Le ciliegie di Pavese

ciliegie

Da Lessico famigliare di Natalia Ginzburg

Pavese, quella primavera, era solito arrivare da noi mangiando ciliege. Amava le prime ciliege, quelle ancora piccole e acquose, che avevano, lui diceva, «sapore di cielo». Lo vedevamo dalla finestra apparire in fondo alla strada, alto, col suo passo rapido; mangiava ciliege e scagliava i noccioli contro i muri con un tiro secco e fulmineo. La sconfitta della Francia, per me, rimase legata per sempre a quelle sue ciliege, che arrivando ci faceva assaggiare, traendole a una a una di tasca con la mano parsimoniosa e scontrosa.

[…]

Aveva parlato, per anni, di uccidersi. Nessuno gli credette mai. Quando veniva da me e da Leone mangiando ciliegie, e i tedeschi prendevano la Francia, già allora ne parlava. Non per la Francia, non per i tedeschi, non per la guerra che stava investendo l’Italia. Della guerra aveva paura, ma non abbastanza per uccidersi a motivo della guerra. Continuò tuttavia ad avere paura della guerra, anche dopo che la guerra era  da gran tempo finita: come, del resto, noi tutti. Perché questo ci accadde, che appena finita la guerra ricominciammo subito ad avere paura di una nuova guerra, e a pensarci sempre. E in lui la paura era più grande che in noi: era in lui, la paura, il vortice dell’imprevisto e dell’inconoscibile, che sembrava orrendo alla lucidità del suo pensiero; acque buie, vorticose e venefiche sulle rive spoglie della sua vita.

Mania di solitudine (da Lavorare stanca)

Mangio un poco di cena seduto alla chiara finestra.
Nella stanza è già buio e si guarda il cielo.
A uscir fuori, le vie tranquille conducono
dopo un poco, in aperta campagna.
Mangio e guardo nel cielo – chi sa quante donne
stan mangiando a quest’ora – il mio corpo è tranquillo;
il lavoro stordisce il mio corpo e ogni donna.

Fuori, dopo la cena, verranno le stelle a toccare
sulla larga pianura la terra. Le stelle son vive,
ma non valgono queste ciliege, che mangio da solo.
Vedo il cielo, ma so che fra i tetti di ruggine
qualche lume già brilla e che, sotto, si fanno rumori.
Un gran sorso e il mio corpo assapora la vita
delle piante e dei fiumi e si sente staccato da tutto.
Basta un po’ di silenzio e ogni cosa si ferma
nel suo luogo reale, così com’è fermo il mio corpo.

Ogni cosa è isolata davanti ai miei sensi,
che l’accettano senza scomporsi: un brusío di silenzio.
Ogni cosa, nel buio, la posso sapere
come so che il mio sangue trascorre le vene.
La pianura è un gran scorrere d’acque tra l’erbe,
una cena di tutte le cose. Ogni pianta e ogni sasso
vive immobile. Ascolto i miei cibi nutrirmi le vene
di ogni cosa che vive su questa pianura.

Non importa la notte. Il quadrato di cielo
mi susurra di tutti i fragori, e una stella minuta
si dibatte nel vuoto, lontano dai cibi,
dalle case, diversa. Non basta a se stessa,
e ha bisogno di troppe compagne. Qui al buio, da solo,
il mio corpo è tranquillo e si sente padrone.

Derealizzazione

L’obiezione che la società contemporanea coincide con il filtro delle rappresentazioni e delle immagini attraverso cui si presenta e che in essa finzione e realtà sono inestricabili (si parla, per questo, di post-realtà) confonde un effetto ideologico potente, ma di durata relativamente breve e geograficamente circoscritta, con l’essenza stessa del mondo contemporaneo. Scambiare la derealizzazione imperante con la scomparsa della realtà è un accecamento ideologico che comporta un cedimento alla logica di chi gestisce e controlla la derealizzazione, tanto più grave e improvvido in un momento di crisi come l’attuale, in cui viceversa la società delle immagini e delle rappresentazioni riesce sempre meno a nascondere la lacerazione violenta delle condizioni e delle contraddizioni materiali e il potere politico tende semmai, a mano a mano che esse diventano sempre più percepibili, a prenderne atto e persino talora a enfatizzarle per deviarle e spostarle all’esterno (guerre, ricerca del capro espiatorio, razzismo, xenofobia ecc.).

da Dopo il postmodernismo: tendenze realiste e ipermoderne nel romanzo agli inizi del secolo, in Romano Luperini, Tramonto e resistenza della critica, Macerata, Quodlibet, 2013.

Tre film da Oscar

Gli ultimi tre film che ho visto al cinema sono stati quelli che hanno avuto più successo all’Oscar, due (Manchester by the seaLa la land) li ho visti prima della Notte dei Grandi Pasticci, uno (Moonlight) subito dopo.

Mi sono piaciuti tutte e tre, quale più quale meno, comunque tre notevoli esempi di cosa sia in grado ancora di fare il cinema americano.

La la land è il più autoriflessivo, fa i conti direttamente non solo con il genere complicato del musical, ma anche con i grandi miti fondativi della cultura americana. Ne viene fuori un strano musical dolceamaro, ma più amaro che dolce, che ti lascia con un sacco di domande sulle scelte che facciamo nella vita, sul posto che diamo alla realizzazione professionale e ai sentimenti, sul ruolo che gioca il mondo intorno a noi nelle nostre scelte. E poi è un manufatto di pregevolissima fattura, un po’ a tutti i livelli.

Moonlight, sarà che l’ho visto dopo l’Oscar e quindi ci andavo con un sacco di aspettative, lì per lì mi ha spiazzato: pur con degli elementi di novità nell’ambiente rappresentato e nello sguardo morale sui personaggi, la prima parte mi è sembrata rievocare troppo il già visto in tanti racconti di emarginazione e diversità. Il film però poi cresce, cresce molto, fino alla terza ed ultima parte che mette a fuoco un personaggio potentissimo, e questa ultima parte dà luce a tutto il film.

Però forse il mio preferito è Manchester by the sea: una grande storia, personaggi difficili e per niente stereotipati, racconto ben costruito e senza sbavature melodrammatiche (che la storia sembrava proprio chiamare), grande pulizia di sguardo e soprattutto altrettanta pietas nei confronti del dolore dei destini umani. Il mio personale Oscar al miglior film, tutto considerato, va a questo film

.

Il possesso del tempo

“Forse perché in classe si combatte per il possesso del tempo. Da una parte sta qualcuno che non vuole crescere. Dall’altra qualcuno che non vuol morire. Tutto qua.”

Rubo questa frase da un libro che ancora non si trova in libreria, ma che ho avuto la fortuna di poter leggere nel manoscritto. La lascio qui come una testimonianza di un regalo ricevuto, come un’attesa, come un tradimento.

Sul compito di italiano

Segnalo un interessante articolo di Francesco Rocchi sul compito di italiano alle superiori (e sulle interrogazioni, anche), che dice tante cose che condivido, e che vengo rimuginando da anni.

Qualcuno – non riesco a ricordare chi – ha già parlato della “libertà di non avere un’opinione”, ed aveva ragione. Imporsi di prendere posizione senza avere una conoscenza profonda del motivo del dibattere significa affidarsi mani e piedi al pregiudizio e alla superficialità. Chiedere agli studenti di far proprio ciò, sia pure venendogli incontro con tracce che si presumono stimolanti, non è né corretto né bello. Senza contare che se ci si mette a giudicare le idee, si fa presto a passare oltre e a cominciare a giudicare le persone, cosa che è ancor meno corretta e meno bella.

(da Le parole e le cose)