Le scuole resistono

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Paolo Coppari ha coordinato un grande lavoro di ricognizione sulla situazione reale delle scuole della provincia di Macerata post-sisma. Un quadro che dice molte cose sull’enormità di quel che è successo e sulla forza altrettanto grande di una comunità che con difficoltà, umiltà e costanza ha restituito un po’ di normalità alle bambine e ai bambini, alle ragazze e ai ragazzi della nostra terra.

Tra le tende dopo il terremoto
i bambini giocano a palla avvelenata,
al mondo, ai quattro cantoni, 
a guardie e ladri, la vita rimbalza
elastica, non vuole
altro che vivere.

(Gianni Rodari)

Da dove ricominciare

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Questi sono i giorni in cui, nella fascia di territorio dove mi trovo io – non tanto vicina all’epicentro del sisma da esserne stata devastata, non abbastanza lontana da non esserne stata coinvolta – si prova a tornare ad una qualche forma di normalità, della quale tutti hanno bisogno, anche a costo di costruirsene una un po’ farlocca.

Riaprire le scuole, in questo senso, è un passaggio importante, anche se siamo tutti un po’ tesi. Una mia collega di rara sensibilità, Laura, scriveva poco fa su facebook:

Così oggi a Macerata abbiamo ripreso. Tra i banchi si distinguevano le facce di chi, come me, ha avuto solo paura, da quelle degli alunni di paesi come Sarnano,Tolentino, San Severino, in cui si leggeva un reale dolore, la mancanza dell’orizzonte conosciuto. Qualcuno non c’era, perché ospite di parenti lontani, in attesa di una sistemazione migliore. Spesso ci si è trovati a sobbalzare al minimo rumore. Ma c’era anche, mi è sembrato, la contentezza di ricominciare, una richiesta di fissare in anticipo le verifiche con un clima diverso dall’ansia consueta. Perché, si è capito meglio, la tragedia non è la verifica. E perché, mi pare, si era felici di ritrovarsi, perché nessuno aveva qualcuno da piangere, perché insieme le cose sembrano più semplici.
Spero che al più presto riaprano tutte le scuole, spero che il guardarci negli occhi possa essere d’aiuto a chi è più provato, spero che questa amata terra, di cui comunque anche adesso non si parla troppo, torni all’anonimato delle sue dolci colline, alle chiacchiere di paese, al lavoro.

E così, nelle scuole e negli altri luoghi di cultura, nell’attesa che si possano ricostruire i muri, si prova a cominciare anche a progettare una ricostruzione simbolica. Questo, ad esempio, è il messaggio che compare oggi sul sito dell’Istituto Storico di Macerata:

L’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea  di Macerata vuole offrire il suo contributo per la rinascita delle comunità appenniniche colpite dal sisma: lavorare insieme perché non perdano l’identità e la propria storia; perché insieme alle case, alle strade, ai ponti si ricostruiscano altre infrastrutture, quelle civiche, come la fiducia e il senso di appartenenza: “sono cose –come afferma lo scrittore giapponese Haruki Murakami- che non possiedono una forma fisica. Una volta distrutte è difficile ripararle, perché non possiamo farlo con macchine, lavoro e materiali”.

Già da settembre avevamo cominciato a dare concretezza a questo progetto (che può essere letto cliccando qui), organizzando incontri e individuando percorsi che avrebbero dovuto coinvolgere proprio i territori poi coinvolti nei violentissimi terremoti del 26 e 30 ottobre.

Gli eventi drammatici hanno momentaneamente interrotto, ma non spezzato, il nostro progetto, e – dopo questa fase di emergenza – faremo di tutto per riprendere il nostro discorso per entrare nella “bellezza lenta” di quelle zone, nella loro storia passata e in quella da ricostruire.

(Per inciso: cliccateci su quel link al discorso di Murakami, perché è proprio bello)

Oppure qui si può ascoltare Maila Pentucci che parla di territori, memoria, paesaggio nella puntata di ieri di Fahrenheit, trasmissione che in questi giorni sta meritoriamente dedicando gran parte delle energie ai paesi del terremoto.

Però in tutto questo chi, come me, si occupa di mestiere di parole, cultura, immaginario, è ancora molto tentato dal silenzio, di fronte alle urgenti e concretissime necessità quotidiane di chi ha perso tutto. Pensare alla quotidianità di queste persone stringe il cuore, e forse le uniche parole che contano, ora, solo le loro.

Oggi, per esempio, mia zia mi raccontava di aver incontrato qualche giorno fa una anziana signora a Porto Potenza, che ha cominciato a parlarle, raccontandole di essere una terremotata, ospitata in un albergo vicino al mare. Mi diceva mia zia che la signora era spaesata, perché nel suo paesino non c’erano mica tutte quelle macchine, e quelle strade così grandi. E che non sapeva dove andarsi a comprare delle mutande, ma poi aveva trovato un negozietto dei cinesi. E le aveva detto anche che aveva un gran bisogno di qualcuno con cui parlare. Mia zia, allora, le ha dato il suo numero di cellulare. Ma la signora non l’ha chiamata. Poi, però, mia zia l’ha incontrata di nuovo qualche giorno dopo, per strada, e le ha detto: “Come mai non mi ha più chiamato, signora?”. “Eh, il fatto è che io il cellulare lo uso solo per rispondere, non sono tanto abituata a chiamare col cellulare”. Ecco: mi viene da pensare che molte persone avranno bisogno di essere ascoltate, nei prossimi mesi, ma quelle che ne avranno bisogno più degli altri forse nemmeno ci cercheranno, e starà a noi trovarle, e ascoltarle. Anche questo sarà un modo per ricostruire, per ricominciare.

(la foto è di Paolo Coppari)

Dialogo della Natura e dei cacciatori

Tra i documenti della catastrofe che stiamo vivendo rimarrà certamente quello del video dei cacciatori sorpresi dalla scossa delle 7.40 di domenica mattina mentre erano appostati nella zona di Montegallo, in vista del Vettore.

Il video non solo è eccezionale in sé, in quanto documento. C’è anche, dentro, la testimonianza di quel rapporto primordiale, archetipico con la Natura, e con la sua forza distruttrice, che ci portiamo dentro e che a colpi di civiltà abbiamo provato a nascondere sempre di più e sempre meglio, laggiù in fondo, fino a scordarcene per lunghi periodi.

Le urla di quei cacciatori sono lo spavento e lo stupore di fronte ad una forza che, mentre ti distrugge, ti meraviglia con la sua maestosità fuori scala. La ripetizione continua della frase “Questo ha ammazzato la ggente!” (profezia per fortuna sbagliata) è una forma primordiale e istintiva di litania apotropaica. Forse persino le bestemmie, forse soprattutto le inevitabili, comprensibilissime bestemmie, non sono altro che sacrosante e primordiali preghiere. Lì dentro, in quelle voci, c’è l’essenza antichissima della nostra umanità fragile e stordita – la stessa di altri cacciatori molto più attoniti di noi, in caverne preistoriche – che il terremoto ci ricorda ogni volta.

Naturalmente, a rendere così forte la testimonianza, è anche che i protagonisti sono dei montanari, che il contesto paesaggistico è quello dei Sibillini più selvaggi, che la lingua degli uomini che reagiscono alla parola definitiva della Natura è una lingua arcaica e dal sapore così pre-moderno.

E’ un video che, anche quando sarà passata questa furia (e speriamo davvero presto, perché non siamo proprio attrezzati a sopportare a lungo tanta precarietà), dovremmo tornare ogni tanto a vedere, per ricordarci chi siamo, e chi comanda davvero in questo pezzo di universo.