Però ha un difetto.

In meridione siamo piaciuti talmente, che una delle nostre ascoltatrici meridionali ha deciso di venire al nord a sentire anche questa lettura. A casa di chi ha deciso di andare, con tutti gli scrittori che c’erano? Che ce n’erano sette? A casa mia. No, ma, gentilissima. Però ha un difetto, che è un’insegnante.

Gli insegnanti hanno questa mania che parlano sempre dell’insegnamento. Ogni tre frasi dicono una parola che dev’essere una parola che gli piace molto, Pedagogico. Un’altra mania degli insegnanti è che quando ti parlano, dopo pretendono che gli rispondi. Ti dicono Eh?, alla fine delle loro frasi. Buona questa pizza, eh? Bella questa chiesa, eh? Un altro difetto degli insegnanti di sesso femminile è che gli piacerebbe fiondare con gli scrittori di sesso maschile, gli piacerebbe.

Da Bassotuba non c’è di Paolo Nori (Feltrinelli, 2009). Ecco, giusto per mettere agli atti un significato del verbo fiondare che non conoscevo.

Gli esami non finiscono

Nella scuola italiana succede che, se ti metti a disposizione per fare da tutor ad un tirocinante, per spirito di servizio e curiosità didattica, mettendo in conto lavoro in più senza guadagnarci praticamente nulla se non la speranza di una bella esperienza umana e professionale, be’, ti fanno un esame. Non un esame psichiatrico, che sarebbe anche sensato (uno per prendersi rogne a gratis o quasi deve avere qualche rotella fuori posto), ma proprio un esame: un colloquio strutturato con dirigente scolastico e colleghi esperti.

Oggi mi sono trovato in questa strana situazione, di fronte a colleghi che sono anche amici, con cui vado a vedere film insieme o con cui parlo di politica, di letteratura e di vita. La situazione è stata un po’ buffa, con loro schierati proprio come in un esame di maturità (magari qualche rigidità prossemica si poteva evitare, in effetti), la luce della finestra in faccia come in un interrogatorio, e quella memoria emotiva che ti fa sentire sotto esame di fronte ad una commissione schierata, anche se non ti stai – di fatto – giocando niente.

Però i colleghi sono stati carinissimi, professionali, la cara Enrica prendeva anche appunti sulle mie considerazioni (un po’ improvvisate, a dire il vero), e mi ha fatto sentire anche un po’ importante. E alla fine è stato anche un bel momento, c’era l’aspetto del sentirsi interrogati e giudicati, sì, ma anche quello del sentire un po’ di attenzione sul tuo lavoro.

In fondo, mi sono detto, forse anche il fatto di accettare di essere giudicati, valutati per il proprio lavoro, se si fanno le cose con coscienza da entrambe le parti, non è una cosa così temibile. Magari è solo una questione di abitudine. Chissà…

Dove, partendo dalla cronaca, si finisce a sognare la scuola del tempo lento.

Ieri sera, da qualche sofisticato think tank vicino a Monti (sul cui percorso, per inciso, ha detto bene Renzi: “Poteva fare il Ciampi. Fa il Dini“: bum!) è uscita un’altra bella bolla d’aria sulla scuola: “scuole aperte undici mesi l’anno, le famiglie saranno contente”. La bolla è durata lì in sospeso talmente tanto poco che non s’è fatto in tempo né a capire quando come cosa e perché, né – alla fine – a spaventarsi più di tanto. Così, in questi casi, la cosa più interessante diventa la reazione a caldo sondaggi on line (Repubblica: 42% favorevoli; Huffington: 40%, Skuola.it: 19%; Twittersuca; Libero e Giornale non pervenuti, che magari si finiva per scoprire che i lettori erano d’accordo con Monti, non sia mai).

In ogni caso, oggi Monti risponde su twitter (su twitter!) così: “Ma chi ha mai parlato di taglio delle vacanze scolastiche???”. Sì, molto interrogativo: “Machihamaiparlatoditagliodellevacanzescola-stichepuntointerrogativopuntointerrogativopuntointerrogativo”. E Bersani risponde “Prima di parlare di allungare o accorciare vacanze estive, teniamo le scuole aperte tutto il giorno per attività didattiche”.

Ecco, come non ho capito cosa volesse dire (e tantomeno fare) Monti, così non capisco bene nemmeno cosa voglia dire (o fare) Bersani. Dico solo questo però: oggi, dopo le lezioni, mi sono fermato a scuola, ho mangiato una pizza al volo, ho passato la pausa pranzo a parlare di scuola e di film con una collega-amica con cui non avevo occasione di parlare da tanto tempo, poi ho fatto un paio d’ore di laboratorio teatrale con dei ragazzi molto in gamba. Sono tornato a casa un po’ stanco, però anche un po’ contento della giornata passata a scuola. Insomma, se trovano un modo intelligente di farla, a me questa cosa di tenere aperta la scuola anche il pomeriggio piace: potrebbe liberare un sacco di energia, e trasformare la scuola in un posto gradevole dove stare, godersi un tempo un più lento, riscoprire magari anche il valore dell’ozio; e forse smetterebbe di essere, la scuola, quel posto nevrotico che è, dove si impara ad essere docili ingranaggi di un meccanismo fordista, un posto da cui scappare appena finito di seguire (o di tenere) una lezione.

Una scuola del tempo lento, ecco: così la chiamerei. Così mi piacerebbe cominciarla a pensare.

Sull’argomento segnalo anche Galatea Vaglio e, da tutt’altra prospettiva, Leonardo Tondelli.

“Anche voler bene stanca”

La ripartenza del blog in questo 2013 è lenta è faticosa. Mi scuso con i passanti. Nell’attesa che qualche post degno di questo nome si coaguli, segnalo questo interessantissimo articolo dell’amica Renata (tratto dal blog collettivo La poesia e lo spirito) su un film che ho visto di recente amandolo moltissimo, e su un mestiere che ho intrapreso non troppo di recente, amandolo in egual misura (con quel che, nel bene e nel male, ne è venuto, ne viene, e ne verrà).

Mettiamo a verbale!

Ieri sera Bersani (dopo Renzi) è intervenuto a Che tempo che fa, la trasmissione che la sera prima aveva ospitato il Presidente del Consiglio Mario Monti (Bersani l’ha ricordato con una bella battuta iniziale sulle sedie e sulla spending review); dell’opinabile (diciamo opinabile) uscita di Monti sulla scuola ho già scritto. Bersani ha voluto riprendere l’argomento, con parole piuttosto chiare (mentre Renzi è rimasto sul vago: “investire di più, la sinistra ha fatto errori madornali…”…). E, siccome credo che Bersani sarà il prossimo prossimo Presidente del Consiglio di “‘sto paese qua” (e io nel mio piccolo cercherò di contribuire perché questo accada), mi pare il caso di trascrivere fedelmente le parole che ha detto, così da potergliele ricordare quando sarà il momento. Ecco la trascrizione stenografica:

“Io penso questo, adesso: sulla scuola di errori ne han fatti tutti, anche noi ne abbiam fatto qualcuno. Però, insomma, adesso, a questo punto, io l’ho detto anche in parlamento e ho agito anche di conseguenza, noi non possiamo accettare che ogni sei mesi arrivi uno schiaffo alla scuola, nei termini materiali, e neanche in termini immateriali, come queste (anche, insomma) affermazioni un po’ sbrigative. E noi avremo più bisogno nel futuro della scuola rispetto ad oggi, e non solo perché ci vuole conoscenza sennò non c’è competitività, tutte queste cose che ci diciamo sul piano economico eccetera, ma anche per un motivo più di fondo: oggi la nuova generazione, i ragazzi le ragazze, i giovani, i bambini sono sommersi dall’informazione, ma l’informazione non è conoscenza, ha bisogno… la conoscenza sono degli scaffali dove mettere le informazioni, e l’unico falegname per far quello scaffale è l’insegnante. Quindi, se non hai ancora i soldi da dargli, come gliene andrebbero dati rispetto al resto d’Europa, però almeno considerane il ruolo e la dignità e l’importanza e il rilievo. Io credo che sulla scuola nella prossima legislatura si debba fare una operazione quasi costituente: fermiamoci un attimo, ragioniamo assieme, e vediamo come può esser messo in stabilità un sistema che è… in questo momento è troppo, è anche barcollante, qualche volta, mentre sta aumentando l’abbandono scolastico… mentre noi abbiamo dieci o dodici, quindici mila iscritti in meno all’università l’anno scorso, eh! Non perché non vogliono andarci, perché non hanno i soldi per andarci, loro e le loro famiglie, insomma.”

Abbiamo messo a verbale, dunque; ora vale la pena di darsi da fare perché questa fase costituente inizi subito, già dentro le scuole, e nel confronto fra scuole e paese. Fra insegnanti, alunni e famiglie.

Addenda. 1) Qualcuno mi suggerisce di aggiungere anche le parole di Gramellini, che poi lo candidiamo al Ministero dell’Istruzione (anche se, uh, temo un po’ la sua retorica). 2) Qualcun altro mi fa notare che questo post potrebbe essere anche uno strumento utile per avviare lo studio della sintassi bersaniana. Anche se l’aspetto più interessante del suo stile è la retorica e la stilistica…

Parole gravi e avventate

Non riesco a trovare nemmeno un briciolo di ironia e di distacco, nel segnalare quel che il Presidente del Consiglio Mario Monti ha dichiarato poco fa in una nota trasmissione televisiva.

Monti dice due cose semplici e gravissime: una, che gli insegnanti, non accettando l’aumento (che è un sopruso) di sei ore di lezione settimanali a parità di stipendio e senza nessuna contrattazione, si sono dimostrati “non generosi”. Due, che per difendere i loro privilegi hanno strumentalizzato la rabbia degli studenti. La prima accusa è maldestra e pelosa, la seconda infamante e semplicemente stronza.

I giovani sono arrabbiati perché la politica e l’economia dissennata degli ultimi decenni hanno scaricato sul loro futuro il peso dei loro sprechi, delle loro inettitudini. La scuola è l’unica istituzione che con generosità ha continuato a dare loro qualcosa, anche quando è stato difficilissimo farlo. Non so davvero quale sia il piano perseguito (temo non ce ne sia nessuno) ma in ogni caso provare a mettere zizzania fra gli insegnanti e i loro alunni non può portare davvero niente di buono. Il bello è soltanto che non succederà, perché per fortuna i ragazzi sono intelligenti e critici, e sanno distinguere la dedizione di un insegnante dalla parole vuote di un tecnocrate.

Ma Monti non parlava agli studenti, stasera, parlava all’opinione pubblica, per convincerla ancora di più che gli insegnanti della scuola pubblica sono uno spreco di risorse, dei fannulloni. Magari da questo spera di ricavare l’avallo ad altri tagli ad un sistema già al collasso.

Io penso che Monti non sappia nemmeno di cosa sta parlando: non sa che dopo la riforma Gelmini le cattedre sono già frammentate e le classi numerosissime, che noi prof lavoriamo tantissimo a casa per dare un’offerta di qualità accettabile in un contesto difficilissimo, e che aumentare di 6 ore (lui maldestramente e ipocritamente parla di 2, ma ne erano previste 6) la nostra cattedra significherebbe aumentare di almeno 12 ore il nostro orario di lavoro settimanale, rendendo la nostra vita un caos in cui sarebbe impossibile studiare, lavorare per la qualità e la didattica che lui auspica. Ha ragione, Monti, quando dice che bisogna rinnovare la scuola e la professione insegnante, ma per farlo bisogna partire da una discussione comune, da un contratto, da una riforma vera della scuola, fatta per seguire un’idea moderna, non (come è stato fatto da Gelmini-Tremonti) per trovare il modo di tagliare 8 miliardi dal bilancio del ministero.

Questo è quello che riesco a dire ora, a caldo, quando le parole fanno anche fatica ad uscire per la rabbia e l’indignazione. Di certo è ormai ineludibile che si faccia qualcosa per comunicare davvero all’opinione pubblica quel che è davvero il nostro lavoro, la sua importanza, la sua necessità.


La foto l’ho scattata ieri, alla manifestazione Cgil di Roma. Sono orgoglioso di esserci stato, stasera ancora di più.

Per vedere di nascosto l’effetto che fa

– Guarda, potremmo proporre una legge sulla reintroduzione della schiavitù nei latifondi del Meridione. Dopo un mesetto di propaganda leghista e qualche notiziola di cronaca fatta trapelare ad arte, avremmo dalla nostra un bel pezzo di opinione pubblica e…

– Maddài, ti pare? Siamo nell’Italia del 2021, mica nel Congo Belga. In Europa ti ridono dietro. Ti ricordi cosa è successo quella volta con… com’è che si chiamava, quel tizio che andava sempre in giro col girocollo blu? Ecco, Marchionne, sì, giusto.  Ecco: solo perché voleva introdurre regole di lavoro un po’ meno arcaiche nelle sue fabbriche ci ha messo anni a far passare la sua linea… Ora la schiavitù mi pare francamente un’idea troppo, come dire, moderna. Se non altro in anticipo sui tempi. Non trovi?

– Be’, ma che hai capito: mica dico di introdurla ora, detto-fatto! Noi intanto la buttiamo lì, facciamo una proposta di legge, diciamo che la congiuntura è quella che è, la concorrenza dei narcos messicani e delle mafie thailandesi è sempre più agguerrita, ce lo chiede l’Europa… Cose così, insomma, basta parlare con un po’ di stampa amica e tempo due mesi vedrai che la schiavitù diventerà oggetto di dibattito, se ne parlerà come di una dello opzioni sul tappeto. Qualche comico ci farà le battute, i talk show organizzeranno speciali. Se ne parlerà, se ne valuteranno i pro e i contro, non sarà più un tabù insomma. Ti ricordi il “Protocollo 24ore”?

– Ventiquattrore? No. C’entra il nostro giornale, forse?

– No, che c’entra il Sole? Il piano che abbiamo usato nel ’12 per risolvere il problema della scuola pubblica.

– Ah già! Quando abbiamo buttato lì l’idea di aumentare di un terzo a parità di stipendio l’orario di lezione degli insegnanti della scuola pubblica: un bell’azzardo, quella volta.

– Però, devi convenire, ha funzionato. Nel giro di un paio d’anni abbiamo risolto tutto, e ora abbiamo un sacco di personale libero per i lavori socialmente utili… Il colpo di genio è stato buttar lì l’idea come fosse la cosa più normale del mondo e, quando ormai se ne parlava come di una cosa quasi fatta, toglierla dal piatto (lì il segreto), dire che non è il caso, che s’è scherzato: se l’avessimo fatta subito ‘sti professori avrebbero fatto le vittime, gli scioperi, il piagnisteo, le catene… sai che palle! Invece così, quando abbiamo ritirato (per qualche mese) la legge, son passati loro per privilegiati e tutti a dargli contro: ti ricordi? “quaranta ore come gli operai, dovete lavorare!”, diceva la gente. E lasciare tutto com’è è sembrato ai più quasi come se gli avessimo fatto lo sconto. Roba da pazzi, bellissimo!

– E sì, è stata proprio una bella operazione. Ci hanno anche scritto dei saggi. Poi la tua idea di dire, lo stesso giorno, che non c’era una lira per pagare gli esodati (quelli sì, poveretti, eran messi male!) è stata la ciliegina sulla torta. Mi ricordo ancora i titoli dei giornali del giorno dopo: “Salvo l’orario dei prof. Mancano i fondi per gli esodati”. Non c’è che dire, proprio un bel protocollo. Quindi dicevi…

– Dicevo di mettere (così, provvisoriamente…) nella Legge di Stabilità un articolo che reintroduce la schiavitù nelle regioni del Sud…

Insegnanti di domani

Nel quotidiano balletto (o gioco dell’oca) delle dichiarazioni e delle prese di posizione sulla famigerata proposta di inserire nella legge di stabilità un aumento (a parità di stipendio e senza nessuna contrattazione con la controparte sindacale) dell’orario di lezione dei professori da 18 a 24 ore settimanali, l’uscita di oggi del ministro Profumo è la seguente (fote Ansa)

Non faremo l’intervento nella legge di stabilità – sottolinea Profumo – però si è aperta la discussione su questo tema e insieme alle componenti della scuola, le parti sociali e i partiti avvieremo un ragionamento di come dovrà essere la figura dell’insegnante del futuro”. Secondo il ministro profumo, infatti, “l’insegnante avrà ancora un ruolo importante nelle relazioni dirette con gli studenti e, quindi, nelle ore di lezione in classe, ma dovrà anche avere una presenza diversa all’interno della scuola. Questo, fare una scuola più moderna, è ciò che ci chiedono gli studenti.

Mi sembra interessante questo modo di affrontare i problemi nell’Italia dei professori al governo del 2012: metto sul piatto una proposta assurda, violenta, sconvolgente per la vita della scuola italiana, scateno il panico, mobilito la protesta e faccio esprimere negativamente ogni forza sociale dotata di raziocinio, metto in difficoltà la vita quotidiana delle scuole e degli studenti; e perché faccio tutto questo? Per aprire una ragionevole (e sacrosanta) discussione su come andrebbe riformata la figura professionale dell’insegnante. Mi pare esattamente come scatenare una guerra per convincere uno stato vicino a migliorare i rapporti commerciali con te. Come dire ad una ragazza: “se non esci con me stasera ti taglio le gomme della macchina”. Cos’è, la dialettica dello scugnizzo camorrista? La diplomazia della pistola alla tempia?

Nel merito, per l’ennesima volta il Ministro scopre l’acqua calda: il lavoro del docente non deve essere solo quello delle “relazioni dirette con gli studenti”; e grazie! come se ora fosse così! Magari quel che succede è che il lavoro in classe sia l’unico che ci viene pagato, non certo che sia l’unico che svolgiamo! Poi dice: “relazioni dirette con gli studenti e, quindi, nelle ore di lezione in classe”: faccio notare che già non è così: io quando (fuori dalla classe) correggo un compito, ho una relazione diretta con lo studente, così come quando programmo un’attività ho una relazione diretta con lo studente, e quando spiego una cosa allo studente in chat su facebook o posto sul gruppo facebook del materiale di approfondimento ho una relazione diretta con lo studente. Ministro, ma dove vivi? Cosa pensi di noi professori?

Ma tutte queste cose devono essere riconosciute, organizzate, contrattualizzate, pagate. E se vogliamo iniziare una discussione seria sulla figura dell’insegnante cominciamo dal discutere, come fa in un intervento di questi giorni Maria Pia Veladiano (al minuto 3, circa), sui differenti carichi di lavoro che ci sono nel mondo della scuola (un professore di lettere che vuol fare onestamente il suo lavoro lavora di più di un professore di educazione fisica, per quanto bravissimo; un professore di matematica lavora di più del miglior insegnante di religione; sarà ora di dirselo, porcogiuda!). E magari parliamo anche dei professori che fanno il doppio lavoro e ci riescono benissimo e di quelli a cui non basta il tempo nemmeno per fare bene il loro primo mestiere di insegnante in classi numerosissime e con materie onerosissime da insegnare. E parliamo anche, infine, del fatto che le lezioni private in nero sono uno scandalo; che andrebbero fatte alla luce del sole, a prezzi dignitosi (non si chiede ad un medico di fare visite a 15 euro all’ora!), magari a scuola e con il contributo delle famiglie (che si lamentano del prezzo delle ripetizioni per i loro figli sfaticati e poi al primo ponte partono su auto che non potrò mai permettermi per località turistiche che non potrò mai permettermi).

I love my chains

C’era una volta l’ora di italiano, nella scuola di Giovanni Gentile. Il professore spiegava dalla cattedra la sua lezione e poi interrogava: “Filippini, vieni tu”, Filippini si alzava e ripeteva la lezione e il professore gli dava il voto, il voto “orale”. Dopo un po’ si faceva il tema, il professore correggeva il tema e Filippini aveva il suo voto, il voto “scritto”. Alla fine del quadrimestre avevi la media dei voti delle interrogazioni, che si chiamava “orale”, e la media dei temi, che si chiamava “scritto”. Era semplice, lineare.

Col tempo le cose hanno cominciato a cambiare: quando è iniziato? nel Sessantotto? con le nuove pedagogie degli anni Settanta? Con l’edonismo degli anni Ottanta? Non so. So solo che nel 2001, quando è arrivato a scuola il prof. G.C., le cose non erano più così semplici e lineari. Il concetto di tema era superato, e si parlava di cose dai nomi molto più difficili: trattazione sintetica, saggio breve, testo argomentativo… roba così, insomma, che solo a far capire cos’era alla classe ci metti un mese. Anche le interrogazioni non sono più quelle di una volta, perché le classi sono numerosissime, le cose da fare sono tante e il tempo è poco: se interrogo per venti minuti un ragazzo a finire il giro ci metto tutto l’anno scolastico. Così ci siamo inventati delle cose strane, anche semanticamente improbabili, come le “verifiche scritte valide per l’orale”. Come dire: ti vendo una bicicletta e ti dico che è un motorino, mangio una frittata e la chiamo salsiccia. Dagli insegnanti di italiano ci si aspetterebbe che usassero con proprietà le parole, invece… Invece valutiamo sotto la voce “orale” (da os,oris “bocca”) prove svolte per iscritto. Frittate per salsicce, o viceversa.

Ci dicevamo: e vabbe’, è colpa del Ministero che ci impone ancora questa distinzione ormai anacronistica fra scritto e orale: spesso la didattica è trasversale, le verifiche sono di millemila tipi, queste sono etichette che non funzionano; magari sarebbe meglio dare un voto per le “conoscenze” e uno per le “abilità” (spesso capita che uno studi tantissimo e abbia tante conoscenze e poi non sia capace di usarle, allo scritto o all’orale che sia); che poi spesso l’orale falsa anche i voti, perché basta che uno abbia una buona loquela e riesce a mascherare le lacune meglio di quello più impacciato (il prof di solito se ne accorge della fuffa, ma l’alunno dice: “ma ho parlato sempre, ho detto un sacco di cose…”, e tu fai fatica a spiegare). Colpa del ministero che ci impone tutto questo, dunque, e non possiamo farci niente. Così noi ci adattiamo, e in qualche modo facciamo uscir fuori, alla fine del quadrimestre, un voto da scrivere sotto la casella “scritto”, uno sotto la casella “orale”, magari con qualche forzatura e qualche fatica inutile.

Adesso, con un colpo di genio davvero inaspettato, il Ministero ci suggerisce di adottare già nel primo quadrimestre un unico voto, che riassuma tutte le valutazioni date con i vari tipi di prova (scritti, orali, pratici, casting, sorteggio, quel che vi pare); suggerisce, ma lascia la decisione a noi docenti. Dico: evviva, si sono accorti che quelle etichette sulle pagelle sono una catena inutile, per una volta chi comanda riconosce all’insegnante una maggiore indipendenza, lo lascia libero di scegliere il tipo di verifica adatta alle necessità del suo lavoro nella sua classe: gaudeamus!

Si fa la riunione per decidere su questo punto: io ci vado sicuro che non ci sarà nemmeno da discutere, perché quale insegnante voterebbe contro una proposta che gli lascia maggiore libertà senza di fatto togliergli nulla? Ma nessuno, ovviamente. Infatti gli insegnanti di tutte le materie votano per l’adozione del voto unico. Tutti tranne quelli di italiano e latino e greco: “e perché un voto solo toglie dignità alla materia”, “e perché i ragazzi non capirebbero se vanno male allo scritto o all’orale”, “e perché all’esame di stato comunque c’è una prova scritta…”, “e perché…”. Insomma: nella mia scuola continueremo a dare un voto per lo scritto e uno per l’orale (continuando a fare verifiche “scritte valide per l’orale”, ovviamente!).

“Ti prego, dài, stringi più forte. Ah, come godo…”

Viva o morta? Viva! (la cultura umanistica)

Qualche giorno fa pubblicavo un post che si riduceva, in pratica, a due link: il primo ad un articolo meditabondo e sconsolato di Marco Lodoli sulla impermeabilità dei giovani alla cultura umanistica (o sulla incapacità degli adulti di trasmetterla, che è la stessa cosa), l’altro ad una risposta,  programmaticamente polemica verso Lodoli, scritta sul suo blog da Mariangela Vaglio, che orgogliosamente rivendicava la vitalità della cultura umanistica sulla base della sua concreta esperienza di insegnante di scuola media. Li avevo buttati lì, come un appunto, perché mi sembravano sintomatici di due modi molto diversi di riflettere sul ruolo dell’insegnante, e forse anche di due modi molto diversi di fare questo mestiere.

C’è un modo spiccio di leggere questi due articoli, secondo il quale quello di Lodoli  sarebbe lo sfogo di un professore di 56 anni che non ha più voglia di fare la giornaliera fatica di mediare fra la sua cultura, quella che lo ha nutrito, entusiasmato e reso uomo [lui, per di più, non è un insegnante qualsiasi, ma un intellettuale e scrittore famoso, e questo sicuramente peggiora le cose], e la “cultura” (lui non la chiamerebbe così) degli adolescenti che si trova davanti e che gli sembrano alieni [lui, per di più, se non sbaglio, insegna in un professionale della periferia romana, e questo probabilmente peggiora le cose].  La risposta di Vaglio porta invece la voce di una prof ancora giovane e piena di entusiasmo, che ha fatto la giornalista, tiene dei briosi blog di scuola e società ed è appassionata di nuove tecnologie, e quindi ha buon gioco a dire: “Tu, Lodoli, e quelli come te, siete invisibili per i vostri studenti solo perché non sapete coinvolgerli, non sapete, chiusi come siete nel vostro mondo, capire il loro linguaggio, né far capire il vostro; lasciate spazio a noi, che sappiamo cosa fare! Guarda per esempio, Lodoli, cosa riesco a fare io!” (e forse fra le righe Vaglio vuole anche dire: “invece purtroppo la scuola è piena di gente della vostra generazione: noi quarantenni siamo spesso relegati ai margini, e per i trentenni non se ne parla nemmeno di entrare in un’aula; e come fa una scuola così vecchia a parlare agli adolescenti di oggi?”).

Questo è il modo spiccio, dicevo: ci sarà qualcosa di vero, ma non dice nulla di particolarmente interessante. Altra cosa è cercare di capire da dove parta il ragionamento di Lodoli, e dove arrivi.

A parer mio Lodoli, qui come in tanti altri articoli simili che negli anni ha scritto, fa emergere una sorta di contraddizione, di crisi – umana prima ancora che intellettuale. Lo si capisce bene partendo dalla fine dell’articolo:

Dobbiamo invece assolutamente capire dove [i nostri ragazzi] stanno andando, perché ci salutano senza nemmeno voltarsi, perché non si fidano più della nostra cultura. Oggi loro sentono che la vita è altrove e la memoria non basta a reggere l’urto con le onde fragorose del mondo che sarà, che è già qui: serve energia, e quella non la trovi più nei cataloghi e nei musei.

E’ la constatazione, sacrosanta, della necessità di provare a capire “i nostri ragazzi” (espressione peraltro un po’ paternalistica), e del fatto che è in atto una rottura generazionale. Anche questa non è una novità, l’hanno già descritta in molti, con toni più o meno apocalittici, più o meno integrati; a me per esempio piace come ha cercato di descriverla e capirla Alessandro Baricco nel suo I barbari. Saggio sulla mutazione, lettura che consiglio a tutti. Lodoli però, al di là delle buone intenzioni del finale, è in realtà tremendamente nostalgico di quella cultura che i “barbari” rifiutano: quello è il suo mondo, ha probabilmente deciso di fare lo scrittore e il professore per provare a trasmettere quell’amato mondo a quanta più gente possibile (me lo vedo che gli si accende una luce interiore e dice “questa luce voglio accenderla in qualcun altro”: è capitato anche a me); quindi ci ha provato con passione, buona fede, e sicura competenza. Però niente, quella luce nei “suoi ragazzi” non si accende più: colpa dei ragazzi? colpa sua? colpa della “cultura umanistica” o di questo “reo tempo”?. No, di nessuno: è solo che non è così che funziona: la passione e la competenza non danno garanzie, la luce si accende nei modi più imprevedibili e imprevisti, e bisogna mettere in conto che lo scacco è molto più frequente della vittoria. Fa parte del gioco, e probabilmente va bene così.

C’è un’altra cosa che non va nel ragionamento di Lodoli, c’è un errore di prospettiva.  Lui confronta l’esperienza e la cultura dei suoi alunni con quella sua privata, del giovane Marco Lodoli di quarant’anni fa, un Marco Lodoli che -sarà un caso? – sarebbe diventato insegnante e scrittore. Dico io: grazie che sentiva i russi come fratelli maggiori! Anch’io conosco degli studenti che fanno la stessa cosa; sono pochi, certo, ma non credo che siano tanti di meno di quanti ce ne fossero al tempo del Marco Lodoli quindicenne che leggeva Tolstoj ascoltando Bach o Debussy. Sono pochi e fanno di solito il liceo classico, e alcuni di loro faranno da grandi gli scrittori o i professori, e forse si lamenteranno dei giovani del 2052 che non amano le stesse cose che hanno amato loro, non hanno la stessa loro sensibilità ecc. Tutta colpa del 2052, reo tempo! Magari sbaglio: magari quarant’anni fa tutti passavano il tempo a leggere Delitto e castigo invece di correre dietro alle ragazze o a studiare il modo di come procurarsi un motorino, ma per i miei tempi (i fantastici anni Ottanta) posso garantire che non era già più così: persino quelli come me, che poi sarebbero finiti a fare i professori di lettere, non necessariamente passavano il tempo a scrivere madrigali ascoltando musica dodecafonica (cose così, al massimo, cominci a farle all’università, un posto ideale per perdere il contatto col mondo, e anche per renderti un po’ ridicolo). Per cui diamoci una regolata: i cultori dell’arte, dell’umanesimo, sono sempre stati una sparuta minoranza, e forse è giusto che sia così. Certo: in alcuni momenti della storia quella sparuta minoranza ha cambiato il mondo, ma l’ultima volta che è successo è stato qualche secolo fa: non è il caso di stracciarci le vesti oggi, perché da questo punto di vista il 2012 non credo sia tanto peggio del 1972; o del 2052.

Quindi? Quindi niente: i giovani di oggi sono diversi dai giovani di ieri, come i giovani di ieri erano diversi, quando avevano vent’anni, dai ventenni dell’altroieri. Embè? E l’arte, come la cultura umanistica, non è morta, è solo tremendamente minoritaria in una civiltà che guarda altrove; ma resiste, come ha sempre resistito da quando è nata: cambiando forma ma restando fedele alle domande essenziali (che poi – si sa – sono sempre le stesse: quelle senza risposta). E noi, senza restare prigionieri dei nostri fantasmi e con un po’ di curiosità per il presente, nel presente e nel futuro dobbiamo cercare di traghettare l’essenziale. Poi, qualcuno disposto a prendere il testimone ci sarà, con ogni probabilità. Come ci siamo stati noi quando è stato il nostro turno.

***

Mi permetto di trascrivere qui, perché mi è molto piaciuto, il commento di F.S. al post da cui questo prende spunto, nella speranza che qui abbia un po’ più di visibilità, come merita:

Le ultime riflessioni con cui di Lodoli conclude il suo pezzo mi commuovono.
I nostri giovani vanno incontro ad un futuro che a noi pare difficile e oscuro e ci preoccupiamo per loro. Offriamo allora con insistenza le nostre ricette, i nostri modelli, ma a loro non bastano, ne sono anzi saturi prima ancora di conoscerli. I nostri giovani e il loro futuro sono scaturiti soprattutto da ciò che siamo e siamo stati noi adulti, come famiglie e come società. Essi sono i nostri figli e il mondo etico, sociale, politico, economico, ambientale, in cui da adulti si muoveranno, è l’ eredità che lasciamo loro. Detto questo, confesso che è con struggimento e rabbia che a volte considero i loro tentativi di stare in questo mondo.
La cultura umanista va insegnata ai ragazzi, ma, se essi la rifiutano, noi insegnanti dobbiamo riprovarci. Dobbiamo essere credibili. Se quello che insegniamo è importante dobbiamo farlo credere loro, dobbiamo mostralo. Dobbiamo trovare il modo. E’ una sfida per noi. Dobbiamo cercare nuovi metodi, investire tempo a cercarli e metterci in gioco. La storia va conosciuta, la letteratura va incontrata, esse debbono essere insegnate perché arricchiscono e aiutano a vivere, perché sono belle. Ma esse sono una delle tante cose belle della vita. E non debbono assolutamente diventare un pretesto per incolpare i nostri giovani, per disprezzarli. Essi hanno prima di tutto bisogno di fiducia e energia per “reggere l’urto delle onde fragorose del mondo che sarà, che è già qui”. Dobbiamo cercare di evitare di riempire il loro futuro con le nostre pesantezze. E come dice Gaber:

Non insegnate ai bambini
ma coltivate voi stessi il cuore e la mente
stategli sempre vicini
date fiducia all’amore il resto è niente.