Tentazioni, dubbi e scelte

Michela Murgia, scrivendo l’introduzioneL’ultima tentazione di Cristo di Nikos Kazantzakis, racconta la sua esperienza di insegnante di religione, e soprattutto ci spiega come è finita. Trovo la storia interessante per molti aspetti: didattici, etici, e politici. Ne consiglio la lettura a te che passi, mentre a me consiglio la lettura del libro intero.

Quella della Murgia è, a mio avviso, soprattutto una testimonianza sulla necessità del coraggio di ascoltarsi, di capirsi, e di fare le scelte conseguenti. E anche sul fatto che queste scelte, se vengono da una motivazione profonda e sincera, alla fine pagano. Sperimentando sulla propria pelle la censura delle gerarchie ecclesiastiche, Michela Murgia ha preferito non adeguarsi e seguire il suo imperativo etico: l’anno successivo ha evitato di presentare domanda per la cattedra (andando, tra l’altro, a mettere il dito nella piaga dolente dell’assurdità di un insegnante abilitato – di fatto – da un’autorità esterna e confessionale per andare a insegnare in una scuola pubblica, non confessionale). Da quella rinuncia è scaturita, per la futura scrittrice, una stagione di sacrifici, certo, ma anche un libro (Il mondo deve sapere) e la scoperta di una vocazione letteraria che ha portato i frutti che sappiamo. Tanto di cappello.

Aggiungo che, proprio pochi minuti prima di scovare per caso questo articolo della Murgia su internet, stavo rileggendo alcune parti di Sostiene Pereira, fra le quali una pagina che, a pensarci bene, parla della stessa cosa: di come nascono le scelte che cambiano le vite, i destini degli esseri umani.

Le righe che seguono sono tratte dal sedicesimo capitolo del libro.

Il dottor Cardoso cominciò a mangiare la sua sogliola alla mugnaia e Pereira seguì il suo esempio. Bisognerebbe che conoscessi meglio gli ultimi mesi della sua vita, disse il dottor Cardoso, forse c’è stato un evento. Un evento in che senso, chiese Pereira, che vuol dire con questo? Evento è una prola della psicoanalisi, disse il dottor Cardoso, non è che io creda troppo a Freud, perchè sono un sincretista, ma credo che sul fatto dell’evento abbia ragione senz’altro, l’evento è un avvenimento concreto che si verifica nella nostra vita e che sconvolge o che turba le nostre convinzioni e il nostro equilibrio, insomma l’evento è un fatto che si produce nella vita reale e che influisce sulla vita psichica, lei dovrebbe riflettere se nella sua vita c’è stato un evento. Ho conosciuto una persona, sostiene di aver detto Pereira, anzi, due persone, un giovanotto e una ragazza. Me ne parli pure, disse il dottor Cardoso. Bene, disse Pereira, il fatto è che alla pagina culturale avevo bisogno dei necrologi anticipati degli scrittori importanti che possono morire da un momento all’altro, e la persona che ho conosciuto ha fatto una tesi sulla morte, è vero che in parte l’ha copiata, ma all’inizio mi sembrava che di morte se ne intendesse, e così l’ho preso come praticante, per fare i necrologi anticipati, e lui me ne ha fatto qualcuno, glieli ho pagati di tasca mia perchè non volevo pesare sul giornale, ma sono tutti impubblicabili, perchè quel ragazzo ha in testa la politica e ogni necrologio lo fa con una visione politica, per la verità penso che sia la sua ragazza a mettergli in testa queste idee, insomma, fascismo, socialismo, guerra civile di Spagna e cose del genere, sono tutti articoli impubblicabili, come le ho detto, e io finora l’ho pagato. Non c’è niente di male, rispose il dottor Cardoso, in fondo rischia solo i suoi soldi. Non è questo, sostiene di aver ammesso Pereira, il fatto è che mi è venuto un dubbio: e se quei due ragazzi avessero ragione? In tal caso avrebbero ragione loro, disse pacatamente il dottor Cardoso, ma è la Storia che lo dirà e non lei, dottor Pereira.

Sì, disse Pereira, però se loro avessero ragione la mia vita non avrebbe senso, non avrebbe senso avere studiato lettere a Coimbra e avere sempre creduto che la letteratura fosse la cosa più importante del mondo, non avrebbe senso che io diriga la pagina culturale di questo giornale del pomeriggio dove non posso esprimere la mia opinione e dove devo pubblicare racconti dell’Ottocento francese, non avrebbe senso più niente, e è di questo che sento il bisogno di pentirmi, come se io fossi un’altra persona e non il Pereira che ha sempre fatto il giornalista, come se io dovessi rinnegare qualcosa. Il dottor Cardoso chiamò la cameriera e ordinò due macedonie di frutta senza zucchero e senza gelato. Voglio farle una domanda, disse il dottor Cardoso, lei conosce i médecins-philosophes? No, ammise Pereira, non li conosco, chi sono? I principali sono Théodule Ribot e Pierre Janet, disse il dottor Cardoso, è sui loro testi che ho studiato a Parigi, sono medici e psicologi, ma anche filosofi, sostengono una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere ‘uno’ che fa parte a sè, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un’illusione, peraltro ingenua, di un’unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perchè noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone. Il dottor Cardoso fece una piccola pausa e poi continuò: quella che viene chiamata la norma, o il nostro essere, o la normalità, è solo un risultato, non una premessa, e dipende dal controllo di un io egemone che si è imposto sulla confederazione delle nostre anime; nel caso che sorga un altro io, più forte e più potente, codesto io spodesta l’io egemone e ne prende il posto, passando a dirigere la coorte delle anime, meglio la confederazione, e la preminenza si mantiene fino a quando non viene spodestato a sua volta da un altro io egemone, per un attacco diretto o per una paziente erosione.

Forse, concluse il dottor Cardoso, dopo una paziente erosione c’è un io egemone che sta prendendo la testa della confederazione delle sue anime, dottor Pereira, e lei non può farci nulla, può solo eventualmente assecondarlo. Il dottor Cardoso finì di mangiare la sua macedonia e si asciugò la bocca con il tovagliolo. E dunque cosa mi resterebbe da fare?, chiese Pereira. Nulla, rispose il dottor Cardoso, semplicemente aspettare, forse c’è un io egemone che in lei, dopo una lenta erosione, dopo tutti questi anni passati nel giornalismo a fare la cronaca nera credendo che la letteratura fosse la cosa più importante del mondo, forse c’è un io egemone che sta prendendo la guida della confederazione delle sue anime, lei lo lasci venire alla superficie, tanto non può fare diversamente, non ci riuscirebbe e entrerebbe in conflitto con se stesso, e se vuole pentirsi della sua vita si penta pure, e anche se ha voglia di raccontarlo a un sacerdote glielo racconti, insomma, dottor Pereira, se lei comincia a pensare che quei ragazzi hanno ragione e che la sua vita finora è stata inutile, lo pensi pure, forse da ora in avanti la sua vita non le sembrerà più inutile, si lasci guidare dal suo nuovo io egemone e non compensi il suo tormento con il cibo e con le limonate piene di zucchero.

Due postille a “Mio fratello e la crisi”

Nei giorni in cui scrivevo un post relativo alle scelte (non) lavorative di mio fratello Francesco e al problema del “troppo” nella nostra società, mio padre (che riesce in un modo originale e ammirevole a coniugare la coltivazione del campicello con una vivace e non banale presenza sui social network) scriveva questo twit: “mi chiedo: questi cercatori di cose nuove, prima non c’erano, o si lasciavano nascosti? Interessante”. Non sono sicuro (mi sono sempre scordato di chiederglielo, poi) che si riferisse ai discorsi fatti da me o soprattutto da Francesco, ma a me ha dato lo spunto per ragionare un po’ in prospettiva storica sui temi di cui si stava discutendo (lavoro, rapporto otium-negotium, uso del tempo, problema della scelta, come andare alle cose essenziali…): naturalmente sono questioni vecchie come il cucco, e vi risparmio i miei ragionamenti, Seneca e tutto il resto. Però voglio mettere qui due brani che ho letto recentemente: sono molto diversi anche se scritti proprio negli stessi anni (il primo è del 1923, il secondo sta in un romanzo pubblicato in diverse versioni fra 1916 e 1925). Nel primo Paul Valery parla del suo rapporto coi musei (l’ho trovato, di seconda mano, nel libro di Eco La vertigine della lista, a p. 169):

Non amo troppo i musei. Ve ne sono di ammirevoli, ma nessuno è delizioso. Le idee di classificazione, di conservazione e utilità pubblica, che sono giuste e chiare, hanno pochi rapporti con le delizie […] Mi trovo in un tumulto di creature congelate, ciascuna delle quali esige, senza ottenerla, l’inesistenza delle altre […] Davanti a me si sviluppa nel silenzio uno strano disordine organizzato. Sono preso da un orrore sacro. Il mio passo si fa religioso. La mia voce cambia, diventa poco più alta che se fossi in chiesa, ma meno forte di quanto non mi accada nella vita. Presto non so più che cosa sia venuto a fare in queste solitudini cerate, che ricordano il tempio e il salone, il cimitero e la scuola […] Quale fatica, mi dico, quale barbarie! Tutto è così disumano. Non è puro. Questo avvicinamento di meraviglie indipendenti e nemiche, e tanto più nemiche quanto più si assomigliano, è paradossale […] L’orecchio non sopporterebbe dieci orchestre insieme. Lo spirito non può seguire molte operazioni distinte, non ci sono ragionamenti simultanei. […] Ma la nostra eredità ci schiaccia. L’uomo moderno, estenuato dall’enormità dei suoi mezzi tecnici, è impoverito dallo stesso eccesso delle sue ricchezze […] Un capitale eccessivo e dunque inutilizzabile.

Una pagina che sembra commentare, spostando il discorso sul piano dall’economia e dagli oggetti alla tradizione culturale e all’estetica, quel che dicevo qualche giorno fa a proposito dell’eccesso di cose che alla fine schiaccia la nostra vita e la nostra creatività.

Se il problema è quello di scegliere, di trovare l’essenziale, la cosa vale in maniera particolare per chi di mestiere si occupa, come faccio io, di trasmettere conoscenza da un passato complicato ad un futuro incerto (George Steiner parla – qui – dell’insegnate come di un “corriere dell’essenziale”, ed è una definizione che mi piace molto). La responsabilità della scelta di cosa leggere, di cosa conoscere, di come affrontarlo,  la sentiamo ogni giorno, noi insegnanti, e ogni giorno è più complicato, anche perché nessuno (parlo almeno per chi come me insegna lettere) si prende questa responsabilità al posto nostro: non lo fa la critica, non lo fa l’editoria, non lo fa (per fortuna) la politica. Probabilmente è giusto così, ma la valigia è piccola e va riempita con le cose giuste.

Avevo promesso due brani. Ecco il secondo, preso dai Quaderni di Serafino Gubbio operatore, uno dei più interessanti romanzi di Pirandello, in realtà meno conosciuto di altri: il protagonista è un operatore di macchina cinematografica, emblema di uno sguardo straniato, filtrato, sghembo sul mondo. Mi ha fatto incontrare di nuovo questa pagina, l’altro giorno, una generosa collega, Milena, che ringrazio. Buona lettura.

Studio la gente nelle sue più ordinarie occupazioni, se mi riesca di scoprire negli altri quello che manca a me per ogni cosa ch’io faccia: la certezza che capiscano ciò che fanno. […] C’è un oltre in tutto. Voi non volete o non sapete vederlo. Ma appena quest’oltre baleni negli occhi d’un ozioso come me, che si metta a osservarvi, ecco, vi smarrite, vi turbate o irritate.

Conosco anch’io il congegno esterno, vorrei dir meccanico della vita che fragorosamente e vertiginosamente ci affaccenda senza requie. Oggi, così e così, questo e quest’altro da fare: correre qua, con l’orologio alla mano, per essere in tempo là. […] Nessuno ha tempo o modo di arrestarsi un momento a considerare, se quel che vede fare agli altri, quel che lui stesso fa, sia veramente ciò che sopra tutto gli convenga, ciò che gli possa dare quella certezza vera, nella quale solamente potrebbe trovar riposo. Il riposo che ci è dato dopo tanto fragore e tanta vertigine è gravato da tale stanchezza, intronato da tanto stordimento, che non ci è più possibile raccoglierci un minuto a pensare. Con una mano ci teniamo la testa, con l’altra facciamo un gesto da ubriachi: – Svaghiamoci!

[…] Non dico di no: l’apparenza è lieve e vivace. Si va, si vola. E il vento della corsa dà un’ansia vigile ilare acuta, e si porta via tutti i pensieri. Avanti! Avanti perché non s’abbia tempo né modo d’avvertire il peso della tristezza, l’avvilimento della vergogna, che restano dentro, in fondo. Fuori, è un balenio continuo, uno sbarbàglio incessante: tutto guizza e scompare. […]

C’è una molestia, però, che non passa. La sentite? Un calabrone che ronza sempre, cupo, fosco, brusco, sotto sotto, sempre. […] Ma questo ronzio, questo ticchettio perpetuo, sì, dice che non è naturale tutta questa furia turbinosa, tutto questo guizzare e scomparire d’immagini. […] Ah, non bisogna fissarci l’udito. Darebbe una smania di punto in punto crescente, un’esasperazione insopportabile; farebbe impazzire. In nulla, più in nulla, in mezzo a questo tramenìo vertiginoso, che investe e travolge, bisognerebbe fissarsi. Cogliere, attimo per attimo, questo rapido passaggio d’aspetti e di casi, e via, fino al punto che il ronzìo per ciascuno di noi non cesserà. […]

Su la terra l’uomo è destinato a star male, perché ha in sé più di quanto basta per starci bene, cioè in pace e pago. E che sia veramente un di più, per la terra, questo che l’uomo ha in sé  (e per cui l’uomo non è un bruto), lo dimostra il fatto ch’esso – questo di più – non riesce a quietarsi mai in nulla, né di nulla appagarsi quaggiù, tanto che cerca  e chiede altrove, oltre la vita terrena, il perché e il compenso del suo tormento. Tanto peggio poi l’uomo vi sta, quanto più vuole impiegare su la terra stessa in smaniose costruzioni e complicazioni il suo superfluo.

 

Quel che resta di Giacomo

Mi serve per una cosa mia: ma tu, lettore più o meno occasionale di questo blog, che ricordo hai conservato di Giacomo Leopardi dai tuoi studi scolastici?

(da questo post mi aspetto – mi aspettavo, perché poi tutti hanno scritto su facebook… – un piccolo boom dei commenti – tipo più di due almeno uno! Astenersi perditempo e addetti ai lavori)

“Scuole non commerciali”: che vor di’?

La mia unica fonte, per ora, è questo articolo di Repubblica.it. Poi magari approfondirò, studierò, capirò. Per ora, così su due piedi e da un’unica fonte, non capisco proprio.

Già il titolo: Monti: “Esenti dall’Imu scuole non commerciali”. Che vuol dire? Quali sono le scuole commerciali? Quelle che fanno pagare la retta o quelle che vendono voti e diplomi? Le prime sono tutte quelle non pubbliche, le altre… non dovrebbero esistere.

Poi leggo che Monti fissa tre parametri “necessari” e “ragionevoli”. Primo: le scuole Imu-esenti devono essere “assimilabili al pubblico” sotto il profilo dei programmi (ovvio), dell’accoglienza degli alunni disabili (più che ovvio) e della applicazione della contrattazione collettiva del personale (ovvissimo). Come dire: le scuole devono rispettare la legge. Mecojoni! Secondo: il servizio deve essere “aperto a tutti i cittadini alle stesse condizioni”. Come dire: la retta del figlio della Severino deve essere uguale a quella di Mohamed, ambulante marocchino, arrivato l’altro ieri in  Italia. In effetti, sì, quel che è giusto è giusto. Andiamo avanti: terzo parametro: la selezione all’ingresso deve essere per merito e non dovuta a norme “discriminatorie”. Se Monti sente di dover mettere questo paletto, evidentemente è perché esistono casi di scuole che discriminano (per razza? religione? colore della pelle? cos’altro?), quindi che non rispettano la Costituzione. Bene. Sono contento.

L’articolo, poi, continua così:

l’organizzazione della scuola, anche dal punto di vista delle rette, deve essere tale “da preservare senza alcun dubbio la finalità non lucrativa”. Gli “avanzi” dunque non siano un “profitto” ma “sostegno direttamente correlato ed esclusivamente destinato alla gestione dell’attività didattica”.

Come si fa a definire tutto questo? Vanno gli ispettori del Ministero? Si controllano i bilanci delle scuole? Si manda l’Agenzia delle Entrate o la Guardia di Finanza con i cani lupo? O basta un’autodichiarazione di Bagnasco? Non so davvero. Io, come dicevo, non capisco.

Più avanti nell’articolo, però, leggo una dichiarazione della CEI, che mi pare abbia capito tutto e subito: “Le dichiarazioni di Monti vanno nella direzione giusta, quella portata avanti anche in Europa. Scuole e oratori sono attività no profit e non ha senso tassare attività che hanno chiara rilevanza pubblica e sociale”. Cioè: le scuole cattoliche non saranno tassate, come gli oratori e le chiese. Fine del problema. Amen.

Cartacce

Quello che segue è un troppo lungo e troppo divagante sfogo sulla condizione dell’insegnante nella scuola post Gelmini e post Brunetta, conseguenza diretta di una incazzatura che mi sono preso proprio stamattina, quindi non pretendete lucidità e obiettività. Astenersi soggetti sensibili, colleghi che devono ancora preparare la lezione per domani e tutti coloro che hanno impegni per il dopocena.

Di solito se si parla di scuole in rosso (e se ne parla – giustamente – spesso: toh, anche oggi!), il must è dire: “mancano anche i soldi per la carta igienica”. Di più: la carta igienica è diventata un correlativo oggettivo della crisi della scuola (toh: sempre oggi!). Io però vorrei parlarvi di carta dalla destinazione d’uso un pelino più nobile, anche se non necessariamente più utile. A scuola (ne è giunta voce lì fuori?) vengono fatte fotocopie in quantità industriali, come credo in tutti gli uffici (quelli pubblici, soprattutto, alla faccia di piani antisprechi e buste paga elettroniche). Ora c’è una grossa spinta alla digitalizzazione, ma l’esperienza quotidiana mi dice che (almeno) nella (mia) scuola si continuano a fare fotocopie a quintali (e non credo che ‘quintali’ sia un’iperbole).

Anch’io faccio fotocopie: insegnando italiano, e non essendoci nelle mie classi nemmeno l’ombra della rivoluzione digitale, quando devo fare una verifica le fotocopie necessarie sono tante. Perché? Andate a vedervi la verifica per eccellenza, la Traccia della Prima Prova dell’Esame di Stato: l’anno scorso erano 7 (sette) pagine. Noi prof siamo più sobri degli esperti del ministero, e negli anni siamo arrivati a raffinate tecniche di impaginazione che ci permettono di sfruttare ogni spazio utile, ma la traccia di un’analisi del testo o di un saggio breve almeno un foglio A4 me lo occupa. Se poi voglio dare la scelta fra più tracce, il tutto si moltiplica x volte. Quest’anno ho tre classi per un totale di circa 70 alunni (e sono fortunato): fate voi i conti di cosa significhi in termini di copie un giro di verifiche. Aggiungiamo poi che io mi picco di voler fare una didattica minimamente personalizzata (in due sensi: cerco di adeguarla alla classe che ho davanti, e le classi – si sa – sono sempre diverse; e cerco di adeguarla a me, cioè alle mie conoscenze, passioni e nuove scoperte, e alla mia lettura delle discipline, che non sempre può essere identica a quella dell’autore del libro che ho adottato): ecco che allora diventa per me necessario, ogni tanto, offrire qualche dispensa personalizzata, che io con fatica mi metto a ideare e a preparare, e che vorrei fosse a disposizione dei ragazzi sotto forma di oggetto concreto che loro possano leggere con calma e integrare nel loro quaderno con gli altri appunti. Devo dire che ho ridotto questa pratica all’essenziale, con gli anni, per vari motivi: perché con gli anni si diventa essenziali, perché non mi va di usare troppa carta, perché fare questo tipo di lavori costa molta fatica, perché da qualche anno per distribuire materiali uso anche blog e gruppi facebook; ma a volte vi assicuro che la dispensa è uno strumento didattico essenziale. A volte, arrivo a dire, è una vera opera dell’ingegno, frutto di un lavoro originale e orientato a una specifica classe. Conosco colleghi che hanno fatto della dispensa una forma d’arte. Chi fa questo mestiere lo sa. Anche i ragazzi lo sanno.

Quando ho iniziato a fare l’insegnante, alla scuola media, c’era un collaboratore scolastico che mi aiutava con le fotocopie: se avevo bisogno di farne per il compito della quarta ora, lasciavo all’efficientissima Imma i materiali e per la seconda ora le dispense erano pronte e spillate. Non solo era comodo, c’era anche la piacevole sensazione di avere un collaboratore che ti aiutava a fare meglio il tuo mestiere (e pensavo: evidentemente è un mestiere considerato importante, se ti mettono a disposizione qualcuno per aiutarti!). Ovvio che io, per parte mia, cercavo di fare solo le fotocopie strettamente necessarie, ci stavo attento; però se ce n’era effettivo bisogno non era un problema. Poi ho cambiato scuola, sono andato ad insegnare in un liceo, e una delle prime cose che ho scoperto è che lì non potevo contare su nessuno. Magari io avevo un compito alla seconda ora, magari la fotocopiatrice quand’ero libero io era occupata, magari il collaboratore di turno non aveva nulla da fare se non aspettare che suonasse il telefono, magari io dovevo andare assolutamente in un’altra classe; magari tutto, però per le fotocopie dovevo comunque cavarmela da solo. Chiedere aiuto ad un collaboratore (strano nome) sarebbe stato bollato come inopportuno da un semplice, eloquentissimo sguardo del collaboratore medesimo. In poco tempo mi sono abituato, come mi sono abituato agli sguardi altrettanto eloquenti dell’addetta alla segreteria ogni volta che andavo a chiedere una tessera aggiuntiva, verso la metà dell’anno scolastico.

L’anno scorso, poi, è arrivato Il Registro. Il Registro del Grande Fratello delle Fotocopie. Mi è stato chiesto di registrare ogni volta: quante? per quale classe? di che formato? perché le stavo facendo? E firmare. Una confessione scritta del mio peccato di fotocopiatore. Deve essere stato un effetto collaterale della riforma Brunetta: siccome siamo dipendenti pubblici, spreconi e fannulloni, dobbiamo rendicontare tutto, perché ovviamente si parte dal presupposto non detto che di noi insegnanti non ci si può fidare. Chissà: lasciati liberi ai nostri depravati istinti antisociali, avremmo potuto trasformare la scuola in una copisteria clandestina! In ogni caso non si fidavano: bisognava compilare il registro.

Io ho per un po’ accettato di buon grado. Poi un bel giorno ho smesso di scribacchiare e firmare Il Registro, anche perché nessuno lo controllava mai (chi è, fra l’altro, il controllore? chi è questo funzionario più affidabile di un qualsiasi insegnante della scuola pubblica? boh!). Ma soprattutto ho smesso perché vedevo che le fotocopie fatte per motivi non didattici continuavano ad essere tantissime e non controllate (circolari, verbali, programmazioni, pagelle, mail: sì, mail! le mail vengono regolarmente stampate e consegnate a mano, nella mia scuola, e non girate all’indirizzo elettronico dell’interessato!): così ho pensato che un controllo così rigido sulle fotocopie fatte per motivi didattici a fronte del laissez faire generale della burocrazia era semplicemente ingiusto, e era il portato di un’idea distorta di scuola. Perché solo gli insegnanti devono rendere conto di ogni singola fotocopia fatta? Perché le fotocopie fatte ad uso didattico devono essere controllate e limitate fino allo spasimo in una struttura che dovrebbe avere nella didattica il primo e forse l’unico motivo di esistere? Ho anche chiesto di sapere che percentuale delle fotocopie fatte a scuola in un anno fosse destinato alla didattica (io suppongo che si tratti di una percentuale minima, irrisoria), e non mi è stato mai detto. Ho suggerito che lo stesso controllo fosse fatto e lo stesso registro fosse compilato da chiunque, dal dirigente in giù, stampasse o fotocopiasse un documento all’interno della scuola, e il suggerimento è stato considerato offensivo. Perché, certo, il Grande Fratello delle Fotocopie deve esercitare la sua occhiuta sorveglianza solo sui veri reietti della scuola: gli insegnanti, vil razza dannata. Loro, del resto, non si offendono mai.

Gli insegnanti, al di là degli stipendi bassi di cui si parla sempre, sono umiliati anche e soprattutto in queste piccole cose. Non vengono dati loro gli strumenti minimi per lavorare: conosco persone che se debbono dare una fotocopia ai ragazzi vanno a farla in copisteria, a proprie spese (li conosco talmente bene che certe volte la spesa ha intaccato il mio conto corrente! incredibile a dirsi!). Ma parlo anche della cancelleria minima: immaginate un bidello che debba portarsi scopa e detersivi da casa, o una segretaria che debba comprarsi a proprie spese il telefono o le cartelle dell’archivio: ecco, questa è esattamente la nostra condizione. E poi non abbiamo uno spazio, una stanza dove lavorare, o una postazione telefonica. L’altro giorno – giuro – era scomparsa la sedia da dietro la cattedra, e non se ne trovava un’altra in tutta la scuola. Ora c’è una sedia di quelle piccole, degli alunni. Il professore italiano non è più degno nemmeno di poggiare i gomiti su due braccioli di compensato.

Tornando all’argomento iniziale: il mio, naturalmente, non è un elogio della fotocopia selvaggia. Non credo che se ne debba abusare, e credo anzi che si debba cercare di andare verso una maggiore sobrietà e verso un più intelligente uso delle risorse anche in questo campo. Però se bisogna tagliare gli sprechi a scuola, non iniziamo dal tagliare la didattica (e dall’umiliare gli insegnanti considerandoli subordinati inaffidabili inclini al peculato). Se bisogna fare meno fotocopie, cominciamo dall’evitare di stampare l’ennesima inutile circolare dell’ultimo funzionario del provveditorato, e non dall’impedire ad un professore di mettere sotto gli occhi dei suoi alunni una poesia di Baudelaire che sul libro di testo non c’è. Magari è l’ultima occasione che quel ragazzo ha per leggere À une passante.