Mater

Tutto passa e resta come il giorno. Sul mare una nuvola proietta un’ombra. Guardo dalla terrazza l’orizzonte ed è questo il mio modo di stare sola.
Quando dipingo associo a ogni colore un pensiero. Una delle tante persone che io sono mi guarda e il suo sguardo è l’inizio di qualcosa.
Ora il salino giunge dal largo ed è una brezza e mi insegna per un poco a dimenticare. Forse dimenticare significa capire.
Dopo la morte di mia madre ho continuato a dipingere occhi.
La sera li guardo. Ogni tela è un occhio, certo. Ma anche un universo e un mio volto ai quali racconto di un segreto.
C’è una distanza tra ogni occhio e me. A volte lucente come l’acqua tra due sponde, a volte semplice come i due estremi di una lama.
Sul mare c’è sempre un’ombra ferma come una voce. Le cose che veramente ci confortano sono cose invisibili o lontane. Sono cose perdute.

Non so se queste poche righe possano dare l’idea del fascino e del mistero che produce la lettura integrale del piccolo libro da cui sono tratte: Mater, di Lorenzo Zumbo.
Credo però che, almeno, permettano di cogliere il ritmo, direi il respiro, di questa narrazione senza storia, di questa poesia senza versi che corre coraggiosamente il pericolo di abitare una lontananza (per usare in maniera forse un po’ impropria un’espressione molto amata dall’autore) da ogni genere e da ogni canone, per andare alla ricerca di qualcosa di arcaico e necessario che sta nel cuore oscuro di ogni anima.
E’ difficile dire “di cosa parla” questo libretto breve quanto denso: dire che è la storia di due donne, una madre cieca e una figlia pittrice misteriosamente e ambiguamente gravida, in un’isola simbolica e metafisica dal cui orizzonte sembrano completamente esclusi gli uomini, equivarrebbe a non dire nulla, o quasi. Come servirebbe a poco, temo, cercare di identificare i temi principali, perché in questa storia di morte e nascita, di creazione e di ricerca, di corpi e di voci che si attraggono e si scontrano, in questa storia di anime e di sangue, l’impressione è che l’autore abbia volutamente lavorato di sottrazione, lasciando al lettore solo quel tanto di materiale ritmico ed emotivo, psicologico e archetipico, necessario per orientarsi in quel labirinto che è il nostro profondo.
Le parole, le immagini, anche i molti impliciti riferimenti colti, hanno – credo – principalmente la funzione di evocare l’ignoto, sono come bisturi che vanno a produrre salutifere ferite in qualche zona del nostro io più nascosto che – di solito – teniamo bene anestetizzata, protetta. In altre parole, in Mater più che il poco detto conta il moltissimo soltanto evocato, così che il lettore disponibile si trova coinvolto in una sorta di rito magico, che come tutti i riti magici affascina e spaventa.
E allora finisci di leggere questo libro, nel buio di una notte marchigiana, e ti accorgi (come in un racconto di Borges o di Kafka) che da lontano ti è arrivato un messaggio che non basterà una vita intera a decifrare, ma che contiene forse una verità necessaria. Poi pensi che forse anche chi l’ha spedito, da una notte lombarda e assieme siciliana, ha solo il messaggio ma non la chiave, e che solo dall’alleanza fra te, lettore, e lui, scrittore, può nascere il senso.
Mi piace pensare che questo voglia dire la frase più misteriosa e apparentemente paradossale del libro:

Solo allora capii che ogni essere umano è silenzio. Semplice, puro, bianco silenzio. E che dire di sé una sola parola a qualcuno significa perdere per sempre se stessi.

Forse perdere se stessi per sempre è – mi dico stasera – un piccolo, insignificante sacrificio, se questo può servire a farti diventare parte di una storia, di una relazione. Forse questo è il sacrificio che fa ogni scrittore, per regalare il suo messaggio segreto a chi è disposto ad ascoltarlo. Alcuni chiamano questo sacrificio poesia, altri amore.

Postilla. Conosco Lorenzo Zumbo da molti anni, e quando ho avuto modo di incontrarlo dopo aver letto il libro non ho saputo resistere alla tentazione di chiedere “delle spiegazioni” sui tanti aspetti di Mater che mi avevano lasciato con più domande che risposte. Lorenzo ha avuto la lungimirante cortesia di non rispondermi praticamente su nulla: mi avrebbe così privato – capisco ora – del più prezioso lascito del suo libro: il mistero, lo spazio bianco fra le parole. Del resto Lorenzo è così anche nella conversazione: capace di portarti sempre nel luogo in cui ogni parola si fa interrogazione dell’oltre, e dove mai nulla è banalmente risolto.

Mio fratello e la crisi

Ho due fratelli, uno di loro si chiama Francesco. Francesco ha deciso, quest’anno, di fermarsi. O, almeno, rallentare: lavorare poco, stare in silenzio e ragionare/sperimentare cose che stanno intorno alla parola essenziale. Spiega le sue ragioni benissimo qui e qui, e non perdo tempo a ripeterle, che le cose da dire son tante. Ci tengo solo a informare chi non conosce Francesco che non è né un “bamboccione” né uno “sfigato”, e, se dobbiamo usare una delle espressioni inventate per descrivere la sventurata generazione dei trentenni di oggi, lui rientrerebbe piuttosto in quella dei “cervelli in fuga”: laureatosi fra ingegneria e architettura, fra Ancona e Parigi, ha studiato l’approccio surrealista al paesaggio e ha disegnato,  in uno studio sotto il Beaubourg, passerelle, ponti, vele di vetro e centri commerciali cinesi (tra il surrealismo e gli ipermercati cinesi – mi dico – un nesso ci deve essere, non so quale ma ci deve essere), poi ha inseguito altri progetti urbani ed umani a Madrid. Ora si ferma, un po’. Punta all’essenziale.

Dietro questa scelta ci sono mille motivazioni e davanti e intorno mille spunti, riflessioni e interrogativi; c’è, in fondo, una vita intera. Ma non è di questo che posso parlare, perché sarebbe troppo complicato e comunque sarebbe impudico farlo qui. Del resto gli aspetti esistenziali sono interessantissimi, ma non solo gli unici: ci sono quelli sociali, politici, economici: quelli legati – diciamo così – non alla vita ma allo stile di vita. Questa scelta comunque c’è, e interroga. A fronte di tanti che parlano, discutono, teorizzano, prospettano e disegnano scenari, Francesco questa cosa l’ha fatta, e l’ha fatta senza avere le spalle coperte, in un momento in cui il problema dei più è semmai trovarlo il lavoro, non lasciarlo.

Certo, è una scelta che non tutti possono fare: chi non mette insieme il pranzo con la cena, chi non ha un curriculum così ricco e flessibile che un lavoro lo trova quando vuole, chi ha sulle spalle le vite degli altri non può permettersi questo tipo di opzioni. Ma proprio questo aspetto rende il caso di mio fratello interessante: è emblematico di una società ricca, con molte opportunità e molte scelte davanti, ma allo stesso tempo in crisi, insoddisfatta, cosciente – al di là delle frottole che ci raccontiamo – che c’è qualcosa di sbagliato in questo continuo produrre pubblicizzare vendere comprare consumare buttare e poi di nuovo produrre e così via. Quindi, in sostanza, userò Francesco come una metafora, e spero che mi perdonerà, perché è la metafora di una strada (almeno secondo me) giusta.

C’è forse un problema che più di tanti altri complica e impoverisce le vite di tanti di noi: è il problema del troppo. Abbiamo troppe cose, “tutte queste cose” appunto: troppo cibo e troppi vestiti, troppe cose da fare, belle e brutte: troppi film che ancora non abbiamo visto e troppi nei che non abbiamo fatto controllare, troppi viaggi programmati e troppe bollette da pagare. Troppa informazione, troppi siti da visitare, troppi spunti da inseguire e troppi argomenti interessanti su cui fermarsi almeno un momento a pensare, magari soltanto per scriverci un breve post che se non altro mi permetterà di ritrovare quel pensiero, un giorno. Ma intanto fuori c’è un tramonto bellissimo davanti al quale potrei fermarmi. Ma, accidenti!, devo preparare la cena.

Ho letto un bell’articolo su Internazionale, poco tempo fa, era stato scritto da un giornalista tedesco per Die Zeit e si intitolava, modestamente, La fine del capitalismo. Era accompagnato dalle foto delle opere di Liu Bolin, un cinese che dipinge i suoi abiti e il suo corpo per “scomparire” nello sfondo: nel caso specifico scompariva davanti agli scaffali di un supermercato pieno di roba.  L’articolo parlava dei debiti, sostanzialmente, e del fatto che la gente non compra più tanta roba perché ne ha troppa. Non perché non se la può permettere: la Germania, infatti, è ancora abbastanza ricca, ma proprio perché non sa che farsene e dove metterla.

Quando gli economisti si riferiscono alle persone, usano spesso il termine “consumatori”, perché è questo il ruolo dei cittadini nella catena economica. Invece del verbo “consumare” si potrebbe usare anche il termine “comprare”. Un tempo avevano lo stesso significato. Si leggevano libri appena comprati, si indossavano magliette nuove, ci si divertiva con un nuovo giocattolo. Ma per fare tutto questo ci vuole tempo. Se il tedesco medio usa almeno una volta nella vita le diecimila cose che ha comprato, non resta molto tempo per comprarne di nuove. Quindi il consumo, fattore essenziale del capitalismo, può frenare la macchina. Per continuare a far crescere l’economia, infatti, bisogna comprare senza sosta. A questo punto sorge un altro problema: come convincere le persone a comprare senza consumare, accumulando libri dimenticati sulle mensole, vestiti nell’armadio, giocattoli nelle camere da letto dei bambini, con il solo scopo di impacchettarli e abbandonarli al più presto per comprarne di nuovi. Con la pubblicità si possono convincere le persone, ma è un processo difficile e costoso, e a volte non funziona. Così la macchina del capitalismo finisce per rallentare e bloccarsi.

L’articolo continua parlando di Keynes, che nel 1930 profetizzava che i suoi nipoti (noi) sarebbero stati ricchi otto volte i loro nonni (è successo) e con questo il capitalismo, esaurito il suo ruolo, si sarebbe lentamente spento (non è successo). E si conclude con una serie di domande:

La società si può organizzare in modo da accontentarsi di conservare [e magari distribuire con più equità, ndGG] il benessere invece di aumentarlo? Cosa bisogna fare perché sia la felicità delle persone a crescere e non il fatturato delle imprese? E’ possibile dare alla natura un valore superiore a quello dei diecimila oggetti? Insomma, esiste un’alternativa al capitalismo?

Due settimana dopo, sempre su Internazionale, sempre da Die Zeit, sempre con un geniale apparato iconografico, esce un secondo articolo, Avere o usare, che – non la faccio ancor più lunga, propone già alcune risposte. Chi è interessato può trovarlo qui.

Cosa voglio dire, alla fine? Che c’è bisogno di gente che si fermi, che scenda dal treno e dedichi tempo e energia a pensare modi alternativi di produzione, di consumo, di convivenza. E che c’è bisogno soprattutto di gente che li sperimenti, dal basso e in rete. E che bisogna dare una mano a chi lo fa, condividendo pensieri e scelte, perché il momento è stimolante, e molti i futuri possibili. Ci sono probabilmente un sacco di cose belle e utili che dal passato e dal presente possiamo portare in questi futuri: ma non ci sarà molto posto, e la cosa più importante sarà selezionarle bene.

Buona ricerca, F.

Il capitano che si sparava negli occhi

Di ora in ora si accredita l’ipotesi che la Costa Concordia si sia avvicinata (troppo) all’Isola del Giglio per fare un salutino all’isola medesima e ai suoi abitanti. Leggere da ieri questa notizia su giornali on line e blog non rende la cosa in sé meno lunare. Uno si immagina che le rotte delle navi, come quelle degli aerei, siano gestite in maniera rigida, secondo complicati e ferrei protocolli di sicurezza. Io per guidare la mia Punto (meno di una tonnellata, massimo 4 persone a bordo) devo rispettare un sacco di regole, e non mi sognerei nemmeno ubriaco di andarci contromano in autostrada per – che ne so – far colpo su una ragazza. Invece un capitano di nave (capitano di nave, ovvero nobiltà, coraggio, aristocrazia, al massimo lo sfizio innocuo di una ragazza in ogni porto) per fare un salutino ad un’isola avrebbe portato la Costa Concordia (115.000 tonnellate, un massimo di 4880 persone a bordo) a schiantarsi maldestramente contro uno scoglio.

Invece va così. Il ragazzino, mentre impenna col suo motorino truccato dà un po’ troppo gas e si spezza la colonna vertebrale. Il pilota si fa bello con le ragazze, al pub vicino alla base militare, perché lui è capace, dice, di passare col suo jet supersonico sotto la funivia;  l’ha anche già fatto altre volte, dice; poi quel giorno passa troppo vicino, troppo, fino a sfiorare il cavo. Il figlio dell’industriale si fa comprare per i vent’anni la Pòrsc intestata alla ditta, e vuole far vedere agli amici quanta cazzo di potenza c’ha sotto il cofano questa qua! “Ma non avremo bevuto troppo, stasera?”. “Mavalà, così te la godi di più, l’ebressa”. Il capitano di nave deve (magari su istigazione della stessa compagnia, chissà, per rendere il tutto più spettacolare) stupire le attempate signore di prima classe.

Non ci cvedevai, cava… siamo passati così vicini al Giglio – sì, eva sicuvamente il Giglio, e poi l’ha detto anche il capitano, che ce la indicava dalle vetvate del salone delle feste – ti sembvava quasi di toccavle, le luci del povto. Dovevi stavci, guavda… vedevi anche la gente che fotogvafava, dalla viva, un’emozione unica, una delle cose più belle della cvocieva. Vuoi vedeve le foto, cava?

Un destino tragicamente ridicolo rovinarsi per vanteria, per rendere il viaggio più sorprendente, per ricevere lettere di congratulazioni dal sindaco di un’isola. Ora questo capitano è in galera, perché fra l’altro non avrebbe nemmeno saputo rispettare quella regola d’onore della marineria che vuole il capitano a bordo finché tutta la nave non è stata evacuata (e faceva uno strano effetto sentirlo dire, ieri, che lui era sceso per ultimo, quando già si sapeva che mancavano all’appello molte persone, che verosimilmente sono sulla nave ancora adesso, probabilmente nelle cabine sotto il livello del mare dei membri più infimi dell’equipaggio, garzoni filippini e cinesi, la moderna terza classe). Pare che l’abbiano ritrovato sotto shock proprio su quegli scogli che con un’altra improvvida uscita aveva provato a dichiarare inesistenti sulle mappe nautiche.

Cosa avrà pensato vedendo davanti a sé, da quegli scogli, il cadavere obliquo di quel suo giocattolo da 450 miliardi di euro, quel divertimentificio inclinato su un fianco, quella pesantissima metafora dell’imbecillità umana?

Aggiornamento (16/1/2012, ore 12.40): leggo oggi che le ragioni della sciagurata manovra sono state più futili ancora di quelle pur futilissime che avevo immaginato io.

Stefano e Marsel

Tre uomini, fra i quali Marsel, un ragazzo di 27 o 28 anni, si introducono in una bella casa di campagna per rubare oggetti di valore. Un altro uomo, Stefano, di 61 anni, il proprietario dell’abitazione, se ne sta tranquillo e solo nella sua dimora, forse dorme, forse guarda la televisione; si accorge di una presenza estranea, capisce che sta accadendo qualcosa di ingiusto e inaspettato, la sua roba e (forse, teme) la sua persona sono in pericolo. E’ proprio per far fronte a situazioni di questo tipo che ha deciso, tempo fa, di comprare una pistola e di tenerla legalmente in casa: se ne ricorda e la raggiunge. La afferra e spara.

Marsel cade, e inizia a morire. Finirà qualche ora dopo, all’ospedale. Non so, nessuno sa, cosa è passato nella mente di Marsel negli istanti dello sparo, o in quelle ore di agonia. Forse non ha fatto nemmeno in tempo ad accorgersi che la sua vita finiva quella notte di Natale. Io non so nemmeno cosa abbia pensato Stefano prima di sparare, dopo aver sparato, quando ha preso coscienza di avere messo fine alla vita di una persona, di un uomo. La notte di Natale del 2011.

Di certo Stefano sarà costretto a fare i conti con il fatto che quel corpo steso in terra davanti casa sua è stato, fino allo sparo, il corpo di un uomo, di un individuo: Marsel, 27 o 28 anni, albanese e… e tutto il resto. Non solo il corpo di un ladro, di un albanese, magari di un bastardo albanese di merda. Questo è un lusso che certo lui non potrà permettersi, e per questo a Stefano va la mia pietà. Questo lusso, invece, se lo sono indebitamente permesso i tanti che hanno commentato i fatti nei bar, su facebook, sui siti dei quotidiani locali, forse anche nelle case (fra panettoni, tombole e brindisi), sui sagrati delle chiese o nelle sedi dei partiti: “uno in meno”, “Stefano è un eroe”, “gli dovremmo fare un monumento”, “giustizia è fatta”, e simili. Parole che vanno lasciate sole, nella loro tremenda e vuota solitudine di fronte alla tragica semplicità dei fatti, alla definitiva verità della morte di un uomo.

I pensieri, piuttosto, dovrebbero essere altri. Ad esempio: perché stiamo diventando così soli e violenti? Un modello di civiltà sembra stia agonizzando da tempo, e con Marsel l’altra sera ne è morto un altro pezzo. Senza rete, senza fari, senza argini, gli uomini si trovano sempre più uno di fronte all’altro; soli, appunto. Stefano e Marsel, e in mezzo, fra loro, la roba. Il fallimento di una civiltà trasforma le relazioni sociali in un duello all’ultimo sangue: il sangue sparso dell’uomo che muore, il sangue avvelenato di chi dovrà convivere con l’idea di aver messo fine ad una vita. L’unico vincitore sarà, forse, proprio la roba, che non perde sangue mai.

La campagna che ho conosciuto io, quella nella quale sono cresciuto, è apparentemente la stessa dei fatti della notte di Natale: colline, campi, case sparse, di qua i monti, di là il mare. Eppure, venti o trent’anni fa, era un’altra cosa. Era un posto dove si lavorava duro, si viveva in semplicità (i pomodori, il porco, le sere d’estate sulle scale a prendere il fresco e a guardare le stelle), con la bella stagione si teneva la porta aperta anche di notte, e la chiave rimaneva su anche se stavi nei campi o giocavi dal figlio del vicino. Dei ladri si aveva una nozione piuttosto astratta, gli zingari ogni tanto passavano ma non avrebbero trovato granché da rubare.

Oggi quello che vedo sono ville bellissime: i muri sono quelli delle vecchie case coloniche, ma le finiture sono di lusso, le pentole sulle pareti della cucina ci stanno per bellezza, le rimesse sono state condonate e trasformate in dépendances, e le stelle le guarda solo la parabola del satellite. Durante le mie passeggiate guardo e invidio un po’ queste splendide dimore che da contadine sono diventate signorili, spesso circondate da mura alte, difese da sistemi di allarme e telecamere. I proprietari, forse figli e nipoti dei contadini che in quelle case ci stavano a mezzadria, probabilmente hanno lavorato anni col sogno di costruire questi Piccoli Paradisi Privati, questi Segni Tangibili del Riscatto. E ce l’hanno fatta ma, distratti dall’ansia, dal lavoro, dallo sforzo, forse non si sono accorti del deserto che si stava facendo intorno, dei tanti piccoli Inferni da cui erano circondati e che (senza volerlo, per carità, senza volerlo) avevano anche contribuito a creare. Quando, finalmente, si sono istallati nel loro Eden personale, hanno scoperto di avere bisogno di una Smith and Wesson per proteggerlo: loro pur così timidi, pur così pacifici, pur così noiosamente tranquilli.

Ma un Paradiso che va difeso con la pistola continua ad essere un Paradiso?

(Della vicenda particolare non so nulla di più di quello che ho potuto leggere nelle cronache locali, e non conosco nemmeno di vista i protagonisti o le loro famiglie. Spero sia chiaro che non voglio dare giudizi sui singoli personaggi coinvolti. Questo tanto per chiarezza)

Aggiornamento: Stefano Terrucidoro, il protagonista della vicenda raccontata, ha poi pronunciato parole di condanna verso tutti quelli che l’hanno esaltato come un eroe della vendetta. Mi piace segnalare anche l’opinione del Prof. Roberto Mancini. Qui, invece, le discussioni che questa nota ha suscitato su facebook.