I link del giorno.

Un Leonardo apocalittico.

– Un Popolino un po’ depresso (che si lamenta di contare poco, però ieri sera con un giochetto stupido ha prodotto 600 commenti in quaranta minuti, su facebook). (Update: ma, fra i post di Popolino di oggi, forse merita ancora di più questo).

Un elettore lucidamente incazzato.

Un utile esercizio di stile.

Bonus track in chiave locale.

L’ascensore rotto

La notizia è nota: ad una iniziativa pubblica del Partito Democratico una giovane (ma non giovanissima: 37 anni) donna, laureata in lettere, lavoratrice precaria in una casa editrice, parla (qui il video) di un’altra donna, anch’essa impiegata in un casa editrice, e dice, premettendo che la verità è sempre scandalosa e che probabilmente per quello che sta per dire “non mi vedrete più, se non su facebook”, che è stufa di vedere mogli di, figli di, fratelli di nei posti migliori. E dice che Giulia Ichino, figlia di Pietro Ichino, ha un buon lavoro, fisso, nella casa editrice Mondadori da quando aveva 23 anni. Forse commette anche un piccolo errore: a sentire la diretta interessata pare che lei abbia un posto fisso in Mondadori da quando di anni ne aveva 22, ma come impiegata; il buon lavoro, quello di “editor”, sarebbe arrivato dopo alcuni anni. Vabbe’, è un dettaglio.

La sostanza è che queste parole hanno scatenato un putiferio: contro questa donna, che si chiama Chiara Di Domenico, hanno lanciato strali, oltre allo stesso Ichino, Luca Sofri, Gianni Riotta, Pietro Citati, Fabrizio Rondolino e molti altri (se vi interessano le loro argomentazioni, andatevele a cercare). Tutti a dire, in sostanza: Giulia è una davvero brava, non è vero che è stata raccomandata. Cattiva cattiva Chiara Di Domenico per aver detto queste cose.

Ecco, il punto è questo: nessuno ha capito di cosa stava parlando Chiara Di Domenico. Non stava dicendo che Giulia Ichino era stata raccomandata dal padre per avere un posto a Mondadori. A parte che non poteva averne le prove, e poi francamente Pietro Ichino non sembra proprio il tipo… Così precisino, lui… Un po’ come per la storia della figlia di Elsa Fornero, qualche tempo fa: qualcuno pensa che la madre, o il padre, si sia dovuto abbassare a fare una telefonata a qualche collega, per agevolare la brillante carriera universitaria della figlia? Io credo sinceramente di no. Io credo che a certi livelli semplicemente non serva, non funzioni così.

Quindi ecco, quando Pietro Ichino, colmo d’indignazione, sottolinea che lui non ha “mai [in indignatissimo grassetto, nell’originale] speso una sola parola per favorire in alcun modo l’assunzione di una persona da parte di un’impresa o di un ente pubblico; men che meno lo avre[bbe] fatto per [sua] figlia o per qualsiasi altro [suo] parente” be’, non ho motivo per non credergli. Però non posso non sottolineare che lui (e con lui tutti gli altri indignati – spesso anche loro con cognome illustre, o con figli dal cognome illustre) travisa (credo scientemente) il senso delle parole di Chiara, che non ha detto che lui ha raccomandato la figlia. Ha semplicemente detto che sua figlia lavora alla Mondadori. Con un posto fisso. Da quando aveva 23 anni. E che è sua figlia. Una serie di  dati di fatto. Che non sono né eccezionali né, per la situazione italiana, casuali.

Chiara, insomma, voleva ricordarci semplicemente una cosa: in Italia non c’è ascensore sociale. Chi fa parte di certi ambienti, chi viene da certe situazioni familiari, chi si è potuto fare una certa formazione e godere di una serie di contatti in Italia ha la ragionevole garanzia di farcela. Soprattutto se è anche bravo, come certamente Giulia Ichino è. Poi ci sono anche quelli che ce la fanno anche se non valgono nulla, ma di quelli non voglio nemmeno parlare, non è questo il punto.

Il punto è che fra due bravi è molto più facile che ce la faccia quello che viene da una famiglia “inserita” nel sistema di potere. Per non parlare del fatto che chi viene da quel tipo di famiglia lì ha la possibilità di farsi una formazione (ovvero di coltivare la sua bravura) che chi viene da una famiglia povera non si sogna nemmeno (qui dovrebbe intervenire, Costituzione alla mano, qualche indignato costituzionalista, che dovrebbe far notare come la scuola e i servizi pubblici dovrebbero garantire pari opportunità sia al bravo inserito, sia a quello figlio di nessuno – ma di solito i Costituzionalisti sono a loro volta inseriti, e magari stasera vanno a cena dall’amico giuslavorista, che ha invitato anche il commendatore – ah, a proposito, cara, portiamo anche Gianfilippo, che dici, è ora che si faccia vedere un po’ in giro, ormai è grande, non si sa mai…).

Quindi vediamo di toglierci dagli occhi le fette di salame, cari Sofri e Ichino e compagnia bella. Qui nessuno vuole mettere in discussione che voi siate bravi, che i vostri figli siano bravi. Però il successo vostro e loro dipende in minima parte dalla vostra bravura, e molto dalle circostanze in cui siete nati e cresciuti, in cui vi siete formati e avete trovato lavoro. Suona un po’ demodè dirlo, lo capisco, ma il fatto è che voi fate parte di una classe sociale diversa da quella di Chiara Di Domenico. E dalla mia, che come Chiara vengo da una casa dove prima di me nessuno s’era laureato. E l’ascensore era rotto.

(qui un articolo in cui Chiara risponde alle critiche, qui un articolo di Gennaro Carotenuto, che al solito non usa mezzi termini).

PS: naturalmente mi rendo conto che può sembrare antipatico che sia stato scelto proprio Pietro Ichino come esempio, che questa può sembrare una vendetta per il suo “tradimento” del Partito Democratico. Però però, uno quando porta avanti certe politiche sul lavoro e poi si ritrova a vivere direttamente situazioni privilegiate, be’, deve mettere in conto che qualcuno lo possa costringere a confrontarsi con le sue contraddizioni. O no?

Gli spassi di Luca

Luca Sofri s’è inventato un bel passatempo, e l’ha applicato ad un esempio che, per una ormai antica idiosincrasia, non posso non apprezzare.

Per una serie di collegamenti accidentali successivi, di quelli tipici dello stare online, ieri al Post siamo finiti sulla funzione di Google Translate che “legge ad alta voce” il testo che ci incollate (funzione disponibile anche in molti altri servizi e programmi): il tastino in basso a sinistra con l’altoparlante. E ne abbiamo scoperto un potenziale sovversivo e illuminante: ovvero il risultato che si ottiene facendo leggere alla signorina Google certi editoriali dei quotidiani (in realtà rende ridicolo un po’ tutto, ma con gli editoriali dei quotidiani funziona di più). Vi consiglio, ogni volta che leggete qualcosa che vi pare di rara tromboneria, di sottoporlo a questo procedimento: e tutto vi apparirà in una luce migliore, o almeno più leggera.
Tipo, il fondo di Alessandro D’Avenia sulla Stampa di oggi.

Suggerisco, per continuare, elzeviri a caso di Pigi Battista e Francesco Merlo. Buon divertimento.