Nel giorno in cui vengono a trovarci a scuola Emanuele Zinato e Morena Marsilio, a parlarci di come sarebbe bello che a scuola si parlasse un po’ di più di Beppe Fenoglio e Elsa Morante, ma anche di Stefano Valenti e Simona Vinci, mi piace ricordare un saggio appassionato di Carla Sclarandis di qualche anno fa, un pezzo che chi si occupa di insegnamento della letteratura nella scuola secondaria dovrebbe, periodicamente, andare a rileggere. Io lo faccio.
La letteratura degli ominidi

La narrazione è un fenomeno universale (la letteratura di conseguenza lo è, anche se sarà opportuno distinguere tra la lunghissima evoluzione della narrazione, la pure lunga fase di letteratura orale, probabilmente millenaria, e la secolare vicenda della scrittura); inoltre la narrazione è un fenomeno invasivo. Anche la fiction lo è, tanto è vero che, sia pure in gradi e forme diverse, può essere estesa agli animali non-umani e ad altri ominidi. Jonathan Gottschall, uno dei protagonisti del Literary Darwinism, in un suo recente e brillante libro, non a caso intitolato The Storytelling Animal(L’istinto di narrare, 2012) ha ricordato che, tra libri, televisione, musica, sogni, ricordi, performance sportive, pubblicità, discorsi della politica e delle religioni, ogni singolo rappresentante della specie Homo Sapiens passa la quasi totalità del tempo a propria disposizione, nella veglia come nel sonno, immerso nelle storie.
Subbuteo
Il racconto di ogni infanzia solitaria, compresa la mia. Un racconto di Luca Ricci.
L’oggetto decisivo della mia infanzia, a pensarci adesso, è stato il Subbuteo, ovvero quel gioco del calcio in miniatura che in seguito è stato scalzato dai videogames. Il Subbuteo a volerlo spiegare è semplicissimo: un panno verde faceva da campo (spesso fissato a un tavolo di compensato con delle puntine da disegno – e chi voleva essere molto elegante e attento ai particolari sceglieva delle puntine verdi, cioè dello stesso colore del panno che a sua volta richiamava l’erba del prato), le porte, due squadre di giocatori e un pallone.
Che sia stato un oggetto decisivo lo dic adesso perché a ripensarci io a Subbuteo ci giocavo quasi sempre da solo. Le partite che preferivo erano quelle in cui tenevo tutt’e due le squadre, la mia e quella avversaria. Cercando di essere più imparziale possibile, guidavo a suon di tocchi dell’indice destro sia i giocatori amici che quelli nemici. Impersonavo, se si vuole, sia i buoni che i cattivi, sia il bene che il male. E trovavo motivi di godimento sia quando giocavo per i miei che quando giocavo per gli altri: nel primo caso c’era la voglia di segnare, magari il goal decisivo all’ultimo minuto; nel secondo c’era il piacere, forse sottilmente perverso, di schierarsi per la parte avversa senza perdere di vista l’imparzialità.
Oltre che giocare mi guardavo giocare: difatti ero anche il telecronista che seguiva l’andamento della partita cercando di essere, anche in quel frangente, molto obiettivo (benché ovviamente accorato). Mi capitava di perdere giocando da solo? La risposta è sì, mi capitava spesso. Questo perché più della prestazione agonistica, più del risultato finale, mi piaceva gustare l’andamento melodrammatico della sfida, il suo farsi narrazione emotiva. Vincere sempre, solo per il mero fatto che giocassi da solo, sarebbe stato uno schema narrativo troppo prevedibile. Non ci sarebbe stato gusto e tutto il pathos si sarebbe ridotto a una gara sportiva truccata. Invece quelle partite semmai erano artefatte, cioè messe in scena, interpretate su copioni che cambiavano di volta in volta.
Stac Pollaidh

Alternanza scuola-lavoro: un bilancio critico

Fra le tante cose che non mi convincono dell’ultima riforma scolastica e delle precedenti, quella che mi convince meno di tutte è l’organizzazione che è stata data all’Alternanza Scuola-Lavoro, che mi pare viziata da una certa confusione di fondo sugli obiettivi e da una impostazione fondamentalmente ideologica. Credo che, fra le tante battaglie possibili, quella per il cambiamento radicale di questo istituto sia una delle più urgenti e anche una delle meno velleitarie.
Ruggero Orilia è un brillante studente di Economia, ex allievo del Liceo dove lavoro, dove era rappresentante degli studenti e animatore del dibattito, fin da quei tempi un intellettuale militante impegnato su molti fronti, dal sociale alla politica alla cultura. Pochi giorni fa ha partecipato ad una discussione su Facebook su questo tema, e con argomentazioni molto solide ha ribattuto alle tesi di un professore che vedeva nell’ASL un valido strumento per attuare nientemeno che una rivoluzione democratica della scuola italiana, o qualcosa del genere.
Sulla scorta di quella discussione, ho proposto a Ruggero di scrivere un testo organico su questo argomento, lui l’ha fatto, e ora volentieri lo ospito in questo blog. La ricerca e le idee sono ovviamente di Ruggero, io ne condivido la gran parte, e in ogni caso mi pare che il testo racconti fatti ed esprima un punto di vista che possono essere interessanti per tutti coloro che a vario titolo si occupano di questi temi.
ALTERNANZA SCUOLA LAVORO: UN BILANCIO CRITICO
di Ruggero Orilia
La scuola italiana non prevedeva l’attività lavorativa all’interno del suo curricolo, venendo per questo criticata dalla pedagogia progressista, in parte ispirata dal marxismo : Marx vedeva nella precoce combinazione fra lavoro produttivo e istruzione, ovvero l’unione di lavoro produttivo remunerato, formazione spirituale, esercizio fisico e addestramento politecnico, una sintesi della scuola del proletariato. L’unica eccezione è forse l’inattuata “Scuola del lavoro” di Bottai, criticata in ambito antifascista da chi ci vedeva il rischio di un’offerta di manovalanza (semi)gratuita alle imprese.
Le cose cominciarono a cambiare con la scuola-della-autonomia di Luigi Berlinguer e, soprattutto, a partire dalla riforma Moratti. Si diffonde quindi l’alternanza scuola-lavoro. Tuttavia, prima dell’entrata in vigore della Buona Scuola (l. 107/2015), ci informa Confindustria, “secondo il rapporto di monitoraggio realizzato dall’Indire per l’anno scolastico 2013-2014 solo il 10,7% degli studenti delle scuole secondarie superiori ha seguito percorsi di alternanza scuola-lavoro” nel “43,5% degli istituti secondari di secondo grado” con “percorsi di alternanza [che] non superano mediamente le 70-80 ore nell’ultimo triennio”. Continua a leggere
Una cosa a cui tengo
Fa parte di un percorso di auto-formazione per insegnanti, ma credo potrebbe interessante a molti, anche fuori dalla scuola, e chi vuole può partecipare. Fra dieci giorni.

La vocazione civile
Derealizzazione
L’obiezione che la società contemporanea coincide con il filtro delle rappresentazioni e delle immagini attraverso cui si presenta e che in essa finzione e realtà sono inestricabili (si parla, per questo, di post-realtà) confonde un effetto ideologico potente, ma di durata relativamente breve e geograficamente circoscritta, con l’essenza stessa del mondo contemporaneo. Scambiare la derealizzazione imperante con la scomparsa della realtà è un accecamento ideologico che comporta un cedimento alla logica di chi gestisce e controlla la derealizzazione, tanto più grave e improvvido in un momento di crisi come l’attuale, in cui viceversa la società delle immagini e delle rappresentazioni riesce sempre meno a nascondere la lacerazione violenta delle condizioni e delle contraddizioni materiali e il potere politico tende semmai, a mano a mano che esse diventano sempre più percepibili, a prenderne atto e persino talora a enfatizzarle per deviarle e spostarle all’esterno (guerre, ricerca del capro espiatorio, razzismo, xenofobia ecc.).
da Dopo il postmodernismo: tendenze realiste e ipermoderne nel romanzo agli inizi del secolo, in Romano Luperini, Tramonto e resistenza della critica, Macerata, Quodlibet, 2013.
Tre film da Oscar
Gli ultimi tre film che ho visto al cinema sono stati quelli che hanno avuto più successo all’Oscar, due (Manchester by the sea e La la land) li ho visti prima della Notte dei Grandi Pasticci, uno (Moonlight) subito dopo.
Mi sono piaciuti tutte e tre, quale più quale meno, comunque tre notevoli esempi di cosa sia in grado ancora di fare il cinema americano.
La la land è il più autoriflessivo, fa i conti direttamente non solo con il genere complicato del musical, ma anche con i grandi miti fondativi della cultura americana. Ne viene fuori un strano musical dolceamaro, ma più amaro che dolce, che ti lascia con un sacco di domande sulle scelte che facciamo nella vita, sul posto che diamo alla realizzazione professionale e ai sentimenti, sul ruolo che gioca il mondo intorno a noi nelle nostre scelte. E poi è un manufatto di pregevolissima fattura, un po’ a tutti i livelli.
Moonlight, sarà che l’ho visto dopo l’Oscar e quindi ci andavo con un sacco di aspettative, lì per lì mi ha spiazzato: pur con degli elementi di novità nell’ambiente rappresentato e nello sguardo morale sui personaggi, la prima parte mi è sembrata rievocare troppo il già visto in tanti racconti di emarginazione e diversità. Il film però poi cresce, cresce molto, fino alla terza ed ultima parte che mette a fuoco un personaggio potentissimo, e questa ultima parte dà luce a tutto il film.
Però forse il mio preferito è Manchester by the sea: una grande storia, personaggi difficili e per niente stereotipati, racconto ben costruito e senza sbavature melodrammatiche (che la storia sembrava proprio chiamare), grande pulizia di sguardo e soprattutto altrettanta pietas nei confronti del dolore dei destini umani. Il mio personale Oscar al miglior film, tutto considerato, va a questo film
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