Elogio della normalità (perché domenica voterò Pippo Civati)

Fra due giorni ci sono le primarie per l’elezione del Segretario, ovvero la guida politica, del Partito Democratico, ovvero il più importante partito politico italiano, che incidentalmente è anche, per fortuna, un partito di centrosinistra. A volte se ne scorda, è vero. Ma queste elezioni, fra le altre cose, potrebbero servire a rinfrescargli la memoria, e indirizzarlo sulla buona strada.

Io, a queste primarie, voterò Pippo Civati, e ho fatto e farò quel poco che posso per convincere anche qualcun altro a votarlo. E’, fra parentesi, la prima volta che esprimo un voto con l’assoluta convinzione di votare “il meglio” che c’è in giro, e non il “meno peggio”, come troppo spesso (e anche recentemente) sono stato costretto a fare. E questo per una serie di motivi.

Il primo è che, banalmente, condivido le proposte politiche di Civati, incentrate su poche parole chiare: uguaglianza, diritti e cultura per l’Italia; coerenza, coraggio e sinistra per il PD (un PD che vada da Prodi a Rodotà, dice lui con efficace sintesi). Ma non è questo, in fondo, il motivo più importante.

Prima ancora dei contenuti, che potrebbero essere (e spesso sono nelle campagne elettorali, ma non nel caso di Civati) solo vuota retorica, per me conta il metodo di lavoro di Pippo, che se vogliamo è anche un esempio, in piccolo, di attuazione dei principi professati. Pippo, per dire, ha fatto una campagna elettorale molto spartana, finanziata con donazioni spontanee e certificate e resa viva dall’entusiasmo di una squadra giovane e motivata, presente sulla rete e sui territori (e fortissima nelle Marche!), con la quale Pippo tiene contatti quotidiani e personali. Civati, infatti, ha lavorato molto con la rete, per creare contatti e diffondere idee, ma poi ha girato come una trottola per l’Italia, per incontrare le persone, vederle in faccia, rispondere alle domande (qui un breve resoconto del suo giro nelle Marche dei primi di novembre). Ha così raccolto idee, creato una comunità pensante (ha reso possibile la “mobilitazione cognitiva” auspicata da Fabrizio Barca, che non a caso lo sostiene) fatta di gente che non avrebbe mai trovato spazio nel PD delle correnti. Ha, a questo proposito, rinunciato a qualsiasi forma di accordo con capi e capetti, locali e nazionali, chiedendo un’adesione al progetto che fosse sempre personale e motivata dalla condivisione di idee e non da giochi di potere: a suo sostegno non si sono mossi “pacchetti” di tessere, e fra i tesserati ha preso solo voti d’opinione, spesso di gente che s’è tesserata, vincendo una comprensibilissima resistenza, esclusivamente per sostenere lui. Oppure di gente che è stata convinta della bontà del progetto dai tostissimi sostenitori di Civati nei circoli: anch’io, un sabato pomeriggio di novembre, pur non essendo così tosto, ho fatto la mia parte, andando a presentare la mozione in un piccolo circolo in cui sulla carta Civati non aveva un voto, e ne abbiamo raccolti, dopo tre ore di confronto, una dozzina (la maggioranza dei presenti alla discussione: i voti agli altri erano di gente che arrivava, faceva vedere la tessera, votava e se ne andava: non proprio un esempio di partecipazione consapevole)! E’ stato per me un memorabile momento di politica, che mi ha ricordato cosa può essere il Partito Democratico: un partito in cui ci si incontra un pomeriggio, senza essersi mai visti prima, ci si confronta e ci si lascia reciprocamente contaminare da storie e da idee diverse.

E poi c’è un altro motivo, l’ultimo di cui voglio parlare, per cui voto Civati: perché è Civati. Un uomo di 38 anni piuttosto timido, gentile, che ai talk-show, quando lo invitano, parla pochissimo e non urla mai; intelligente senza essere saccente, serio ma non noioso. Uno che a volte dà l’idea di fare il leader senza averne troppa voglia, solo perché è convinto di avere le idee giuste e crede necessario portarle avanti con coraggio e coerenza. Uno, poi, umile, e per questo convinto (e, soprattutto, credibile) sostenitore del gioco di squadra. Uno, poi, che non studia troppo l’immagine, che non cambia le foto sulla scrivania in base a quale telecamera ti sta inquadrando, e che sbaglia continuamente look, passando sventatamente dal completo maròn in perfetto stile Occhetto al dolcevita nero da malavitoso anni Settanta, e che se mette l’abito elegante tiene la giacca allacciata come fanno quelli come me che l’abito elegante non lo sanno portare. Uno, insomma, normale: sveglio, intelligente, ma per niente “televisivo”. E Dio sa quanto ci serva uno così!

Voglia di scappare (ululando).

Sto leggendo questo libro, che racconta in 500 pagine tre giorni della vita di un agente immobiliare di cinquantacinque anni del New Jersey, malato di cancro e recentemente abbandonato dalla seconda moglie: non sembrerebbero le premesse per un libro esaltante, eppure mi sta piacendo un sacco. E mi capita anche spesso di ritrovarmi alla lettera o quasi in certe riflessioni del protagonista. Per esempio:

Mi sorprende che [Ann] possa reggere qui dentro, che [la ragazza del Michigan pragmatica e antigregaria che è in lei] possa mandar giù l’atmosfera iper-controllata, pseudo-comunitaria, finto-umanistica, che appesta il corpo docente di queste scuole [private] come un gas tossico: ognuno che lima le proprie eccentricità in modo da non offendere nessuno, rimanendo però attorcigliato come un serpente a sonagli, pronto a “diventare difficile” e a “creare problemi” nei confronti di quei colleghi le cui eccentricità non siano state limate allo stesso modo. Ci si aspetterebbe che fossero i genitori psicotici e i ragazzi ostili, non sufficientemente sedati, a portarti alla follia. E invece no. Sono sempre i colleghi, lo so perché per un anno, secoli fa, ho insegnato in una piccola università del [New Englad]. Sono le [Marci] e i [Jason], gli esotici [Berdanrd] e le muscolose [Ludmille], venute epr un anno di [Fulbright] dalla [Lettonia], che ti fanno venire voglia di scappare ululando fra gli alberi e unirti alle specie in via di estinzione che vi si nascondono. Sono i rapporti approfonditi con gruppi sempre più ristretti di persone che la pensano tutte allo stesso modo a costituire la malattia della provincia [americana].

Ho dovuto mettere fra parentesi pochissimo, quasi soltanto i nomi propri e le indicazioni geografiche. Potrebbe essere un apologo sul valore universale della letteratura, o sull’universale desolazione delle scuole di provincia, di ogni provincia.

Numeri, persone.

L’immagine qui sopra riportata, capitata sul video del mio pc all’ora di cena di un sabato piovoso, è insostenibile. Se al posto delle bare ci fossero stati i sacchi della monnezza (immagine usata da Adriano Sofri) o i corpi neri e bagnati di nafta e acqua salata, sarebbe stata più o meno intollerabile? Non lo so. Però so che questa qui, con le bare lucide di noce e mogano, e quelle laccate bianche, con gli attrezzi del soccorso e delle normali attività quotidiane sullo sfondo, con le etichette a dare un numero ai morti, in assenza del nome, esprime perfettamente la terribile anonimia di questa catastrofe.

Ieri mattina in III H abbiamo fatto un minuto di silenzio, dalle 12.00 alle 12.01, per ricordare queste vittime senza nome dell’ingiustizia e della chiusura. Durante quei minuti i ragazzi e le ragazze sono stati composti e seri, anche se probabilmente non sapevano molto di quel che era successo, anche se dalla finestra arrivavano rumori e urla che potevano distrarre o far scappare un sorriso inopportuno. Ma non è successo: qualcosa ognuno di quei ragazzi e ragazze doveva aver intuito, del lutto e della vergogna che ci aveva investito.

Durante quei sessanta secondi io ho pensato, come sempre, a quanto sono lunghi sessanta secondi, a passarli in silenzio in una classe di adolescenti. E mi sono chiesto se il ministro che li ha stabiliti abbia mai avuto la ventura di passare, quei sessanta secondi lì, con venti sedicenni che a malapena sanno perché, quel silenzio. E ho pensato che sono lunghi ma che sono anche troppo pochi per ricordare i morti: quanti morti? due? tre? quattro, per ogni secondo di silenzio? forse cinque, se diamo credito alle testimonianze dei superstiti.

Ma comunque tanti, e anonimi, come i morti dei terremoti e degli tsunami, nel lontano Giappone, in Cina o in paesi di cui nemmeno ci ricordiamo il nome. Tante bare dove facciamo persino fatica a immaginare un corpo, e tanto più a immaginare una persona che poche ore prima era viva, con i suoi pensieri, i suoi desideri, la sua storia.

Ecco: se c’è un dovere che abbiamo, noi, noi chiusi nelle nostre tiepide case, è quello almeno di sforzarci di conoscere quelle storie. E poi, secondo dovere, di capire le nostre responsabilità.

Intanto, per cominciare, può aiutarci un documentario bellissimo, Mare chiuso, che fino alla mezzanotte di domani può essere visto da tutti su vimeo, di Andrea Segre e Stefano Liberti (grazie Renata, che me l’hai segnalato). Dura un’ora e racconta la storia di un gruppo di profughi eritrei rifiutati barbaramente dall’Italia durante la funerea stagione dei cosiddetti “respingimenti”: oltre che ricordarci le nostre colpe, di portata storica, il documentario ci mostra la dignità, la bellezza, il calore che c’è dietro quelle persone che tante volte ci fa comodo trattare come numeri (gli stessi numeri che stanno scritti su quelle bare, per un triste nostro contrappasso). E viene da pensare, guardando il documentario, quanta ricchezza, quanta umanità ci regalerebbero quelle persone, se le accogliessimo.

Conoscere le storie e capire le responsabilità, dicevo. Perché sentire le storie di questi uomini e queste donne, vederli mentre cantano per farsi coraggio, nel barcone che presto verrà intercettato e ricacciato indietro, ci avvicina alla loro grande umanità, ma anche alla nostra vergogna. La vergogna di un popolo che si dice civile e che si è ritrovato ad avallare delle politiche barbare, che ha stretto un patto scellerato con una dittatura agli sgoccioli (patto sul quale, vergogna nella vergogna, il Partito Democratico non ha tenuto per niente una posizione limpida), che ora è rappresentato (proprio lì, a Lampedusa) da un ministro che parla di responsabilità dell’Europa ma fino a ieri è stato il primo artefice di quelle politiche scellerate. La vergogna, aggiungo, di indagare per clandestinità chi ha avuto la fortuna di raccontarla, di non finire in quelle bare. Saranno indagati, e a noi sembra incredibile: invece è normale, del tutto normale, saranno indagati come finora sono stati indagati gli scampati dalle tante, quotidiane e solo un po’ meno eclatanti stragi di migranti che avvengono con regolarità in quel mare nostro.

Normale, sì: in questa nostra civile Italia è perfettamente normale.

Il documentario, dicevo, dura un’ora. E non potete spenderla meglio, quell’ora. Ve lo giuro.

Un ragno nell’orecchio

Oggi, durante un pic nic ai Piani di Ragnolo, mi è entrata nell’orecchio questa simpatica bestiolina:

Vivrò i prossimi giorni nel dubbio che nel condotto uditivo mi stiano covando tanti piccoli aracnidi. E questo non è bello, anche perché poi uno fa le ricerche in internet e c’è sempre un articolo di Elmar Burchia, che è Elmar Burchia e va bene, però intanto l’articolo l’hai letto e ti rovina la serata (e ti dici: “maledetto Elmar, non potevi occuparti di roba come cane che assomiglia a Putin? quella è una notizia per te, diamine!). E intanto cominci a sentire uno strano prurito nel padiglione destro…

…e anche qualcosa che sembra muoversi, ogni tanto…

…ma non è niente…

…no, non è niente, dai, è solo suggestione…

…maledetto Elmar Burchia!

…non è niente.

…tranquillo.

(Dopo quattro mesi, l’unico modo per riuscire a ricominciare era scrivere una cazzata. Eccola, scusate. Magari però scelgo l’Eresus Cinnaberinus come emblema di questa nuova stagione del blog; chissà…).

…?

Solo suggestione, dai!

Elmar Burchia maledetto!

Calvino, l’Illuminismo, la libertà

Pubblico, con il suo consenso, la riflessione che un caro amico, Marco Riccini, voleva relegare in un commento ad un vecchio post d’argomento calviniano. Ma il testo meritava qualcosa di più, almeno un post tutto suo!

La ragione è ciò che ci accomuna, il massimo comune denominatore delle menti e personalità umane; 2+2 fa sempre 4, a tutte le latitudini, nonostante tutti i pregiudizi del mondo. L’illuminismo, insistendo sul valore della ragione, sottolinea i tratti di comune umanità, ci dice che in quanto uomini siamo uguali, rifiuta l’idea di nazione (un insieme basato su presupposti inconsistenti), abbraccia l’ideale cosmopolita.

Il sentimento è ciò che ci distingue; di fronte al medesimo spettacolo, qualcuno può avvertire un moto di riprovazione, altri di attrazione, altri di sottile compiacimento, altri di sconcerto. Il romanticismo, insistendo sul valore del sentimento, sottolinea l’importanza dell’individualità (possibilmente creatrice), singolare e collettiva: la patria è una anche “di cuor”, come insegna Manzoni; dicendoci che in quanto uomini (e gruppi di uomini) siamo diversi fra di noi, il romanticismo esalta l’idea di individuo (e di nazione).

Cosimo Piovasco di Rondò è un illuminista, anticonformista: sembra rifiutare l’idea che l’uguaglianza debba portare all’omologazione, alla rinuncia a se stessi e alla propria identità; compie un gesto (molti gesti) dirompenti, apparentemente illogici, in realtà sempre compiutamente razionali e dominati dall’idea di fare il bene proprio e degli altri, senza rinunciare ad affermare la propria individualità con le proprie azioni, che forse è un modo di dire “libertà”.

Il Barone rampante esce nel 1957, scritto, a quanto pare, tra dicembre ’56 e primi del ’57. Nel 1956 c’era stata la repressione sovietica a Budapest, dove il grigiore dell’omologazione comunista (lontana ed estrema erede dell’illuminismo?) aveva negato la possibilità di fare qualcosa di diverso, aveva fatto capire agli ungheresi di non poter sopportare il loro desiderio di libertà.

(di Marco Riccini)

Un centrodestra europeo

Mi sono iscritto al PD, e ho deciso di dare una mano entrando nel Direttivo recanatese di questo partito, convinto che l’unico argine alle destre al potere praticamente da vent’anni fosse un partito di centrosinistra con basi solide nel paese e un consenso elettorale capace di fare massa critica. Consideravo le alternative a sinistra (alle quali mi sentivo idealmente più vicino, per molti versi) velleitarie, nostalgiche, affette da un inveterato autocompiacimento (anche l’autocompiacimento della sconfitta, del sentirsi sempre e comunque a proprio agio in una minoranza – Moretti docet).

Non ero, certo, uno sprovveduto – o meglio: certamente lo ero, ma non del tutto. Vedevo molte delle criticità presenti nel PD, un partito nato con un progetto che è stato ucciso nella culla, e che è diventato ostaggio degli ex-DS e degli ex-Margherita (le definizioni, checché se ne dica, ancora più utili e chiare per analizzare i movimenti interni di questo partito nel marasma); ma pensavo che valesse la pena di provarci: c’era un popolo bello alla base, qualche dirigente giovane su cui scommettere, una amministrazione del comune in cui vivo che lasciava ben sperare.

Ora è successo quel che è successo: Renzi, le primarie, Bersani, le altre primarie, la campagna elettorale, Grillo, ancora Bersani, il governo di cambiamento, lo streaming, Marini, Prodi, la carica dei 101, Napolitano, Letta. Ed eccoci qui. Il PD è morto, la sinistra è morta, e anch’io non mi sento tanto bene. E intanto Civati, che da tempo è diventato il mio punto di riferimento politico, è candidato alla segreteria ma non ha convinto nemmeno un parlamentare che sia uno a seguire la sua linea, e da solo è uscito dall’aula per non votare la fiducia a Letta, e magari è anche a rischio espulsione. Che, per un aspirante segretario di un partito, non è proprio il massimo.

Adesso abbiamo il governo Letta (auguri! per il bene dell’Italia, alla fine, tocca augurarsi pure che funzioni, anche se non ho nessun motivo per essere ottimista), fondato sul matrimonio con Berlusconi (sembra però uno di quei matrimoni che si fanno a Las Vegas, con la luna di miele che può durare anche solo un giorno).

Insomma, a me pare che abbiano vinto quelli che volevano trasformare il PD in un onesto, liberale, democratico partito di centrodestra europeo, amico dei poteri forti e difensore dello status quo, che garantisce la classe medio-alta e si tiene buoni i disperati con un po’ di assistenzialismo, che considera la scuola e la sanità pubblica l’ultimo dei valori costituzionali da difendere: quell’oggetto, insomma, che la destra italiana non è stata in grado di concepire e realizzare. Magari è anche una buona idea, qualcosa che serve all’Italia. Ma – se è così – non è più la mia casa, perché la mia casa è dove le parole equità e solidarietà, ecologia e sviluppo sostenibile, beni comuni e redistribuzione della ricchezza hanno ancora un senso. La mia casa è in fondo a sinistra.