l’umanità è davvero terribile.

Un Fenoglio a Villa Ficana

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Il 26 aprile, sul far della sera, a Villa Ficana, un luogo per molti versi unico incastonato fra i palazzi della periferia nord di Macerata, nei pressi della chiesa di Santa Croce, succederà qualcosa di strano, e di bello. I personaggi di Una questione privata di Beppe Fenoglio (il più bel romanzo sulla Resistenza, proprio l’altro giorno messo in vendita dal Corriere della sera al prezzo di un cappuccino) prenderanno vita nei corpi, nelle voci e nei volti dei ragazzi e delle ragazze del Liceo “Galilei” di Macerata.

Fulvia, col suo vestito svolazzante e l’aria di chi la sa lunga, correrà fra i vicoli, quasi danzando sulle note di Over the rainbow, inseguita da Milton, sempre più angosciato e sempre più innamorato; tutt’intorno partigiani, contadine, ragazze e bambini a fare i conti con la tragedia della guerra; e, minacciose ad ogni angolo, le ombre dei neri, dei repubblichini, dei nazifascisti pronti a colpire coloro che avevano saputo per tempo capire quale fosse la parte giusta dove stare. Ma per i partigiani quell’ultimo inverno sarebbe stato anche il più difficile da passare. Un inverno interminabile come la quête di un amore assoluto e impossibile, affannoso come una lunga corsa fatta di incontri, sogni, duelli, epifanie e tragedie; una corsa all’ultimo respiro.

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Presto, qui e altrove, informazione più dettagliate.

Istantanee dalle Langhe

“erimo diventate tante macillaie”

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Qualche giorno fa sono stato in una scuola di Recanati dove ho raccontato la storia di alcune persone, alcune molto note come Ungaretti e Gadda, altre del tutto sconosciute, finite – volenti o più spesso nolenti – nell’ammazzatoio della Guerra Grande. Naturalmente, quello della memorialistica di guerra è un  pozzo senza fondo, e solo a guardare i libri usciti negli ultimi tempi che affollano gli scaffali delle librerie, c’è da rimanere sgomenti. Io mi sono preso la libertà di scegliere le storie che più mi hanno colpito, i testi che mi sembravano avere più forza di evocazione e di sintesi, fra quei pochi che conoscevo (chi ha curiosità di sapere quali, può sbirciare qui). E mi sono anche preso la libertà di non citare, se non di sfuggita, D’Annunzio. Però fra tutte queste storie e le scritture che ho incontrato, una la trovo davvero meritevole di un cenno: quella di Vincenzo Rabito (che si pronuncia Ràbito e non Rabìto come a lungo ho detto io!), uno dei “ragazzi del ’99” che è partito per la guerra e s’è salvato, ha vissuto una vita intensa e abbastanza picaresca e poi, ad un certo punto, già anziano, ha deciso di chiudersi in casa con una vecchia Olivetti e riempire più di mille fittissimi fogli (vd. foto) del siciliano sgrammaticato, espressionistico e irresistibile con cui racconta la sua epopea. E le pagine sulla prima guerra mondiale sono di una forza straordinaria, come quando racconta della sua compagnia sopravvissuta alla battaglia, abbandonata a sé stessa, senza muli e senza niente da mangiare, a cui non restava che bestemmiare: “E il nostro elimento era la bestemia, tutte l’ore e tutte li momente, d’ognuno con il suo dialetto: che butava besteme alla siciliana, che li botava venite, che le butava lompardo, e che era fiorentino bestemiava fiorentino, ma la bestemia per noie era il vero conforto”; o quando, dopo Vittorio Veneto, c’è l’adunata e si annuncia la vittoria, ma ancora una volta niente rancio: “ci hanno detto che chi ave li callette e li scatolette se li mancia, e quelli che non ci n’abiammo manciammo questa mincia, e ci dovemmo contantare che avemmo vinto la querra. E tutte ci abiammo quardate in faccia e tutte diciammo: Ancora manciare per noi non ci n’è. Abiammo vinto la querra e abiammo perso il manciare!”.

Ma il passaggio più straordinario – ahimè – non l’ho potuto condividere con i ragazzi e le ragazze di Recanati, perché proprio quando ci stavo arrivando il computer si è improvvisamente spento e nel trambusto per riaccenderlo e ripartire sono saltato ad un nuovo argomento e ho dimenticato questo passaggio. Lo metto qui, perché vale veramente la pena di leggerlo, per la forza primordiale delle immagini, per la straordinaria consapevolezza con cui questo contadino semianalfabeta rivolge un’allocuzione di tono istintivamente epico a sé stesso, per la lucidità con cui nel finale mette in relazione la violenza ferina a cui era arrivato con il riconoscimento, da parte delle autorità, del suo valore militare. La parola a questo umile Omero siciliano:

Perché noi, quelle che per fortuna ancora erimo vive, arrevammo nella sua posizione con la scuma nella bocca come cane arrabiate. E tutte quelle che trovammo l’abbiamo scannate come li agnelle nella festa di Pascua e come li maiala. Perché in quello momento descraziato non erimo cristiane, ma erimo diventate tante macillaie, tante boia, e io stesso diceva: ‘Ma come maie Vincenzo Rabito può essere diventato così carnifece in questa matenata del 28 ottobre? Che io, durante tutta la querra che aveva fatto, quanto vedeva a qualche poviro cechino ferito, se ci poteva dare aiuto, ci lo dava. Ma in questa mattina del 28 ottobre, ero diventato un vero cane vasto, che non conosci il padrone, che fu propia in queste sanquinose ciorne che mi hanno proposto una midaglia a valore miletare…

Ingrao ergo sum

Stasera Holliwood Party ha dedicato uno spazio a Pietro Ingrao, che compie cento anni oggi, essendo nato il 30 marzo 1915, quando l’Italia non era ancora entrata in guerra. La prima. Fra una sosta e l’altra, in auto, con il segnale che andava e veniva, ho colto le seguenti due note.

Negli anni della cospirazione antifiascista, Ingrao come copertura scriveva soggetti cinematografici tratti dalle novelle di Verga (collaborava con Visconti, che all’epoca gli appariva come un bizzarro aristocratico in fissa col cinema (”Ma tutti eravamo convinti di capirci molto più di lui, in fatto di cinema”). Comunque questi cospiratori comunisti che, negli anni in cui si preparava la Resistenza, erano in grado di riscoprire la grandezza di quel grande conservatore siciliano capace come nessun altro di raccontare l’epopea dei vinti, mi commuovono.

Poi un tizio raccontava che c’è stato un momento in cui girava il motto “Ingrao ergo sum”, che è bello di suo, ma più bello se si scioglie l’acronimo “sum”, che stava per “senza utopia mai” o, a scelta, “senza umanesimo mai”.

Buon compleanno, vecchio!

Gli anni Settanta, e due romanzi.

Un po’ di tempo fa, mi è stato chiesto da Macerata Racconta di provare a trovare un romanzo italiano che potesse servire da spunto per parlare, con i ragazzi di alcune scuole, degli anni Settanta. Io ho proposto Morte di un uomo felice, di Giorgio Fontana, un romanzo bello, sobrio e intenso (e per questo quasi “inattuale”, tanto più se si pensa che l’ha scritto un autore poco più che trentenne) che racconta la storia di un giudice in lotta contro il terrorismo, e che dai terroristi viene ucciso a Milano proprio nell’anno in cui Fontana è nato, il 1981. Da questo libro è nato un percorso che mi ha portato a parlare con ragazze e ragazzi nati alla fine degli anni Novanta o all’inizio degli anni Zero di quei circa dieci anni di storia d’Italia complicati e contraddittori in cui – incidentalmente – sono nato anche io: anni che erano iniziati sotto la grande spinta della contestazione e che sarebbero finiti nell’atmosfera plumbea raccontata con sensibilità dal romanzo di Fontana (il percorso si concluderà ai primi di maggio con l’incontro dell’autore con gli studenti).

Nella conversazione avuta con questi ragazzi (qui una traccia), ci siamo fra l’altro interrogati su come possa essere successo che lo slancio verso il futuro, rivoluzionario per certi aspetti, della fine degli anni Sessanta sia finito così male, fra stragi, violenze, droga, e peggio ancora un senso generale di sconfitta e inutilità che – negli anni della mia adolescenza – noi degli Ottanta abbiamo cercato di mascherare nei modi più vari, stordendoci di consumi o di qualcos’altro – qualsiasi cosa, bastava che ci evitasse di pensare troppo all’evidente assenza non solo di utopie, ma anche di prospettive.  Parlando di tutto questo ci è sembrato di individuare un nodo chiave nel 1977, anno di una nuova ondata di “movimenti” che però aveva caratteri del tutto diversi, perché in un contesto del tutto diverso nasceva: precarietà invece di crescita, rabbia invece di un utopia, spesso disperazione. Un anno che – a guardarlo da qui – non sembra neppure troppo diverso da quel che stiamo vivendo oggi, da quel che presumibilmente vive un ragazzo di oggi. Con un’aggravante, forse: c’è la rabbia, c’è la precarità, c’è la disperazione, ma non c’è in vista neppure l’ombra di un movimento verso qualcos’altro, e questo non migliora le cose.

Il 1977 è anche l’anno in cui si innamorano Aurora e Giovanni, i protagonisti di un romanzo uscito da poco, e che ho finito di leggere da pochi minuti, Gli anni al contrario di Nadia Terranova. Un breve romanzo ambientato per lo più a Messina, che racconta benissimo, in maniera essenziale e senza mai il bisogno di rifugiarsi nella ricostruzione storica o sociologica fine a sé stessa, la disfatta di una generazione rimasta incastrata nei propri sogni, o forse ancor di più in quelli di chi li aveva preceduti. Sogni in cui privato e politico si intrecciano, la voglia di cambiare il mondo e quella di affermare il proprio io non sempre si distinguono facilmente, e le trappole (la droga, la malattia da un lato, la necessità di sacrificare tutto per tirare avanti dall’altro) sembrano essere più forti di ogni volontà. In mezzo a tutto questo Mara, la bimba che subito nasce dalla relazione fra Aurora e Giovanni, e che deve crescere e trovare la sua strada fra due genitori che di strade aperte davanti a loro non ne vedono più. Il tutto è raccontato con una semplicità e una sintesi che all’inizio mi hanno quasi disturbato, poi mi hanno progressivamente conquistato, proprio per la scelta di non dire nulla di più dell’essenziale, sacrificando ogni vezzo e ogni appesantimento.

Giorgio Fontana, dicevo, nato nel 1981, fa morire proprio in quell’anno il suo giudice; mentre Mara nasce, se non ho fatto male i conti, proprio nello stesso anno di Nadia Terranova. In queste volute coincidenze sembra esserci la necessità per una generazione di fare i conti con quella precedente, ma anche il riconoscimento di una ciclicità, di una vicinanza, come se per trent’anni avessimo girato a vuoto e ora ci trovassimo con lo stesso spaesamento dei nostri vecchi, solo un po’ più disillusi, un po’ più stanchi. Però nell’ultima pagina [spoiler] de Gli anni al contrario prende la parola proprio Mara, ormai adulta e consapevole, e ci dice che quella fino a questo momento raccontata è la storia dei suoi occhi, occhi che fin dal giorno in cui è nata hanno inquietato e quasi impaurito per la loro profondità, e dentro ai quali c’è però una misteriosa forza per andare avanti. Forse, allora, anche negli occhi dei ragazzi di oggi, delle figlie e dei figli di questa mia generazione, c’è una qualche luce, una forza misteriosa, che noi a volte facciamo fatica a vedere, e che è la stessa luce profonda degli occhi di Mara, una luce che deve essere ancora raccontata.

Si ricomincia, con calma.

Di solito, dopo la pausa estiva, mi piace ricominciare con settembre, ma quest’anno settembre è stato mese di cambiamenti, di novità, e quindi mi son dovuto concentrare su quel che succedeva là fuori. Così è già arrivato ottobre, e tuttequestecose è stato in silenzio fin troppo a lungo. Però adesso si riparte, e il problema vero – ora – è che in questi mesi di cose da dire, da segnalare, su cui riflettere, se ne sono accumulate fin troppe, e non si sa da dove cominciare.

Cominciamo allora, senza troppo impegno da parte mia, con due o tre segnalazioni:

1. Dicono che vogliono fare “La Buona Scuola”, ma intanto continuano a tagliarla, e taglia taglia finirà che tutti ci convinceremo che bisognerà farla finanziare ai privati, perché così non si va più avanti, e quando arriveranno i privati con i loro soldi, le loro idee, la loro organizzazione e magari anche la loro didattica, noi saremo costretti ad essere perfino contenti. La prenderanno, ci prenderanno, insomma, per fame. E le menti più brillanti, intanto, invece di stare in classe a insegnare devono passare il tempo a scrivere begli articoli, giustamente indignati, nei blog.

***

2. Ieri sera sono stato alla presentazione di un libro. Ci sono andato – lo confesso – con un certo scetticismo, e più per amicizia verso gli organizzatori che per altro. Il titolo del libro (Da Moro a Berlinguer. Il Pdup dal 1978 al 1984) e la mole (oltre 400 pagine) non facevano francamente ben sperare, e qualche amico mi aveva detto di aspettarsi, da una serata del genere, una sorta di “riunione di reduci garibaldini”. Be’, mi sono dovuto ricredere, e di molto: gli autori, Carlo Latini e Valerio Calzolaio, hanno una forza e una intelligenza (compresa quella superiore forma di intelligenza che è l’autoironia) che la maggior parte dei politici oggi sulla cresta dell’onda se la sogna proprio. E la storia della politica di quegli anni ha un sacco di cose da insegnarci, la prima è saper valutare la misura di una distanza abissale fra le prospettive di allora e lo spaesamento presente.

A chi non volesse leggere tutto il libro, sottopongo almeno la prima pagina, dalla prefazione di Luciana Castellina:

Del secolo scorso ai miei nipoti, e a quelli della loro generazione, im-
porta poco. Lo considerano anzi un’epoca oscura, colma di errori e di
orrori: guerre, persecuzioni, sconfitte da tutte le parti. In dettaglio, di
quanto realmente accaduto durante il Novecento, non conoscono qua-
si niente. I sondaggi compiuti ogni tanto nelle università (non dunque
al mercato, ma fra quelli che hanno studiato) danno risultati agghiac-
cianti. Alla domanda: «Chi ha vinto la Seconda guerra mondiale?», una
maggioranza ha risposto: l’America e la Germania. Ancora peggio alla
domanda sul Pci: sapevano dire qualcosa di questo partito? Sì: che era
stato al governo negli ultimi cinquant’anni.
Io non credo ci sia mai stata una rottura generazionale così profonda
come quella oggi intervenuta, una rimozione così completa del passato.
Né penso, però, sia stata, se si è verificata, colpa del destino. Penso piut-
tosto si sia trattato del risultato di un’operazione voluta e non innocen-
te. Voluta per cancellare non solo un pezzo di storia, ma l’idea stessa del-
la storia, vale a dire di avvenimenti che via via cambiano il modo di esi-
stere dell’umanità, nel meglio e nel peggio, e dunque aprono anche la
prospettiva che tornino a trasformare lo stato di cose esistente. Il risulta-
to è che a essere cancellato finisce per essere anche il futuro, di cui non
si riesce più a cogliere le possibilità. Tutti, insomma, chiusi nella gabbia
del presente. Molto comodo per chi vuole tagliare persino la fantasia,
l’idea stessa che il mondo possa essere cambiato. Non solo: comodo an-
che per chi detiene il potere e vorrebbe conservarlo contro ogni muta-
mento e perciò cerca con ogni mezzo di rendere incomprensibile anche
il presente: come ha scritto un filosofo contemporaneo importante,
Giorgio Agamben, per conoscere l’oggi devi studiare archeologia
 
 ***
3) Un altro libro che ho letto di recente (e come il precedente nato da queste parti, fra le colline del maceratese) è Femminile plurale, un viaggio nelle Marche attraverso lo sguardo di diciassette scrittrici molto diverse ma unite dalla capacità di uno sguardo profondo sul paesaggio e sulla cultura che in questo paesaggio si è prodotta e si produce. L’abbiamo presentato, sabato scorso, in un luogo meraviglioso: la sala del Polittico del Lotto dei Musei Civici di Recanati (dove ci sono anche un paio di notevolissime annunciazioni/incarnazioni); poi, sul più bello, mentre Renata leggeva del suo incontro col gatto di Lotto, il diavolo (il gatto?) ci ha messo la coda: è andata via la luce nel Museo e in tutto il quartiere e ci siamo ritrovati a leggere il racconto alla luce di un telefonino-torcia, al cospetto di un’annunciazione appena illuminata dal riflesso della luce sul libro. Una cosa molto suggestiva, ma che ha impedito al pubblico di comprare una copia del libro: si può rimediare.

Un museo, una cartolina e un racconto

Stamattina ho avuto la fortuna di scoprire, con tutta calma e con guide d’eccezione, il nuovo Museo dell’Emigrazione Marchigiana, che da pochi mesi è stato aperto a Recanati. Un posto bello, poco conosciuto, ricco di stimoli e di prospettive, di immagini e di storie. Anche ricco di diverse e divertenti diavolerie moderne, che fra l’altro permettono di consultare un archivio di documenti e di cercare notizie di vecchi parenti emigrati in America o in qualche altro posto. Puoi, per esempio, cercare vecchie cartoline mandate da un emigrato ai parenti in Italia e inviarti via posta elettronica il file. Io, per esempio, mi sono mandato questa foto-cartolina che la famiglia Camillucci, originaria di Camporotondo di Fiastrone, ha “fatte in una bella linia di strada che ci passa tanti auti”.

MEMA

 

Con l’occasione mi è venuto anche in mente un racconto di cui avevo sentito parlare di Adrian N. Bravi, un bravo scrittore argentino-recanatese (oltre che una persona davvero squisita), intitolato Dopo la linea dell’Equatore. Tornando a casa l’ho cercato su internet, l’ho trovato e l’ho finalmente letto: è bellissimo.

Questo paese chiamato Italia

Un giorno ho letto un’intervista ad Amedo Quondam, un vecchio italianista sornione, pubblicata in occasione del suo ritiro dai ruoli dell’Accademia. Mi aveva colpito che, riferendosi a questo paese in cui a lui e a me è capitato di nascere e vivere, usasse la perifrasi “un paese chiamato Italia”, come a volerci insinuare qualche dubbio, magari che ormai sia rimasto poco più che questa etichetta – il nome Italia – a tenere insieme l’ambaradàn. O magari voleva soltanto ricordarci che c’è voluto che qualcuno decidesse di “chiamarlo” (e raccontarlo, descriverlo, accusarlo, denigralo anche – ma in ogni modo “dirlo”), questo paese, perché esistesse – insomma, che le parole (le parole di questa lingua chiamata italiano) sono alla fin fine le nostre radici: mutevoli e contorte, fragili e volanti. Non so, insomma, di preciso cosa volesse dire Quondam, però quel vezzo linguistico è rimasto nella mia memoria, come un modo un po’ meno retorico del solito per riferirsi all’argomento retorico per antonomasia: l’identità e la patria. E alla fine è diventato, faut de mieux, il titolo di un ciclo di incontri che inizia lunedì, e a cui tutti siete invitati. Secondo me, come direbbe Claudio Gaetani, ce gusta.

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