Incontro con un Cristo spezzato

Lo confesso, non ho avuto ancora il coraggio di andare a visitare i luoghi del terremoto, quelli in cui la devastazione è stata più forte. Non ho avuto modo di farlo per portare aiuto, e andarci solo per vedere mi avrebbe dato un’intollerabile sensazione di voyerismo. Aspetto ancora l’occasione giusta per riprendere un contatto.

Confesso anche di non aver indugiato troppo sulle immagini di distruzione diffuse a quintalate in ogni dove. Ho sempre preferito affidarmi a chi per raccontare usava la parola scritta.

Però sapevo che la distruzione c’era, e era intollerabilmente visibile. E sapevo che prima o poi mi avrebbe colpito allo stomaco. Non sapevo che sarebbe successo a Siena, durante una visita alla cripta del Duomo; non sapevo che lì, nella stanza più profonda della cripta, avrei trovato alcuni frammenti provenienti dalle macerie di due fra le più belle chiese che mi sia capitato di visitare sui Sibillini negli ultimi anni: quella dell’Abbazia di Sant’Eutizio e quella di Campi, sotto Preci.

Questa è la foto che accompagnava l’esposizione di alcuni frammenti provenienti da uno dei due rosoni della chiesa di Campi:

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Questo, invece, è quel che resta del crocefisso della chiesa abbaziale di Sant’Eutizio, opera quattrocentesca di Nicola di Ulisse da Siena.

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Ariosto, Calvino e la critica

Ho amato molto Calvino, forse più quando parla di letteratura che quando fa letteratura, e probabilmente anch’io, come molti, in passato, ho fatto un po’ l’errore di considerarlo anche un critico letterario. Però credo di avere sempre avuto chiaro che era un critico molto particolare, che quando parlava dei classici prendeva così sul serio il suo famoso apoftegma (“i classici sono quei libri che non hanno finito mai di dire quel che hanno da dire”) da usarli per parlare più di sé stesso e del suo tempo che non del classico in questione, e del suo più lontano e perduto tempo. Non era mai, insomma, quella di Calvino, una operazione di storicizzazione, ma una operazione militante e creativa: ti proponeva la sua idea del mondo, della scrittura, del futuro. Bene. E’ un’operazione legittima e utilissima (forse più di tanta critica, di tanta storicizzazione intesa in senso stretto), basta prenderla per quel che è.

Mi ha fatto ripensare a queste cose un articolo di Stefano Jossa, grande critico e storico della letteratura italiana di stanza a Londra, uscito qualche giorno fa che partendo da una riflessione su Ariosto a Calvino finisce per trattare un argomento di portata molto più generale: l’importanza e la difficoltà di dialogare davvero con i classici, sapendo riconoscere i filtri e le scorciatoie per quello che sono. Un discorso sul metodo assolutamente limpido e impeccabile a cui un titolo forse troppo lapidario non rende giustizia. Ne consiglio vivamente la lettura.

Il merito della questione

Per quei casi una volta impensabili, e ora normali per via dei social network, mi sono trovato poco fa a discutere con persone a me sconosciute della vecchia questione della meritocrazia a scuola (versante docenti, ovvero “bonus”, premi ai meritevoli, teacher prize e compagnia bella). Tutto partiva dalla segnalazione da parte di una insegnante-scrittrice, Mariangela Vaglio, di uno sgrammaticato tweet di Oscar Giannino che recitava così:

. Il flop bonus di merito mostra che troppi docenti se ne fottono,di un mondo che invece premia i migliori.”

che voleva essere il commento e insieme il lancio di un pessimo, e non uso superlativi a casaccio, articolo di qualche giorno fa di Antonio Stella, pieno di inesattezze e luoghi comuni, buono solo a fare confusione (per chi lo voglia leggere e farsi un’idea, è qui).

Sotto nasce la discussione (per chi ha facebook, qui) alla quale intervengo pure io, prima con qualche cavolata, come troppo spesso mi capita, poi con qualche osservazione più seria. Il dibattito va avanti, e (essendo gli amici miei e di Vaglio, molto spesso, insegnanti) la maggior parte dei commenti è critico verso Giannino, Stella e in generale la politica sin qui seguita dal MIUR per provare a premiare il merito fra i professori: è – fra parentesi – anche la mia opinione: al di là del fatto che non vedo niente di male nel pagare meglio chi lavora meglio, e di più, per un mero fatto di giustizia, credo che nella scuola l’enfasi vada messa sulla collaborazione e non sulla competizione fra chi ci lavora, e poi le politiche governative sono state oggettivamente raffazzonate, incerte e poco efficaci, anche a prescindere dalla condivisione o meno della logica che le ha prodotte.

Ad un certo punto, torniamo alla discussione su facebook, interviene con un commento Natalino Balasso, il noto attore e comico, da tempo molto attivo nel web con un approccio che definirei “militante”. Quel che scrive mi colpisce, e non principalmente per l’elegante sintesi formale:

Tuttavia non comprendo questo ostinarsi a difendere l’esistente.

A questo punto mi è venuto da intervenire articolando un po’, e siccome nel farlo mi è parso di mettere a fuoco un pensiero che mi girava in testa da tempo, lo appunto qui – in linea con la funzione principale che ha per me questo spazio – per non perderlo:

Quella fra “difendere l’esistente” e “cambiamo tutto purchessia” è una falsa dialettica, tendenzialmente succube dell’ideologia dominante (scusate se uso la parola ideologia), voluta da chi di fatto non ha voglia di discutere con chi segue altre logiche riguardo al “merito” dei cambiamenti. In realtà tutto cambia in continuazione, sia che si provi a difendere l’esistente sia che si voglia rinnovare a tutti i costi: il mondo, e con esso la scuola, va avanti, cambia, todo cambia, perché questa è la sua natura. Quindi criticare una riforma sbagliata non significa essere per forza difensori dell’esistente: a me l’esistente per molti aspetti non piace, lo cambio già tutti i giorni (nel mio piccolo piccolissimo, come tutti) con il mio lavoro, le mie prese di posizione culturali e politiche, i miei progetti per il futuro, quindi usciamo per favore da questa logica manichea buona solo per distrarre e mettere fuori fuoco i problemi reali.

Vabbe’, lo so, niente di originale.

Serve ancora la filologia?

headermswQualche amico, come Fabio Curzi, lo va dicendo almeno dalla metà degli anni Novanta, quando eravamo ancora poco più che ragazzi e su internet si navigava con Altavista e si chattava con mIRC, e pensare di aprire un blog era qualcosa di pioneristico: la filologia, col suo metodo, la sua ermeneutica e la sua complicata e affascinante storia, ha moltissimo da dire nell’epoca del web.

Cosa resta di un *testo* in questo mare infinito di bit? E della volontà dell’autore nell’epoca della post-verità e della manipolazione continua dei dati? E quelle grandi biblioteche frantumate che sono i magazzini pieni di fili e scatoloni metallici che contengono, dislocati nelle più anonime periferie urbane e in sperdute zone industriali, la nostra memoria collettiva, il nostro cloud – come dobbiamo pensare tutto questo? Ecco, forse la filologia (troppo spesso considerata, persino da chi la fa, come un esercizio erudito ed esoterico) offre in realtà un armamentario formidabile per capire quel che sta succedendo nel campo della conoscenza e della sua trasmissione, oggi.

Basta aprire un manuale di filologia e scorrere l’indice: ci sono un sacco di parole che ci suonano molto familiari (e problematiche): libro, scrittura, materiali scrittori, citazioni, trasmissione dei testi, originale/copia/tradizione, varianti, autenticità/attribuzione/datazione, rapporti fra i testimoni, e via dicendo. E non è un caso.

Vabbe’, era solo per segnalare un articolo molto interessante sul tema: questo (di Claudio Lagomarsini, da Il Post).

 

 

Emanuela, Palomar, e l’anno che verrà

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Un po’ di tempo fa ho postato questa foto, sotto il titolo “La bella scuola”: chi non la conosceva non avrà capito molto, perché la didascalia diceva solo, più o meno, “un’aula scolastica, da qualche parte in Italia”. Nella foto si vedeva appunto un’aula scolastica con, sui muri, le sagome – ben disegnate – di qualche mito letterario: Don Chisciotte, Ulisse, Moby Dick, eccetera.

La foto l’avevo presa da facebook, dove l’aveva postata Emanuela, un’insegnante (vabbe’, molto di più di un’insegnante, come si vedrà dal seguito), a cui avevo scritto dicendole che, per quel che potevo capire, la foto raccontava sicuramente una bella storia, una storia che avrei letto volentieri, se un giorno lei, Emanuela, avesse deciso di scriverla.

Ora Emanuela questa storia l’ha scritta (qui), ed è effettivamente una bella storia che parla di scuola, di spazi, di dignità, e di una particolare, particolarissima forma di “impresa”, quella che ti porta a iniziare nuove strade solo perché le ritieni belle e necessarie, senza pensare alla burocrazia o allo spirito dei tempi. E una storia di ribellione, anche: una ribellione creativa, dolce e costruttiva.

Una storia, insomma, che mi pare perfetta per iniziare un nuovo anno.

E auguri a tutti!